<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558</id><updated>2012-01-11T19:59:06.123+01:00</updated><title type='text'>Egemonia</title><subtitle type='html'>Lo strano caso del dottor Weber e di mister Gramsci</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>352</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-8008544576711294716</id><published>2008-07-29T19:26:00.000+02:00</published><updated>2008-07-29T19:28:25.725+02:00</updated><title type='text'>Ricominciamo: una svolta a sinistra</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;VII CONGRESSO PRC - Quello che segue è il documento politico approvato dalla maggioranza (342 voti a favore su 646) della platea congressuale&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Odg conclusivo &lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1&lt;br /&gt; Il Congresso considera chiusa e superata la fase caratterizzata dalla collaborazione organica con il PD nella fallimentare esperienza di governo dell’Unione, dalla presentazione alle elezioni della lista della Sinistra Arcobaleno e dalla sbagliata gestione maggioritaria della direzione del partito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Il Congresso prende atto che nessuna delle mozioni poste alla base del VII Congresso nazionale del PRC è stata approvata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ritiene necessario e prioritario un forte rilancio culturale, politico e organizzativo del Partito della Rifondazione Comunista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Respinge la proposta della Costituente di sinistra e qualsiasi ipotesi di superamento o confluenza del PRC in un’altra formazione politica. Il tema dell’unità a sinistra rimane un campo aperto di ricerca e sperimentazione, partendo da questa premessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 2&lt;br /&gt; Il rilancio del PRC deve essere caratterizzato in primo luogo da una svolta a sinistra. L’esperienza di governo dell’Unione ha mostrato l’impossibilità, data la linea del PD e i rapporti di forza esistenti, di un accordo organico per il governo del paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; La sconfitta delle destre populiste e della politica antioperaia della Confindustria è il nostro obiettivo di fase. A tale fine, la linea neocentrista che caratterizza oggi il Partito Democratico è del tutto inefficace e sarebbe quindi completamente sbagliata la proposta di ricostruzione del centro sinistra; ci ridurrebbe in una collocazione subalterna all’interno di un contesto bipolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al contrario è necessario costruire l’opposizione al governo Berlusconi, intrecciando la questione sociale con quella democratica e morale, in un quadro di autonomia del PRC e di alternatività al progetto strategico del PD. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ importante recuperare l’idea che l’opposizione non è una mera collocazione nel quadro politico ma si configura come una fase di ricostruzione, di radicamento e di relazioni sociali, di battaglia culturale e politica. Nella crisi della globalizzazione capitalistica l’alternativa la si costruisce nella lotta sociale e politica contro il governo Berlusconi, i progetti confindustriali e le visioni fondamentaliste e integraliste. Dentro questa prospettiva è indispensabile rafforzare la sinistra di alternativa, avviando una collaborazione fra le diverse soggettività anticapitaliste, comuniste, di sinistra e aggregando le realtà collettive ed individuali che si muovono al di fuori dei partiti politici sui diversi terreni sociali, sindacali e culturali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 3&lt;br /&gt; Il rilancio del PRC parte dalla ripresa dell’iniziativa sociale e politica. La promozione di lotte, la costruzione di vertenze, la ricostruzione dei legami sociali a partire da forme di mutualità, sono indispensabili al fine di qualificare dal punto di vista dell’utilità sociale il ruolo storico dei comunisti e della sinistra. Così come sono elementi necessari per valutare l’efficacia della nostra presenza nelle istituzioni e per ribadire la nostra alterità e intransigente opposizione rispetto alle degenerazioni della politica. Anche in vista delle prossime elezioni amministrative, ferma restando la piena sovranità dei diversi livelli del partito, anche alla luce dell’importanza assunta dai governi locali nel dispiegarsi di politiche di sussidiarietà, privatizzazione e securitarie, è necessario verificare se gli accordi di governo siano coerenti con gli obiettivi generali che il partito si pone in  questa fase.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; La lotta contro la manovra economica antipopolare del governo delle destre, l’opposizione alle iniziative razziste e discriminatorie contro i migranti e i rom, il contrasto ai progetti di attacco al pubblico impiego e alla pubblica amministrazione, l’opposizione alla controriforma della giustizia e la questione morale, rappresentano terreni decisivi di iniziativa, di mobilitazione e di allargamento di un movimento di massa contro le politiche del governo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; E’ quindi necessario, fin da subito, che il nuovo gruppo dirigente del partito lavori ad ogni possibile forma di coordinamento della sinistra politica, sociale e culturale al fine di mettere in campo la più ampia e forte mobilitazione contro il governo e la Confindustria. In questo quadro è necessario lavorare per la realizzazione di un nuovo 20 ottobre, una grande manifestazione di massa e una campagna politica di autunno che, partendo da quanti diedero vita all’appuntamento dello scorso anno, raccolga nuove forze, in particolare le espressioni di movimento e di lotta. Rientra in questo percorso l’impegno ad organizzare per il prossimo autunno la Conferenza Nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Non è però sufficiente una manifestazione; la ripresa di una iniziativa di lotta, richiede in primo luogo la messa in campo di una forte iniziativa in difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari; dalla difesa dei Contratti Nazionali di Lavoro alla questione dei salari e delle pensioni, dalla questione dirimente della lotta alla precarietà all’iniziativa contro la disoccupazione nel Mezzogiorno, dalla lotta per la casa alla difesa e sviluppo del welfare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ centrale la questione del reddito, a partire dalla difesa del potere di acquisto di salari e pensioni che va tutelato anche attraverso un meccanismo di difesa automatica del valore reale delle retribuzioni e dal tema ineludibile del salario sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta di terreni decisivi per ricostruire l’unità del mondo del lavoro, tra nord e sud, tra lavoratori pubblici e privati, tra italiani e migranti, e per ricomporre le attuali cesure tra lavoratori garantiti e atipici. Si tratta di declinare queste lotte intrecciandole al conflitto di genere ed alle relazioni intergenerazionali. Solo la ripresa del conflitto di classe può evitare che la guerra tra i poveri prenda piede nel nostro paese, sedimentando razzismo e xenofobia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Pur nel rispetto dell’autonomia del sindacato, non possiamo che sottolineare la necessità assoluta che vengano superate le logiche concertative che hanno reso impossibile la difesa dei lavoratori e delle fasce a basso reddito. In questo quadro, riaffermando la necessità di una piena autonomia del sindacato da partiti, governo e padronato, auspichiamo la costruzione di una ampia sinistra sindacale che ponga al centro i nodi della democrazia e della ripresa del conflitto. Così come salutiamo positivamente ogni forma di coordinamento e di cooperazione nell’ambito del sindacalismo di base.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Riteniamo opportuno favorire ogni elemento di conflitto dal basso nei luoghi di lavoro, la rinascita di un protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici, l’emergere di momenti di auto-organizzazione, tutti elementi decisivi affinché la battaglia anticoncertativa assuma una dimensione di massa. In questo quadro è necessario un forte investimento nella costruzione della presenza organizzata del partito nei luoghi di lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Intrecciati con la questione sociale in senso stretto, sono cresciuti nel paese importanti movimenti di lotta su temi decisivi quali la laicità dello Stato, la difesa della Costituzione repubblicana e antifascista, il rilancio della scuola e dell’università pubblica, il diritto alla libertà di orientamento sessuale e la lotta contro ogni forma di discriminazione, omofobia, violenza alle donne e attacco alle loro libertà, al diritto di scelta e di decisione sul loro corpo com’è il tentativo di attacco alla 194 e la legge sulla procreazione assistita, la difesa dell’ambiente su questioni che interessano contesti locali ma pongono problemi generali relativi al modello di sviluppo. Basti pensare alle lotte contro la Tav, contro le grandi opere, contro la proliferazione di inceneritori e rigassificatori. Si deve dare un sostegno attivo a questi movimenti lavorando per una ricomposizione dei conflitti  in una strategia globale di trasformazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Diritti sociali, civili, ambientali sono per noi le diverse facce di uno stesso progetto: l’alternativa di società.&lt;br /&gt; In questo quadro il VII Congresso del PRC ritiene necessario il lancio di una stagione referendaria sulle questioni della precarietà, della democrazia sui luoghi di lavoro, dell’antiproibizionismo, da gestire con il più vasto schieramento possibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 4&lt;br /&gt; Il PRC, riprendendo il percorso cominciato a Genova, ribadisce la propria internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e, in questo quadro, la volontà di intensificare la collaborazione e le relazioni con i partiti comunisti e progressisti, con tutti i movimenti rivoluzionari e le importantissime esperienze latino-americane che si collocano contro le politiche neoliberiste e di guerra, con i popoli in lotta contro l’occupazione militare e per l’autodeterminazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; In Europa, in particolare, lavora ad un rafforzamento dell’unità delle forze comuniste e di sinistra alternative al Partito Socialista Europeo, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica, al quale aderiranno i futuri eletti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Per questo motivo il Congresso dà mandato agli organismi dirigenti affinché alle prossime elezioni europee siano presentati il simbolo e la lista di Rifondazione Comunista – SE sulla base del programma che sarà definito nel prossimo autunno. Questa decisione si deve accompagnare alla ricerca di convergenze, in occasione delle elezioni europee, tra forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti contrari al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e di guerra dell’ Unione Europea. Il Congresso ritiene gravissima qualsiasi manomissione della legge elettorale per le europee e impegna tutto il partito a contrastare questo progetto con il massimo di mobilitazione democratica di massa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; In Italia, in vista del prossimo vertice del G8, il PRC si deve impegnare, nelle istanze del movimento contro la globalizzazione, a ricostruire lo schieramento di forze politiche e sociali che condusse la mobilitazione contro il G8 di Genova, senza tacere sulle responsabilità del governo Prodi e sull’accondiscendenza del governo Soru nell’individuazione della sede del vertice in Italia alla Maddalena. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Il PRC deve impegnarsi, nell’ambito del movimento pacifista, in ogni lotta contro le guerre in corso nel mondo, contro la NATO e contro tutte le basi militari straniere, a partire da quella di Vicenza, e deve impegnarsi per il ritiro dei contingenti italiani dai teatri di guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 5&lt;br /&gt; Il Congresso ritiene necessario rilanciare il partito e il progetto strategico della rifondazione comunista ed impegna il nuovo gruppo dirigente a promuovere ed incoraggiare un effettivo e pluralistico dibattito politico e teorico che prosegua nel segno dell’innovazione e della ricerca. In questo quadro, la ricerca sul tema della nonviolenza non riguarda per noi un assoluto metafisico ma una pratica di lotta da agire nel conflitto e nella critica del potere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; E’ parimenti necessario rilanciare l’indagine sulla morfologia del capitalismo contemporaneo, allargare il lavoro di inchiesta sulla nuova composizione di classe e sulle forme di organizzazione del conflitto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Il rilancio del partito è impossibile senza la cura del partito stesso.&lt;br /&gt; Il Congresso impegna il nuovo gruppo dirigente a procedere nella riforma del partito, in particolare mettendo in discussione il carattere monosessuato e separato della politica, muovendo dalle indicazioni emerse dalla Conferenza di Organizzazione di Carrara.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; E’ necessario impedire ogni degenerazione del partito in senso leaderistico e plebiscitario ed ogni subordinazione del partito alle rappresentanze istituzionali e ai rapporti verticistici con altre forze politiche.&lt;br /&gt; La gestione unitaria del partito, nel rispetto di eventuali dialettiche interne agli organismi dirigenti a tutti i livelli, deve essere intesa come partecipazione ai processi decisionali e non come mero diritto di critica a decisioni assunte da maggioranze o, peggio ancora, da cerchie ristrette di dirigenti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; La democrazia non è una forma qualsiasi di funzionamento del partito. Non si deve ridurre alla pura dialettica tra diverse posizioni né confondere in alcun modo con forme plebiscitarie di consenso. Il tesseramento deve essere strumento di partecipazione alla vita del partito, al suo progetto politico e alle sue decisioni. Non deve mai ridursi a strumento burocratico di conta interna. La democrazia necessita di partecipazione libera ed informata alla formazione di decisioni circa gli indirizzi politici di fondo e le scelte più importanti. In questo quadro la democrazia di genere è elemento essenziale della trasformazione della società per un mondo in cui eguaglianza e differenza siano elementi fondativi dell’autocostituzione di soggettività critiche, consapevoli, sessuate. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Gli organismi dirigenti a tutti i livelli non devono essere retti da una logica elitaria e devono essere fondati sul principio di responsabilità. La rotazione degli incarichi, la non commistione di incarichi di partito con incarichi istituzionali di governo, il rinnovamento costante degli organismi e il superamento del loro carattere monosessuato, l’introduzione di codici etici relativi ai comportamenti connessi ai privilegi sono obiettivi che il Congresso indica come prioritari al nuovo gruppo dirigente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Il Congresso impegna infine il nuovo gruppo dirigente a lavorare, con gli strumenti opportuni, al miglioramento della formazione di tutti gli iscritti, dai militanti di base ai dirigenti nazionali”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Chianciano, 27 Luglio 2008&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-8008544576711294716?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/8008544576711294716/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=8008544576711294716' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8008544576711294716'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8008544576711294716'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/07/ricominciamo-una-svolta-sinistra.html' title='Ricominciamo: una svolta a sinistra'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-4287616369683697668</id><published>2008-07-23T12:13:00.000+02:00</published><updated>2008-07-23T12:18:51.471+02:00</updated><title type='text'>Produttività, le imprese si sono prese tutta la torta: 87% ai profitti, 13% ai salari</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Il Prc ha presentato un dossier dettagliatissimo alla Camera. E' una fotografia di come dal 23 luglio '93 ad oggi sia cresciuta l'ingiustizia salariale. Lo pubblichiamo integralmente&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Stefano Bocconetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liberazione&lt;/span&gt;, 23 luglio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è una data simbolo da cui far cominciare i bui, difficili anni '80. E' la sconfitta alla Fiat. Sconfitta sindacale che è ben presto diventata sconfitta politica, sociale, culturale, che ha segnato un intero decennio. Anche oggi si fanno i conti con un'altra sconfitta. Forse ancora più dura, più lacerante. E pure qui, forse, si può far risalire tutto ad una data: il 23 luglio del '93, quindici anni fa esatti. Quando il sindacato, tutto il sindacato - al più con qualche «mal di pancia» - firmò quell'accordo che introdusse il principio della «concertazione». E che cioè le trattative sindacali si potevano fare, ma solo dentro una cornice prefissata. Quella decisa dalle imprese. E si stabilì che il contratto nazionale doveva essere progressivamente svuotato, a favore dei contratti aziendali. Dove, dissero un po' tutti, si sarebbe redistribuita meglio la produttività. Come sono andate davvero le cose? Rifondazione Comunista nei giorni scorsi ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati un dossier dettagliatissimo che contiene una fotografia oggettiva (sulla base di dati ufficiali, dell'Istat e degli altri principali istituti di studi e di statistica) della situazione economica italiana e di come il prezzo della crisi sia stato tutto pagato dai lavoratori dipendenti, e in particolare da alcuni di loro. Nel dossier, che è stato assunto come materiale di lavoro dalla Commissione, è contenuto un pacchetto di proposte molto articolato. &lt;br /&gt;Partiamo dal contratto di lavoro, e dalla scelta di puntare tutto sui contratti aziendali. A conti fatti, è stata tutta una gigantesca bugia. Un'orrenda bugia. Il 95 per cento dei lavoratori non sa neanche cosa sia la contrattazione di fabbrica. Lavora in imprese troppo piccole, dove è consentito ignorare il sindacato aziendale. Non solo, ma anche il sindacato delle grandi fabbriche non ce la fa più. Visto che l'intensità della contrattazione aziendale s'è ridotta anche lì. E di tanto. Ai lavoratori, allora, restava solo il contratto nazionale per difendersi. Restava, al passato. Perché i numeri ci dicono che in appena cinque anni, gli ultimi cinque anni, la perdita del potere di acquisto è, mediamente, attorno a mille e duecentodieci euro. Ogni dipendente ha perso, insomma, uno stipendio all'anno. &lt;br /&gt;Il risultato della crisi economica? No, anche questa è stata un'altra gigantesca bugia. E' stato solo il risultato delle scelte - politiche, economiche - imposte dalla Confindustria nostrana. A tutti i governi. La controprova è in quel che è avvenuto nel resto d'Europa. Nell'area dell'euro, le retribuzioni sono cresciute, nello stesso periodo, mediamente del dieci per cento, in Francia del 15, in Germania del cinque. &lt;br /&gt;E dove sono finiti allora gli aumenti di produttività? Sono qui forse le cifre più spaventose, la fotografia del disastro. Quel disastro che il voto del 12 aprile si è limitato a fotografare. Dal 2003 al 2006, la produttività è cresciuta del 16,7 per cento. Non sono ritmi da Cina ma siamo da quelle parti. Bene, di questa crescita gigantesca, al lavoro è andato il tredici per cento, nulla. Alle imprese l'87. Ogni cento euro di ricchezza in più, ottantasette se le sono intascate le aziende. La lotta di classe c'è stata insomma. Solo che l'hanno vinta loro, le imprese. Ecco perché in cinque anni, i lavoratori hanno perso uno stipendio. Che diventa di più se ci si mettono anche i seicento euro di mancata restituzione del fiscal drag. Ecco perché un milione e settecentomila giovani - e in questa categoria rientra anche chi ha 34 anni - è «povero». Ufficialmente «povero», visto che questa è la definizione che usa anche l'Istat.&lt;br /&gt;Resta da chiedersi due cose. Oggi in Parlamento c'è un'opposizione ufficiale che ha teorizzato e teorizza la fine dei conflitti nel lavoro. Veltroni quando esordì da segretario del piddì al Lingotto disse che non era più tempo di ideologie novecentesche, disse che gli interessi dell'impresa e dei lavoratori ormai coincidevano. Entrambi uniti dalla richiesta di maggior sviluppo. Loro, però, si sono presi l'87 per cento delle risorse. Ed è facile proporre una «tregua» quando si è preso tutto. L'altra domanda è davvero molto generica. Generica esattamente però come tanti commenti che si leggono qui e là sull'esaurimento del ruolo della sinistra. C'è chi arrivato addirittura a teorizzarne il superamento, l'inutilità. Discorsi da editoriali. Perché c'è una sinistra che, certo, paga il prezzo di non essere stata più capace di parlare alla sua gente. Ma di sinistra c'è bisogno. Lo dicono i numeri. E' poco ma è abbastanza per ricominciare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal 1993 ad oggi a fronte di un'inflazione media annua del 3,2%, le retribuzioni contrattuali sono cresciute in media solo del 2,7%.&lt;br /&gt;C'è uno scarto tra inflazione programmata e reale e, quindi, una perdita secca del potere d'acquisto dei salari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Calcolo della perdita cumulata del potere d'acquisto tra il 2002 e il 2007 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; I confronti internazionali&lt;br /&gt; La bassa crescita delle retribuzioni in Italia si rende ancora più evidente se confrontata con quella dei maggiori paesi europei. Come si vede dalla Tabella , dal 1998 al 2006, cioè nel periodo dell'ingresso nell'Area-euro, le retribuzioni di fatto reali nel nostro paese sono rimaste sostanzialmente stabili, mentre negli altri paesi si registravano tassi di crescita nettamente superiori: il 10% in media nell'area dell'euro, oltre il 15% in Francia e nel Regno Unito, il 5% in Germania, nonostante il sostanziale congelamento salariale degli anni 2000.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Retribuzioni Lorde di fatto Reali- Industria manifatturiera - Valuta Nazionale&lt;br /&gt;(deflazionate con il Deflatore dei Consumi Privati) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; I giovani&lt;br /&gt; Ad aggravare la questione salariale e ad abbassare il livello delle retribuzioni medie e del loro&lt;br /&gt;tasso di crescita c'è la questione giovanile. Proprio su quest'ultimo tema le nostre rilevazioni ci dicono che:&lt;br /&gt;a) un apprendista, in età compresa tra i 15 e i 24 anni, guadagna mediamente 737 euro netti mensili;&lt;br /&gt;b) un collaboratore occasionale, in età compresa tra i 15 e i 34 anni, guadagna mediamente 769 euro netti mensili;&lt;br /&gt;c) un co.co.pro. o co.co.co, in età compresa tra i 15 e i 34 anni, guadagna mediamente 899 euro netti mensili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche secondo le ultime rilevazioni Istat, 1 milione 678mila giovani, in età compresa tra i 18 e i 34 anni (13,7%) sono poveri. Se il giovane è capofamiglia o coniuge, è in condizione di povertà relativa il 12,9%; il 45,8% se vive in coppia con tre o più figli. Le giovani coppie con figli a carico hanno un reddito medio annuo lordo di 26.540 euro, ma nel 32% dei casi si collocano nel primo quinto della distribuzione dei redditi (meno di 10mila euro). Il 41,3% delle coppie giovani senza figli, con un solo reddito, appartiene al primo quinto della distribuzione del reddito (meno di 10mila euro).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Le nuove disuguaglianze &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Divisione della produttività tra salari e profitti&lt;br /&gt; Nel periodo 1993-2006, su 16,7 punti percentuali di crescita di produttività in Italia, in termini reali, al lavoro sono andati solo 2,2, cioè secondo dati Istat il 13% della produttività è andato al lavoro e l'87% alle imprese.&lt;br /&gt;Nell'industria in senso stretto, cioè nelle grandi e medie imprese del campione Mediobanca, i profitti netti per dipendente (redditività operativa + redditività finanziaria ordinaria, al netto delle imposte) nel periodo 1995 (indice 100) - 2006 hanno avuto la seguente evoluzione:&lt;br /&gt;variazione media annua dei profitti netti per dipendente = + 8,1%&lt;br /&gt;variazione media annua retribuzioni per dipendente = + 0,4 %&lt;br /&gt;Nelle 1400 grandi imprese dell'industria del campione Mediobanca, dal 1995 al 2006, i profitti hanno registrato un + 89,5%, mentre, sempre nello stesso periodo i salari hanno registrato un + 4,8%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Paga mensile netta &lt;br /&gt; SETTORE METALMECCANICO (INDUSTRIA) &lt;br /&gt;OPERAIO 3°LIVELLO&lt;br /&gt;13.204,18 : 13 = 1015,70 netto mensile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SETTORE METALMECCANICO (INDUSTRIA) &lt;br /&gt;IMPIEGATO 5° LIVELLO&lt;br /&gt;14.385,64 : 13 = 1106,58 netto mensile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SETTORE COMMERCIO&lt;br /&gt;OPERAIO 5° LIVELLO&lt;br /&gt;13.584,42 : 13 = 1044,95&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SETTORE COMMERCIO&lt;br /&gt;IMPIEGATO 3° LIVELLO&lt;br /&gt;15.470 : 13 = 1.190,00 netto mensile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SETTORE DELLA SCUOLA&lt;br /&gt;ASSISTENTE AMMINISTRATIVO CON ANZIANITÀ DA 9 A 14 ANNI&lt;br /&gt;13.896,6 : 13 = 1.068,96 netto mensile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SETTORE DELLA SCUOLA&lt;br /&gt;DOCENTE DIPLOMATO ISTITUTO SECONDARIO II GRADO CON ANZIANITÀ DA 9 A 14 ANNI&lt;br /&gt;16.362,4 : 12 = 1.363,5 netto mensile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SETTORE SANITA' PUBBLICA&lt;br /&gt;OPERATORE TECNICO ASSISTENZIALE&lt;br /&gt;13.482,39 : 13 = 1.037,10 netto mensile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SETTORE SANITA' PUBBLICA&lt;br /&gt;ASSISTENTE TECNICO &lt;br /&gt;15.097,3 : 13 = 1.161,33 netto mensile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; SALARI AL NORD E AL SUD DEL PAESE&lt;br /&gt; Nel dibattito odierno è tornata prepotentemente in auge la questione della gabbie salariali.&lt;br /&gt;Le gabbie salariali erano il meccanismo vigente in Italia fino al 1969, che differenziava i livelli salariali, su base regionale, rendendoli minori al Sud rispetto al Nord, sulla base del concetto per cui, con mercati locali dei beni e dei servizi ancora relativamente poco integrati, il costo della vita fosse più basso al Sud, e che a questo dovesse corrispondere un minore livello salariale nominale. Nel 1969 le gabbie salariali vennero abolite. C'è un dato che non si può negare: grazie all'azione della contrattazione di secondo livello - presente al Nord e quasi del tutto assente al Sud - i salari odierni restano sensibilmente differenziati. I dati dell'Istat indicano che il costo del lavoro per dipendente nell'industria in senso stretto nel Mezzogiorno è circa l'81% del valore del Centro-Nord.&lt;br /&gt;C'è chi sostiene, però, che anche i prezzi sono decisamente diversi tra il Nord e il Sud del paese. Questa affermazione viene smentita sempre dall'Istat, secondo cui la variazione dei prezzi nelle città mostra che la dinamica inflattiva nell'ultimo decennio (dati febbraio 2008, base 1998=100) è stata molto omogenea nel paese. Questo dice chiaramente che le variazioni sono del tutto simili; anzi, se l'indice Italia è 123,4, a Napoli è 126,2 (seconda dopo Torino) e a Firenze 119,6 (ultima).&lt;br /&gt;Il 28 maggio 2008 è stato presentato il rapporto annuale dell'Istat, da cui emerge che il reddito pro capite dei cittadini italiani è crollato del 13% rispetto ai paesi dell'Unione Europea e la disparità dei redditi tocca picchi che non hanno eguali in Europa.&lt;br /&gt;Sempre secondo l'Istituto di ricerca, il 28% dei nuclei familiari non riesce a far fronte ad una spesa imprevista, il 66,1% non è in grado di risparmiare, il 34,7% ha seri problemi a far quadrare il bilancio domestico. Su questo quadro inquietante intervengono pesantemente le rate dei muti che arrivano ad incidere sul bilancio in media 559 euro (il 19,2% contro il 16% dello scorso anno).&lt;br /&gt; Anche il rapporto annuale dell'Istat segna un paese diviso in due: il reddito medio mensile delle famiglie italiane è di 2.513 euro al Nord, di 2.458 euro al centro, di 1.921 euro al Sud.&lt;br /&gt;Anche per questo assistiamo oggi a una massiccia nuova immigrazione dal Sud al Nord del paese.&lt;br /&gt; Il 10 luglio del 2007, l'Ansa descrive così il Rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno: « L'emigrazione dal Sud torna ai livelli degli anni 60. Lo rileva il rapporto annuale Svimez indicando che "nel 2004, in base agli ultimi dati disponibili, sono stati circa 270mila i trasferimenti dal Sud al Nord (stabili 120mila e temporanei 150mila)". "Numeri molto elevati, se si pensa che negli anni di massima intensità migratoria 1961-63 la quota raggiunse i 295mila". Dati che preoccupano anche perché "la prevalente emigrazione di giovani meridionali scolarizzati, inoltre, depaupera ulteriormente le possibilità di sviluppo dell'area". Sono invece "stabili i trasferimenti Nord-Sud, fermi intorno alle 60mila unità e poco sensibili all'evoluzione dell'economia". Lombardia, Emilia Romagna e Lazio, si legge nel rapporto Svimez, "restano le tre regioni preferite dai nuovi emigranti. L'emigrato tipo ha tra i 25-29 anni , quasi la metà ha un titolo di studio medio-alto (diploma superiore il 36,3% e laurea il 13,1%)". Hanno lasciato la Campania in 38mila, la Sicilia in 28,6mila, la Puglia in 21,5mila, la Calabria in 17,8mila. Tanti, circa 151mila, anche "i pendolari di lungo raggio che nel 2006 si sono spostati dalle aree d'origine. Circa il 60% ha meno di 35 anni. Nel 50% dei casi i pendolari svolgono al Centro-Nord professioni di livello elevato e nel 38% mansioni di livello intermedio, a conferma del fatto che il sistema produttivo meridionale si conferma incapace ad assorbire l'offerta di lavoro più qualificata". »&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 2008: 8 MILIONI DI LAVORATORI CON IL CONTRATTO SCADUTO&lt;br /&gt; All'inizio del 2008 i lavoratori senza contratto erano circa 10 milioni. Ad oggi, dopo la sigla del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici (1,5 milioni di dipendenti) dei lavoratori del settore gas e luce, degli edili, dei tessili i contratti scaduti interessano circa 8 milioni di dipendenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; CONTRATTI RINNOVATI 1 GENNAIO 2007 - 30 GIUGNO 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; I CONTRATTI DA RINNOVARE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; TRATTAMENTI ECONOMICI PER I PRINCIPALI CONTRATTI RINNOVATI&lt;br /&gt;1 GENNAIO 2007 - 30 GIUGNO 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Come di evince dai dati, l'aumento medio a regime derivante dai contratti nazionali di lavoro è di circa 100 euro lordi (ad eccezione del credito). Tolte le trattenute fiscali e i contributi previdenziali, gli aumenti netti sono di circa 65 euro mensili, scaglionati in più tranches.&lt;br /&gt;E' evidente che si tratta di incrementi assolutamente inadeguati a recuperare il potere d'acquisto dei salari. &lt;br /&gt;C'è poi un problema che riguarda il ritardo a volte clamoroso con cui spesso si rinnovano i contratti, sia nel pubblico che nel privato (è significativo l'esempio del contratto dei lavoratori del settore tessile artigiano, scaduto nel 2000 e rinnovato otto anni dopo).&lt;br /&gt;Per questo è indispensabile che gli aumenti salariali vengano calcolati a partire dal giorno successivo la data di scadenza del contratto (indipendentemente da quando viene rinnovato) e che vengano stabiliti sulla base di indici che consentano il recupero del potere d'acquisto dei salari e prevedano la redistribuzione di una parte della ricchezza prodotta.&lt;br /&gt;E' il contrario di ciò che propone Confindustria, che mira a ridurre il salario contrattato a livello nazionale generando un gigantesco problema sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; LA CONTRATTAZIONE DI SECONDO LIVELLO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; CONTRATTAZIONE AZIENDALE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; La struttura contrattuale disegnata dall'accordo del 23 luglio 1993 assegna un ruolo potenzialmente rilevante, anche per la determinazione del salario, alla contrattazione di secondo livello. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Purtroppo, però, la stragrande maggioranza dei lavoratori beneficia solo del contratto nazionale.&lt;br /&gt;Questo dipende in parte dalla classe dimensionale della imprese italiane. Il 95% delle aziende, infatti, ha tra 1 e 9 addetti: in queste realtà non esiste contrattazione di secondo livello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sulla diffusione della contrattazione aziendale le informazioni sono scarse e frammentate, non esistono rilevazioni ufficiali, salvo quelle condotte a cadenza irregolare dall'Istat e dalla Banca d'Italia su un campione di aziende manifatturiere sopra i 50 addetti e alcune analisi del Cnel.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Rapporto del Cnel, che ha preso in esame le principali tendenze della contrattazione tra il 1998 e il 2006, evidenzia una flessione dell'intensità della contrattazione. &lt;br /&gt;La tendenza al declino si manifesta sia nelle imprese di dimensioni maggiori, quelle che hanno più di 1000 dipendenti, che per quelle minori (quelle che hanno tra i 100 e i 999 dipendenti), mentre è praticamente inesistente nelle piccole aziende.&lt;br /&gt;Per i diversi settori presi in esame si evidenziano delle punte massime di intensità di contrattazione in corrispondenza alle stagioni di rinnovo della contrattazione integrativa - nel 2000 e nel 2004 per i metalmeccanici; nel 1998 e nel 2002 per gli alimentaristi; nel 2000 e nel 2003 per la chimica - ma sempre restando all'interno di una tendenza alla flessione dell'intensità della contrattazione.&lt;br /&gt;Mentre attorno al 1998 le aziende dove è stata fatta contrattazione di secondo livello varia tra il 20% e il 30%, nel 2006 la percentuale non supera il 15%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su una flessione di queste proporzioni hanno influito sia le difficoltà di ordine economico che le difficoltà delle relazioni industriali che hanno prodotto uno slittamento delle stagioni di contrattazione integrativa dal momento che le parti sociali erano impegnate ad affrontare le pesanti ristrutturazioni e le corpose delocalizzazioni all'estero che hanno caratterizzato il periodo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oltre alla diffusione, c'è il merito della contrattazione: secondo l'Istat la grande maggioranza degli accordi sottoscritti riguarda voci retributive: nel settore privato la contrattazione aziendale ha implicato effetti sul salario per quasi l'80% dei dipendenti interessati agli accordi.&lt;br /&gt;Sul salario influiscono i premi di risultato. Dall'indagine emerge che l'incidenza media del premio di risultato (il più delle volte variabile) sul complesso della retribuzione lorda è di circa il 3%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; CONTRATTAZIONE TERRITORIALE&lt;br /&gt; Un rapporto del Cnel ci permette di fare una analisi della contrattazione territoriale.&lt;br /&gt;Tra il 1996 e il 2003 gli accordi territoriali sottoscritti sono stati 571. &lt;br /&gt;Il rapporto evidenzia uno scarto tra Nord, Centro e Sud del Paese: più della metà dei contratti territoriali (il 55%) è concentrata al Nord, mentre al Centro sono stati stipulati il 23% dei contratti e al Sud il 22%.&lt;br /&gt;La contrattazione territoriale è diffusa nei settori dell'edilizia (38%) e nell'agricoltura (31%).&lt;br /&gt;Nel comparto dell'artigianato i contratti siglati corrispondono al 18% e nell'area del commercio e del turismo all'8%.&lt;br /&gt;Nell'industria la contrattazione territoriale è pressoché inesistente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I dati (571 accordi in 7 anni) ci dicono che quello della contrattazione territoriale è un fenomeno non generalizzato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; LE PROPOSTE DI RIFONDAZIONE&lt;br /&gt; Il 23 luglio del 1993 venne siglato il protocollo sulla politica dei redditi che, dopo la liquidazione della scala mobile, inaugurava una nuova stagione di relazioni tra le parti caratterizzata dalla "concertazione".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di quell'intesa, tuttora in vigore, - che aveva tra i suoi obiettivi la crescita dei salari legata anche alla produttività e alla ricchezza prodotta - oggi è possibile fare un bilancio. Un bilancio assolutamente negativo: le retribuzioni da lavoro dipendente hanno perso oltre dieci punti percentuali a favore dei profitti e delle rendite, che hanno subito un'impennata senza precedenti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli ultimi anni, lo spostamento dai salari alle rendite della ricchezza prodotta ha introdotto nel nostro paese una nuova "categoria": la lavoratrice e il lavoratore poveri. &lt;br /&gt;Contemporaneamente, secondo la Banca d'Italia, nel nostro paese, il 10% delle famiglie detiene circa il 50% della ricchezza nazionale e i guadagni dei dirigenti e dei manager sono 120 volte quelli medi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La questione salariale del lavoro dipendente si fa dirompente perché alla miseria delle retribuzioni va sommata l'impennata vertiginosa dei prezzi e delle tariffe, lo scandaloso aumento degli affitti e dei mutui, la riduzione dello stato sociale che costringe le lavoratrici e i lavoratori ad "acquistare" dal privato beni e servizi (a partire da quelli sanitari). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo quadro in Italia si sta discutendo di riforma del modello contrattuale, in un contesto anche "geografico" assai diverso rispetto al luglio del 1993: l'Europa unita che emana leggi e direttive che i governi nazionali hanno l'obbligo di recepire.&lt;br /&gt;Senza nulla togliere alla necessità di mantenere e rafforzare i contratti nazionali di lavoro e la contrattazione di secondo livello, a nostro avviso è indispensabile ragionare su scala europea. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo suggeriamo alle parti sociali di attivare le rispettive organizzazioni a livello europeo (che a nostro avviso vanno fortemente sburocratizzate) per la definizione di un "contratto europeo". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Per noi il contratto europeo: &lt;br /&gt;deve stabilire sul salario soglie minime sotto le quali non è possibile andare e sull'orario tetti massimi, in modo da impedire la concorrenza al ribasso tra lavoratori, aziende, aree geografiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Individuiamo nella semplificazione del numero dei contratti un'altra esigenza, quindi, proponiamo di avviare un percorso che porti alla ricomposizione delle centinaia di contratti nazionali oggi esistenti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Per noi i contratti nazionali:&lt;br /&gt; possono essere tre, uno per ogni grande area: industria, servizi, pubblica amministrazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A una rinnovata e più efficace contrattazione va affiancata una politica fiscale più equa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Per noi il contratto nazionale di lavoro:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; può avere durata triennale; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve rafforzare il suo carattere solidale e universale, definendo minimi salariali e di diritti non derogabili da altri livelli contrattuali e da applicare su tutto il territorio nazionale;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve avere l'obiettivo di incrementare il valore reale delle retribuzioni e di ridistribuire parte della ricchezza prodotta;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve contenere un meccanismo automatico annuale per il recupero del potere d'acquisto dei salari in relazione all'inflazione reale (l'indice Istat sui prodotti ad altra frequenza d'acquisto, dagli alimentari agli affitti, segna per il 2008 il 5.4% ) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve essere rinnovato alla scadenza prevista e deve contenere come clausola che gli aumenti definiti devono essere erogati tenendo come data di riferimento quella della scadenza e non del rinnovo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Per noi la contrattazione di secondo livello:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; può essere aziendale, di sito, di filiera o territoriale (fermo restando i due livelli); &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve essere estesa, generalizzata, esigibile;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve poter intervenire su tutti gli elementi che compongono la prestazione lavorativa (organizzazione del lavoro, ritmi, orari) e sul salario i cui aumenti non devono avere carattere totalmente variabile;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;non può in alcuna materia derogare a quanto previsto dal contratto nazionale;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve avere una validità che copra l'arco di vigenza del contratto nazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Per noi la politica fiscale:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; deve prevedere la riduzione della pressione fiscale utilizzando anche le risorse provenienti dalla lotta all'evasione che - secondo dati apparsi sul Sole24Ore, sulla base dei nuovi valori Istat sull'economia sommersa - nel 2007 corrisponde da un minimo di 89 e un massimo di 100 miliardi. Sono dati che ripropongono le dimensioni minime e massime dell'economia sommersa, che stanno secondo l'Istat tra il 15,3% e il 16,9% del Pil. L'imposta più aggirata è l'Irpef che si attesta tra un minimo di 24,5 e un massimo di 27,6 miliardi non versati. Per ridurre di circa 100 euro al mese le tasse sul lavoro per 16 milioni di lavoratori dipendenti servono circa 15-16 miliardi di euro; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve reintrodurre il fiscal drag;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve detassare gli aumenti contrattuali;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve prevedere la riduzione delle aliquote fiscali sul lavoro dipendente e sulle pensioni basse;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;deve prevedere l'aumento al 20% (in Europa è al 23%) della tassazione delle grandi rendite finanziare e delle stock option, salvaguardando i piccoli patrimoni familiari;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;devono introdurre il controllo dei prezzi, delle tariffe e delle addizionali locali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Per noi servono nuove relazioni tra le parti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; I problemi strutturali che rendono debole il sistema delle imprese sono legati:&lt;br /&gt;alla dimensione delle aziende (il 95% delle quali ha meno di 9 dipendenti);&lt;br /&gt;alla sottocapitolazione delle aziende;&lt;br /&gt;alla pressoché totale assenza di investimenti in ricerca e innovazione sia di prodotto che di processo;&lt;br /&gt;all'assenza di strutture finanziarie e istituzionali in grado di favorire l'esportazione dei prodotti del made in italy;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questi elementi, sommati a una ripresa dell'inflazione di circa il 4% e ai clamorosi aumenti del prezzo del petrolio (che porteranno a rincari di prezzi e tariffe che decurteranno ulteriormente il potere d'acquisto dei salari), il Ministro del Lavoro risponde con misure che danneggiano sia i lavoratori che il sistema delle imprese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La scelta di "rilanciare" la precarietà (ad esempio cancellando il tetto massimo di 36 mesi oltre al quale i lavoratori devono essere assunti a tempo indeterminato e reintroducendo il lavoro a chiamata) oltre a vanificare le poche azioni positive del precedente Governo, non risponde al principio secondo il quale una impresa per essere competitiva nei segmenti a medio e altro valore aggiunto ha bisogno di lavoratori stabili, formati, professionalizzati, motivati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal punto di vista delle relazioni sindacali quello che propone il Ministro è il ritorno al passato: la cancellazione dell'autonomia dei lavoratori e delle loro organizzazioni e un modello di impresa sempre più piccola e frammentata, ossia l'esatto opposto di ciò che servirebbe oggi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Per competere nelle fasce alte del mercato proponiamo: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; la sburocratizzazione delle procedure; &lt;br /&gt;un diverso accesso al credito; &lt;br /&gt;incentivi alla crescita dimensionale e qualitativa delle aziende, alla ricerca e all'innovazione; &lt;br /&gt;rapporti a tempo indeterminato e formazione continua per i lavoratori. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per nuove relazioni tra le parti:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;serve una legge sulla rappresentanza e sulla democrazia sindacale che consenta anche ai delegati dei lavoratori di intervenire nei luoghi dove si discutono e decidono i piani industriali e le strategie delle imprese, permettendo un confronto preventivo basato sulla conoscenza dei processi di trasformazione. E' necessario tanto più oggi, di fronte alle grandi ristrutturazioni che si preparano (da Alitalia a Telecom, all'intero settore degli elettrodomestici). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; CONCLUSIONI&lt;br /&gt;I dati sull'evoluzione dei salari e dei profitti dal 1993 al 2007, le cifre relative alla paga mensile netta dei lavoratori dipendenti dei quattro grandi comparti che abbiamo utilizzato come esempio, la comparazione dei salari italiani rispetto al resto d'Europa, le grandi differenze tra Nord e Sud del paese, quelle tra uomini e donne e tra giovani e meno giovani, l'analisi sui rinnovi dei contratti nazionali di lavoro e sulla contrattazione di secondo livello, ci portano ad una serie di considerazioni finali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima rende paradossale l'idea proposta da alcuni per cui ad un ridimensionamento del contratto nazionale corrisponderebbe un aumento della contrattazione di secondo livello.&lt;br /&gt;I dati dicono il contrario: ad un contratto nazionale sempre più debole nel recupero del potere d'acquisto ha corrisposto, nei quindici anni trascorsi, una riduzione quantitativa (in relazione sia al numero di aziende che al numero dei lavoratori coinvolti) della contrattazione di secondo livello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La seconda. Il fallimento dei propositi redistributivi dell'accordo del luglio 1993 attraverso una contrattazione aziendale con salario variabile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La terza. La debolezza dei contratti nazionali di lavoro, che hanno a riferimento un indice di inflazione diverso da quello reale, a colmare la perdita di potere d'acquisto delle retribuzioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La quarta. La contrattazione aziendale di secondo livello, date anche le ridotte dimensioni della stragrande maggioranza delle imprese italiane, deve essere esigibile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di fronte a questi dati di realtà appare evidente la necessità di innovare il modello contrattuale scaturito dall'accordo del luglio 1993 rafforzando la funzione del contratto nazionale. L'idea di indebolirlo ulteriormente e di demandare al secondo livello la contrattazione di diritti universali e del salario, proprio per la difficoltà ad esercitare questa pratica appare strumentale all' impostazione che ha già prodotto molti danni: rispondere all'incapacità innovativa delle imprese italiane facendo leva su un unico, ormai incomprimibile elemento, il salario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per queste ragioni riteniamo che a una questione dirompente come quella salariale vada data risposta già dai prossimi mesi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-4287616369683697668?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/4287616369683697668/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=4287616369683697668' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/4287616369683697668'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/4287616369683697668'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/07/produttivit-le-imprese-si-sono-prese.html' title='Produttività, le imprese si sono prese tutta la torta: 87% ai profitti, 13% ai salari'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-2237220871913279342</id><published>2008-07-13T20:48:00.000+02:00</published><updated>2008-07-13T20:50:47.303+02:00</updated><title type='text'>Il congresso di Rifondazione e l'esigenza di discontinuità</title><content type='html'>"Ma chi te lo ha fatto fare?" E' questa la domanda che mi sento rivolgere da tanti amici a proposito della mia recente scelta, per i più incomprensibile, di aderire al Prc dopo la disfatta elettorale di aprile. Certo, quel che sta avvenendo nei circoli, con i brogli sul tesseramento, le truppe cammellate e i veleni che scuotono la più elementare solidarietà tra compagni, non è per nulla entusiasmante. Ma non ha senso meravigliarsene, né serve a molto scandalizzarsi: bisogna capire.&lt;br /&gt;Il fatto è che la sconfitta elettorale ha scoperchiato una pentola già da tempo in ebollizione. L'ha scoperchiata perché ha messo allo scoperto i difetti e gli errori da lungo tempo imposti al partito da un gruppo dirigente irresponsabile. E adesso questo gruppo dirigente non vuole in alcun modo prendere atto del suo fallimento, anzi è disposto a ricorrere a qualsiasi mezzo e a imporre qualsiasi prezzo pur di non farsi da parte e di non lasciarsi sfuggire il controllo di un partito che considera una sua proprietà privata e un suo strumento di convenienza.&lt;br /&gt;La logica è nota, avendocela descritta nei dettagli già un secolo fa il sociologo tedesco Michels. E' la logica delle oligarchie (oggi diremmo dei ceti politici), cioè di quelle leadership di professionisti della politica che, nate da una necessaria funzione di rappresentanza, a un certo punto finiscono per anteporre i propri interessi di casta a quelli della propria base sociale di riferimento, abbandonando l'ideologia alternativa originaria in favore di politiche sempre più moderate e istituzionalizzate. Ma quel che è peggio e che costituisce una novità relativamente recente è che le diverse oligarchie di partito tendono ormai a entrare in rapporti di collusione tra loro, avendo sviluppato uno spirito di categoria ben più forte del mandato rappresentativo. Di qui le ondate antipolitiche che aggrediscono tutti i ceti politici, senza distinzione, anche e a maggior ragione quelli della sinistra alternativa.&lt;br /&gt;E' inutile girarci intorno: sta qui la causa determinante di quel crollo di consensi le cui dimensioni non a caso nessuno aveva previsto. Infatti, è vero, come emerge dal dibattito congressuale, che la sconfitta ha a che vedere con le scelte politiche e le strategie che il partito ha adottato in questi ultimi anni (dall'alleanza di centrosinistra alla coalizione dell'Arcobaleno), così come affonda indubbiamente le sue radici in trasformazioni sociali e politiche di più ampio respiro. Ma queste ragioni non possono spiegare, né da sole né sommate tra loro, e nemmeno se associate con fattori sistemici come la legge elettorale e la bipolarizzazione della competizione, un tracollo senza precedenti nella storia dei comportamenti elettorali. Per spiegarlo, bisogna avere il coraggio di fare i conti con la degenerazione oligarchica da cui il partito è stato investito, contribuendo a indebolire la sua capacità rappresentativa e la sua vita democratica ed esponendolo così all'urto dell'antipolitica.&lt;br /&gt;Forse non sarà un destino inevitabile, come riteneva Michels, ma la storia del movimento operaio è tutta drammaticamente segnata da questo fenomeno. E nessuno ha ancora trovato la ricetta per sottrarvisi. Tutto quel quel che si può fare per contrastarla, cosa che di solito diventa appunto possibile solo nel momento in cui il partito viene trascinato sull'orlo della rovina, è realizzare dei chiari atti di discontinuità. Su tre versanti. Innanzitutto, andrebbe sostituito il gruppo dirigente, almeno nel suo nucleo di vertice maggiormente responsabile della gestione passata. Poi si dovrebbe compiere una svolta netta nella linea politica, non soltanto per quanto riguarda le tattiche, le alleanze e i posizionamenti all'interno del sistema politico ma anche sul terreno delle priorità strategiche e programmatiche, cioè in funzione degli attori e degli interessi (nonché dei valori) sociali da rappresentare. Infine, sono le stesse modalità correnti di funzionamento del partito, tanto nella sua vita interna quanto nella sua prassi verso l'esterno, che andrebbero rimesse in discussione e rinnovate profondamente.&lt;br /&gt;Ecco, sono questi gli atti che avrei auspicato nel momento in cui ho scelto di aderire al partito. Anzi, se mi ero deciso a questo passo, su cui pure avevo indugiato per anni, era proprio perché ritenevo che per la prima volta la sconfitta elettorale, per quanto drammatica e densa di rischi, aprisse l'opportunità per liberarsi finalmente di quegli orientamenti che almeno dal 2004 in poi si erano imposti nel partito. Ma, come spesso avviene in politica, le scelte soggettive e collettive non necessariamente corrispondono ai migliori auspici, per quanto illuminati, e neppure alla logica che ci si aspetterebbe da un organismo vitale. Infatti, quello che sembra profilarsi, piuttosto che la discontinuità, è il trionfo del peggiore gattopardismo. Non solo sul versante del gruppo dirigente, dove il ricorso al suo esponente più credibile in quanto meno compromesso nella gestione recente del partito serve evidentemente da ombrello per tutti gli altri, ma anche sugli altri due versanti. Perché da una vittoria della mozione bertinottiana non c'è da attendersi sostanziali ripensamenti rispetto alla prospettiva già avviata di superamento dell'identità e dell'autonomia del partito e di smantellamento del suo carattere organizzato e democratico. Ma allora è proprio vero che non valeva la pena di impegnarsi in Rifondazione in questo momento e che non ci può importare niente del suo congresso? La risposta l'avremo solo alla conclusione del congresso, o meglio nei mesi successivi, quando i nodi torneranno inevitabilmente al pettine. Spero solo che a quel punto non sia troppo tardi, e che ci sia ancora un partito. Ma fare in modo che ci sia è un compito che spetta alle energie sane e responsabili che in Rifondazione non mancano, e sono quelle che ne fanno l'unica forza politica in grado di tenere aperta l'ipotesi di un'alternativa nella società italiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Enrico Melchionda&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-2237220871913279342?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/2237220871913279342/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=2237220871913279342' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2237220871913279342'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2237220871913279342'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/07/il-congresso-di-rifondazione-e.html' title='Il congresso di Rifondazione e l&apos;esigenza di discontinuità'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-2917629361871520667</id><published>2008-06-29T19:20:00.000+02:00</published><updated>2008-07-14T19:22:33.612+02:00</updated><title type='text'>La sinistra? Un pennello</title><content type='html'>oggi la lettura dei giornali provoca stati di agitazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho letto (fonte Liberazione) che si sono riuniti, chiamati dal crs, un folto numero di esponenti della sinistra. Ecco un elenco parziale: Alfonso Gianni, Roberto Musacchio, Patrizia Sentinelli, Elettra Deiana, Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Goffredo Bettini, Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Gianni Cuperlo, Fabio Mussi, Pietro Folena, Famiano Crucianelli, Carla Ravaioli, Sandro Curzi, Miriam Mafai, Beppe Vacca, Alfredo Reichlin, Aldo Bonomi, Mauro Calise.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma il nuovo che avanza!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il relatore Mario Tronti ha detto: “la sinistra deve tornare ad essere una forza che conti” (questo il titolo dell’articolo di Anubi D’Avossa Lussurgiu). E dopo aver sostenuto che bisogna “chiudere il dopo 89, superare la diaspora che ha diviso la sinistra a partire da quella data e ricomporla unitariamente, in grande, in avanti” ha concluso che il dubbio è se “fare un grande partito della sinistra o un partito della grande sinistra”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è bisogno di commentare?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Claudio Fava (nuovo LEADER di Sinistra Democratica secondo la didascalia della foto pubblicata da Liberazione) lancia la Costituente della Sinistra e critica il PD per l’idea di autosufficienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che vorrà dire?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Veltroni ascoltava in prima fila, seduto fra Vendola e Occhetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’articolo non specificava chi era seduto alla sinistra di chi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma Veltroni era al centro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul Corriere della Sera ed altri quotidiani pagine e pagine sulla svolta (?) a destra di Barack Obama.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo aver minacciato la guerra contro l’Iran ed aver proposto Gerusalemme capitale d’Israele adesso insiste per la pena di morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su Liberazione neanche una riga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo ancora fermi al tifo che faceva Sansonetti per Obama?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ramon mantovani&lt;br /&gt;http://ramonmantovani.wordpress.com/&lt;br /&gt;28 giugno 2008&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-2917629361871520667?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/2917629361871520667/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=2917629361871520667' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2917629361871520667'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2917629361871520667'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/la-sinistra-un-pennello.html' title='La sinistra? Un pennello'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-7519341125506877781</id><published>2008-06-22T10:59:00.000+02:00</published><updated>2008-06-22T11:02:04.413+02:00</updated><title type='text'>Marzabotto, i sopravvissuti. I bambini del '44 scampati alla strage dei nazisti</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Linda Chiaramonte&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;MARZABOTTO (BOLOGNA)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nove ergastoli per omicidio plurimo continuato e aggravato, tre dei quali definitivi. Il soldato semplice Spieler, condannato in primo grado, assolto, e Kusterer, comandante di squadra della terza compagnia, assolto in primo grado, condannato in appello all'ergastolo. Si è conclusa così, oltre alla richiesta di risarcimento danni alle parti civili e danno morale alle comunità, la fase del giudizio di merito del processo d'appello nei confronti dei 17 ufficiali e sottufficiali delle SS del 16° reparto esplorante, comandato dal maggiore Reder, responsabili degli eccidi di Marzabotto che causarono la morte di più di 800 civili, prevalentemente donne e bambini, compiuti il 29 e il 30 settembre, l'1 e il 5 ottobre 1944. Il procedimento penale è stato istruito dal procuratore militare della Repubblica Marco De Paolis, pubblica accusa a La Spezia, e avviato nella primavera 2005. Il dibattimento è entrato nel vivo l'8 febbraio 2006, giunto a sentenza il 13 gennaio 2007 dopo 32 udienze (sentenza di secondo grado emessa il 7 maggio del 2008), più di 80 testimoni tedeschi, di cui solo due si sono presentati in aula (probabilmente in quanto feriti prima dell'arrivo del reparto a Marzabotto), e 130 fra sopravvissuti e familiari delle vittime. Mai prima di La Spezia era stata pronunciata una sentenza. A raccontare le atrocità viste e subite o ascoltate dai ricordi dei familiari, anziani che hanno fatto riaffiorare la memoria della loro infanzia, con l'emozione e l'orrore ancora vivi come se tutto fosse accaduto solo pochi giorni prima. Sono stati ribattezzati «i bambini del '44», fra loro una sopravvissuta dopo aver testimoniato commossa non trovando più le parole, ha concluso «il resto ce lo portiamo ancora addosso». Ora si apre la fase della Cassazione nel caso la difesa volesse ricorrere, entro i primi di giugno sarà depositata la motivazione, da quella data ricorreranno altri 45 giorni prima di passare in giudicato. Nel frattempo la procura territoriale di Monaco di Baviera ha richiesto l'esecuzione della pena (gli arresti domiciliari) per due degli imputati, riconoscendo così l'efficacia della sentenza italiana e aprendo un procedimento penale omologo nei confronti degli stessi imputati. Una vittoria che arriva a 64 anni di distanza nella sede della procura generale militare di Roma, Palazzo Cesi, lo stesso in cui nel '94 il procuratore Intelisano, all'epoca accusa nel processo Priebke, si imbatté in un carteggio fra ministeri che rivelò la presenza di documenti di cui non vi era traccia a cui seguì un'indagine interna che portò alla luce l'armadio della vergogna, che si scoprì contenere 695 fascicoli su altrettanti episodi di eccidi compiuti su tutta la penisola, in particolare fra Toscana ed Emilia Romagna. Una volta rinvenuti furono inviati alle procure militari territorialmente competenti, La Spezia nel caso di Toscana, Emilia, Liguria. Dal '94 però sulla questione cala un silenzio lungo otto anni, interrotto solo nel 2002. Il primo insabbiamento risale al 1960, erano gli anni del boom economico, l'Italia voleva voltare pagina e lasciarsi alle spalle i ricordi di guerra. Fu l'allora procuratore generale Santacroce a porre un timbro di provvisoria archiviazione su tutti i fascicoli compiendo così «occultamento di fascicoli di crimini di guerra». Fra il 2001 e il 2002 le parti offese, familiari e istituzioni del territorio di Marzabotto, richiedono lo sviluppo delle indagini che si svolgeranno fino al 2005 e comporteranno le acquisizioni di tutti gli atti del processo del '51 al maggiore Reder svoltosi a Bologna, che si concluse con la condanna al carcere a vita (Reder fu rilasciato nell''85, morì nel '91), oltre ai verbali e alle testimonianze raccolte dalla war crime commission, ufficio investigativo della V armata americana che fra il '44 e il '48 raccolse le testimonianze dei prigionieri di guerra e dei sopravvissuti italiani agli eccidi (dal '48 con la Costituzione le competenze giurisdizionali passarono alle autorità di polizia giudiziaria italiana), oltre a tutte le schede matricolari personali e di ricovero dei militari presso gli ospedali. Fino ad arrivare al 2005 data d'inizio della fase processuale, in cui l'avvocato Andrea Speranzoni ha rappresentato 83 parti civili, il collega Bonetti 18, e il legale Giuseppe Giampaolo le istituzioni, fra cui Regione, Provincia e Comuni coinvolti. Fra i pochi sopravvissuti alle carneficine del 29 settembre '44 in territorio di Marzabotto Fernando Piretti, all'epoca 9 anni, oggi 72. E' contento il signor Piretti, ma è una gioia contenuta la sua, «è andata bene» dice «sono soddisfatto per come è andato il processo finora, spero solo che non si vada in Cassazione». L'esperienza del processo è stata emotivamente pesante per tutti i testimoni, che hanno voluto essere presenti anche all'appello di Roma. Piretti, che ha testimoniato cinque volte, commenta: «a raccontarla adesso sembra una favola, ma quelle cose lì non si possono mica dimenticare. Se chiudo gli occhi e ripenso ai fatti di allora è come se li vedessi. Li ho impressi nella mente. Rinnovare la memoria mi emoziona ancora troppo, mi viene il magone». &lt;br /&gt;Sul lungo iter giudiziario usa parole dure: «Sono trascorsi 60 anni per colpa dell'armadio della vergogna, io il processo l'avrei fatto a chi ha nascosto. Non perdonerò mai chi da bambino mi ha tolto l'affetto della mamma, è da 60 anni che aspetto il suo conforto, ma lei è rimasta là, nell'oratorio di Cerpiano quel 29 settembre». Fernando Piretti è sopravvissuto all'eccidio di Cerpiano dove il mattino del 29 settembre 47 persone, più di trenta donne e una dozzina di bambini, furono riunite e rinchiuse nell'oratorio dove le SS gettarono bombe a mano dalle finestre. Piretti, ferito alla spalla si salvò, fu il corpo della madre a fargli da scudo, poi rimase riparato dai corpi dei morti. Oltre alla madre morì la sorella di 11 anni e alcuni cugini. Il padre era nascosto nel bosco, i tre fratelli più grandi erano partigiani. Il giorno dopo si svegliò con intorno solo cadaveri e un lago di sangue, il viso sporco, forse fu questo a salvarlo quando i tedeschi tornarono per finire a fucilate chi era rimasto vivo. A portarlo via di lì un giovane arrivato a cercare la madre, anche lei fra le vittime. Insieme a Piretti si salvò Paola Rossi di 7 anni e la maestra, la suora orsolina Antonietta Benni. La famiglia Piretti solo un mese prima si era rifugiata a Cerpiano da Gardelletta, località più a valle, pensando, come molti altri sfollati, che quei luoghi impervi di montagna fossero più sicuri. &lt;br /&gt;Nei giorni precedenti c'erano stati molti rastrellamenti, case e bestiame bruciati. Piretti trascorse alcuni giorni nello stabile del massacro, poi con il padre s'incamminò attraverso i boschi fino a Marzabotto, e in camion fino Bologna. Qualche giorno dopo il padre morì in ospedale, lasciandolo «orfano di vittime civili». Insieme ad un fratello raggiunse in Romagna la sorella sposata. Dopo alcuni anni tornò a vivere nei luoghi degli eccidi. Secondo l'avvocato Speranzoni il processo, dice, «ha confermato la premeditazione di un'operazione studiata a tavolino: lo sterminio di massa di un'intera popolazione. Una comunità cancellata da componenti delle SS specializzati in uccisioni di massa, esperienza fatta nei campi di sterminio dell'est europeo, per bonificare l'area, zoccolo duro della resistenza partigiana. La 16esima divisione aveva dei precedenti: era responsabile della strage di S. Anna di Stazzema». «La sentenza», continua, «ha dimostrato come, a distanza di più di 60 anni, sia stato possibile raggiungere la prova di responsabilità di crimini contro l'umanità, cosa che avrebbe riguardato un numero molto più ampio di colpevoli se celebrata anni prima». &lt;br /&gt;In fase dibattimentale è emerso che né durante gli eccidi, né in precedenza, vi furono combattimenti con i partigiani, la maggior parte degli eccidi avvennero in località dove non erano presenti partigiani. Le perdite fra loro furono modeste, circa una ventina, tutte le vittime erano civili inermi. Le azioni avvennero nelle località in cui operava la brigata Stella Rossa guidata da Mario Musolesi detto Lupo. Nessun'altra unità tedesca compì in Italia stragi paragonabili a quella di Marzabotto. Sulla sentenza è laconico l'avvocato di Kusterer Nicola Canestrini, dopo la condanna in appello del suo assistito seguita all'assoluzione in primo grado, preferisce non commentare prima della pubblicazione delle motivazioni. &lt;br /&gt;Nel gennaio 2006, in occasione del processo penale di primo grado, è nata l'associazione delle vittime degli eccidi nazifascisti perpetrati sui territori dei comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi dalla primavera all'ottobre del 1944, composta da più di 300 tra superstiti, familiari ed eredi, con lo scopo di coordinare la tutela legale familiari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 21 Giugno 2008)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-7519341125506877781?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/7519341125506877781/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=7519341125506877781' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7519341125506877781'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7519341125506877781'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/marzabotto-i-sopravvissuti-i-bambini.html' title='Marzabotto, i sopravvissuti. I bambini del &apos;44 scampati alla strage dei nazisti'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-2505716179333560573</id><published>2008-06-14T12:41:00.002+02:00</published><updated>2008-06-14T12:47:57.162+02:00</updated><title type='text'>«Come posso credere che ci sia qualcuno che crea tutto e poi ci dice: scopritelo?»</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Margherita Hack astronoma, prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia&lt;br /&gt;a lei Roberto Salinas ha dedicato il documentario "Il secolo lungo"&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Davide Turrini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Bologna&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Margherita Hack ha appena compiuto 86 anni. Assieme a lei è passato il '900. E Il secolo lungo , documentario di Roberto Salinas, presentato alcuni giorni fa al Biografilm Festival, lo testimonia. Hack è un raro esempio di coerenza morale e virtù emancipatrice che hanno contraddistinto i momenti eticamente più significativi del secolo appena passato: prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, politicamente e socialmente iperattiva, ateista e anticlericale convinta, prestante campionessa di atletica leggera, vegetariana fin dalla nascita. La incontriamo a Bologna, poco prima della proiezione del documentario a lei dedicato, dove si ripercorrono le tappe essenziali della sua vita: dall'infanzia a Firenze durante il fascismo, alla laurea in fisica sotto le bombe, fino alla cattedra ottenuta all'Università di Trieste nel 1964 e alle numerose presenze e ricerche in decine di università straniere. Una donna del ‘900, fiera, forte, intelligente, libera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Lei si è laureata nel gennaio del 1945, quando ancora l'Italia doveva essere liberata?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; La sessione dell'ottobre '44 era stata spostata perché gli alleati stavano avanzando e i tedeschi avevano buttato giù tutti i ponti. Firenze era rimasta senza luce, senza acqua, senza gas. Tutta la vita s'era fermata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Come è riuscita a conciliare il caos della guerra e della sopravvivenza con la concentrazione necessaria per studiare e laurearsi?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Le bombe caddero anche vicino a casa nostra, ma Firenze non fu bombardata come Milano, Torino e Bologna. Diciamo che si sopravviveva con la tessera annonaria, con la borsa nera e comprando il cibo dai contadini. Quando nel '44 arrivarono gli alleati, tutti i partiti uscirono allo scoperto. Ci fu un improvviso fervore, per noi del tutto nuovo. Mi ricordo che si correva qua e là a sentire tutti i comizi: repubblicani, liberali, comunisti, socialisti, democristiani. C'era un grande fermento che sfociò poi nelle votazioni per il referendum del 2 giugno '46 tra monarchia o repubblica. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Laurearsi in fisica durante la guerra richiedeva materiali e strumenti difficili da reperire?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Ho fatto una tesi osservativa e l'ho scritta sotto la luce del lume a petrolio. Per fortuna la mamma si ricordava dalla sua infanzia come si costruivano questi lumi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Il documentario che la vede protagonista si intitola "Il secolo lungo", che significa?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Secondo me, questo secolo ha incluso un'infinità di eventi: c'è una tale differenza tra l'inizio del '900 e la fine. In un secolo si è concentrato più cambiamento che nei precedenti diciannove. Mutazioni sociali, politiche, dei modi di vivere, soprattutto dopo la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Il periodo della dittatura fascista è stato il peggiore?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Fino al 1938 noi ragazzini non sentivamo l'oppressione fascista. Certamente ci sono state atrocità anche nei primi anni: mi ricordo di quando avevo cinque anni e in casa si parlava con sdegno del delitto Matteotti. Da ragazzini però si apprezzava il divertimento di essere inquadrati nel fare sport. Io ho cominciato a capire cos'era realmente il fascismo solo nel '38 quando entrarono in vigore le leggi razziali. Era ottobre, facevo la seconda liceo e avevo una professoressa di scienze ebrea, Enrica Calabresi. Da un giorno all'altro è sparita, cacciata, sostituita da un'altra. Stessa sorte toccò a molti miei compagni di scuola. Allora cominciai a capire l'assurdità, le barbarie del regime. Solo lì sono diventata antifascista. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; I suoi genitori l'hanno aiutata molto in questa emancipazione sociale e politica?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Loro sono sempre stati assolutamente antifascisti. Mio babbo era di religione protestante, la mamma cattolica ma entrambi erano poco interessati alle loro rispettive "fedi". Così aderirono alla teosofia, una dottrina di origine tibetana che, tra mille bubbole come la reincarnazione, propugnava il rispetto per tutte le forme di vita: anche per questo eravamo vegetariani. Essere vegetariano oggi è quasi normale ma una volta si portavano le stigmate della diversità. Io poi facevo atletica e con grandi risultati e non mangiando carne scandalizzavo gli istruttori. Dalla teosofia ho appreso anche quei principi contenuti negli articoli più significativi della nostra Costituzione: il rispetto di tutti indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla religione, dallo stato sociale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Dopo la cesura del dopoguerra, il secolo lungo ha previsto la cesura del '68: come l'ha vissuto?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Nella vita sociale il '68 ha prodotto una gran senso di liberazione, che io però non ho sentito perché ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia estremamente liberale. A casa mia babbo e mamma si dividevano i compiti, non c'erano ruoli predefiniti. Mio padre fu licenziato durante il fascismo e rimase disoccupato per molto tempo: allora fu mia madre a provvedere alla famiglia vendendo ai turisti davanti agli Uffizi le miniature che dipingeva. Mi hanno dato un'educazione molto libera senza impormi ruoli e quando è arrivato il '68 già mi sentivo più libera di tanti amici e compagni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Lei nel '68 era già professoressa ordinaria. Cos'è cambiato nell'università?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Il '68 per noi scienziati è stato molto importante: c'è stata la liberalizzazione della scienza e dell'università. Nel '64, quando ho ottenuto la cattedra, gli osservatori astronomici erano istituti monocattedra in cui il direttore aveva pieni poteri, cioè non era tenuto ad informare i collaboratori dei finanziamenti, né discutere dei programmi di ricerca: semplicemente li imponeva. Nel '68 invece siamo riusciti a creare un collegio allargato di professori d'astronomia che si riuniva per discutere delle ricerche, dei finanziamenti, delle necessità dei vari osservatori. Sempre sull'onda dei movimenti di contestazione si mossero anche i ricercatori di astronomia e crearono una loro associazione. Insieme fondammo il Gna, Gruppo Nazionale Astronomia che comprendeva tutti: ricercatori e direttori. E' stato un modo per democratizzare la ricerca dell'astrofisica italiana. E oggi siamo tra i migliori al mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Oggi si insiste nel parlare di crisi della ricerca, che ne pensa?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Purtroppo, almeno nel mio campo si sta tornando indietro. Noi del Gna ci siamo battuti molto per otteenere l'Istituto Nazionale Astrofisica, importante per la crescita della fisica delle particelle, ma che purtroppo è diventato una macchina burocratica i cui fondi sono spesi in gran parte per assumere una enorme quantità di personale amministrativo che sta a Roma. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Con il nuovo governo alla Ricerca scientifica è stata nominata la ministra Gelmini…&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Non so chi sia. M'hanno detto che è un avvocato. In un ministero della Ricerca forse era più utile un tecnico, uno del ramo scientifico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Però è una conferma del fatto che anche le donne, grazie alle battaglie combattute nel '900, stanno cominciando ad avere voce in capitolo nelle decisioni e responsabilità politiche del paese.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Certo, c'è stato un enorme cambiamento. Basti pensare che una volta una donna doveva solo seguire il marito e se aveva una sua carriera la doveva troncare. Le ragazze d'oggi non si rendono conto dell'enorme salto di qualità che è stato fatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Lei si è sempre battuta per rendere la società civile più laica come la nostra Costituzione vorrebbe. Quali sono ancora oggi i principali impedimenti per raggiungere questo scopo?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Beh, ci vorrebbe una bomba atomica sul Vaticano (ride, ndr ). No, forse è meglio riportare il Vaticano ad Avignone. A parte gli scherzi, con questo papa Ratzinger si sta regredendo assai: non che Wojtyla fosse un esempio di laicismo ma comunque adesso è in atto un grosso passo indietro. E poi i nostri politici sono succubi della chiesa cattolica: penso alla legge 40. E' mai possibile che non si riesca a fare una legge per le unioni di fatto sia etero che omosessuali? Perché deve esistere questa discriminazione di cittadini e questa mancanza di carità cristiana verso famiglie che sono basate sull'affetto e non sul timbro del sindaco o del parroco? Per non parlare di tutti i privilegi che si danno alla chiesa senza rispettare il dettato costituzionale. Perché dobbiamo foraggiare le scuole private? La costituzione dice: piena libertà purché senza oneri per lo stato. Invece assistiamo a questi favoritismi creati dai politici dello stato italiano per rendere materialmente ben poco cristiana la vita terrena della chiesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Sembra che dal dopoguerra ad oggi abbiamo pian piano perso coscienza civile. Di chi è la colpa?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Ma di Berlusconi, senz'altro. L'Italia è sempre stato un paese abbastanza amorale che ha sempre avuto poco senso dello stato, ma con l'esempio deleterio del berlusconismo questo difetto si è accentuato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Torniamo a ciò che è rimasto di laico nella nostra società. Ci dia intanto una definizione di scienza.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Per me è la curiosità nello scoprire le leggi della natura utilizzando l'osservazione, l'esperimento e la ragione, per poi inquadrare quest'osservazione in una legge generale. E' qualcosa che deve essere libero il più possibile da pregiudizi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Allora come possono convivere scienza e religione oggi? &lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Tanti scienziati sono credenti, ma ognuno deve operare nel suo campo scientifico basandosi sull'osservazione e gli esperimenti. Poi è padrone di credere che le cose vanno così perché l'ha voluto dio. La fede deve essere disgiunta dalla scienza. Il lavoro e la ricerca in campo scientifico possono anche essere combinati con dio, se uno ci crede. Però se uno pensa che dio è onnipotente, cioè che potrebbe aver creato tutto lui, allora io dico che è come se dio si mettesse a fare le parole crociate: ci dà le leggi della natura e poi ci dice, scopritele. Ritengo comunque che la fede è un'invenzione che l'umanità si è data sia per spiegare tutto quello che la scienza non è in grado di spiegare, sia perchè vuole semplicemente credere nell'aldilà o nella befana. Insomma, un segno di infantilismo (ride, ndr ). A parte gli scherzi: uno è libero di credere in quello che vuole, basta che non imponga la propria fede agli altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liberazione&lt;/span&gt;, 14/06/2008)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-2505716179333560573?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/2505716179333560573/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=2505716179333560573' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2505716179333560573'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2505716179333560573'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/come-posso-credere-che-ci-sia-qualcuno.html' title='«Come posso credere che ci sia qualcuno che crea tutto e poi ci dice: scopritelo?»'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-8322028235267996264</id><published>2008-06-14T12:30:00.005+02:00</published><updated>2008-06-14T12:48:42.896+02:00</updated><title type='text'>A lezione di capitalismo dal diavolo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.liberazione.it/giornale_foto_zoom.php?nome_foto=http://www.liberazione.it/GONJPG/200806/ALTE/giICUL00011420080614.JPEG&amp;id_articolo=375036&amp;DataPubb=20080614"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px;" src="http://www.liberazione.it/GONJPG/200806/ALTE/giICUL00011420080614.JPEG','375036','20080614','512','503');" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Ingo Schulze, finalista del Grinzane, ci racconta il suo "Vite nuove", dalla Ddr all'illusione dell'ovest, nel segno di Goethe&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'immagine: Il protagonista del romanzo, Türmer, viene condotto nei segreti del capitalismo e del denaro ...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Tonino Bucci&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Torino (nostro inviato)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Gennaio 1990, il Muro è caduto ma la Ddr formalmente esiste ancora. Un intero sistema sta crollando, quel che sarà del futuro nessuno sa prevederlo. L'unica certezza è che indietro non si torna. Ingo Schulze che ha fama d'essere uno degli scrittori tedeschi più talentuosi della scena contemporanea, ci racconta in Vite nuove (edito da Feltrinelli) una storia sprofondata nella provincia della Germania dell'est. Oggi si giocherà alla pari con lo spagnolo Bernardo Atxaga e Ljudmila Ulickaja il titolo di supervincitore del premio Grinzane (nella sezione degli italiani la terna è composta da Michele Mari, Elisabetta Rasy e Serena Vitale).&lt;br /&gt;C'è persino chi nel lavoro di Schulze intravede la versione contemporanea del Bildungsroman per eccellenza, il Wilhelm Meister di Goethe. Classico, se vogliamo, è anche il genere epistolario che l'autore ha adottato. Il suo protagonista si chiama Enrico Türmer. Al momento del crollo della Ddr ha vent'anni. E' un talento letterario, ha scritto romanzi che per ora giacciono nel cassetto e ha lavora anche come drammaturgo per il teatro della sua città (una biografia che coincide con quella di Schulze). Ma con la fine del socialismo reale sente di doversi gettare a capofitto in una nuova vita. Fonda un giornale locale e mette in piedi una piccola redazione attorno a sé. E qui scopre il proprio alter ego, l'altra parte di sé, l'ambizione, la corsa al denaro e al successo. Come nel capolavoro di Goethe anche Türmer è protagonista di un itinerario di formazione - che poi sarà anche un processo di disillusione. Ma la conversione alla nuova vita ha un costo: deve rinunciare al talento letterario e alla poesia per poter entrare nel mondo del futuro. Sarà Clemens von Barrista, una sorta di figura mefistofelica, a condurlo nei segreti del capitalismo e del denaro facile. E' un vero e proprio patto col diavolo come nel Faust goethiano o nella versione faustiana di Thomas Mann. Il lettore entra nell'universo di Türmer attraverso il filtro delle lettere che indirizza alla sorella Vera - con la quale ha un rapporto incestuoso - all'amico Johann e a una donna dell'ovest, Nicoletta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; "Bildungsroman", così hanno definito il suo romanzo. Una sorta di "Wilhelm Meister" del nostro tempo. Il protagonista deve rinunciare al suo passato e al suo talento per formarsi nel nuovo mondo. Sembra il destino collettivo dei tedeschi dell'est. Qual è il risultato, si sono convertiti alla nuova religione del denaro o è prevalsa la disillusione?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; La letteratura non deve spiegare, però può aiutarci a comprendere questo cambiamento del mondo. Türmer viene da un mondo in cui le parole coprivano i numeri e le cifre della realtà. Ma dopo il crollo del Muro va verso un mondo in cui i numeri coprono le parole. Lui capisce subito verso quale società si sta andando. Prima dell'89 conta la parola. Dopo l'89 contano le cifre e il denaro. Devo però precisare che il romanzo è ambientato nel '90 e allora così sembravano le cose. Oggi mi sono reso conto che anche l'ovest è basato sull'ideologia. Cioè su parole. Tra l'altro, il termine "tedesco dell'est" nasce solo dopo la caduta del Muro. Prima o ci si sentiva cittadini della Ddr o ci si nascondeva, non c'era un'ulteriore identità. Altro esempio. Per me essere cresciuto all'est ha significato non avere avuto per lungo tempo nozione di cosa fosse il denaro. E ancora oggi ho una visione dell'ovest diversa da chi ci è nato e cresciuto. Il romanzo finisce nel luglio del 1990. Ho intenzione di scrivere su come andrà avanti questa formazione. Türmer potrebbe rendersi conto del fallimento e mettere da parte il vincolo col diavolo. Ma potrebbe diventare lui stesso un diavolo ancora più malvagio…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Mefistofele fa la comparsa nel romanzo come un esperto delle tentazioni del capitalismo. Anche lui come l'omonimo diavolo nel "Faust" di Goethe, alla fine ha un ruolo positivo? Vuole il male e fa il bene?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; I ruoli sono interscambiabili. Mi hanno criticato per avere mostrato il diavolo in una luce troppo positiva. Ma io non ho fatto altro che mettergli in bocca le parole dei politici e dei governi. Ci parlano di crescita, di concorrenza ma nessuno mette più in discussione le versioni ufficiali. La mia generazione ha vissuto gli anni precedenti all'89, avevamo imparato a usare la critica, non solo verso lo Stato della Ddr ma anche nei nostri stessi confronti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Altro motivo faustiano è l'opposizione tra arte e vita. Come l'hanno risolta oggi questa contraddizione gli intellettuali della ex-Ddr nella società capitalistica?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Molti hanno vissuto il passaggio come una perdita. Io stesso lavoravo in un teatro e nella Ddr il teatro era un'istituzione centrale. Aveva un impatto sulla società. Bisognava avere cura che un determinata piéce potesse essere messa in scena e in un certo modo, ma c'era una relativa libertà al di fuori delle chiese. I teatri erano importanti per i movimenti di opposizione. Poi dopo la caduta del Muro sono finiti. Per molti è stato difficile trovare un'esistenza borghese, diventare cittadini. Prima era tutto facile, pagare l'affitto, mangiare… Se facevi l'attore guadagnavi come un medico o un insegnante o un operaio specializzato. Dopo l'89 molti non hanno saputo più come vivere e sbarcare il lunario. Hanno smarrito i fondamenti esistenziali. Chiudevano i teatri, si smetteva di leggere libri, gli insegnanti venivano sbattuti fuori dalle scuole. Io sono contento che sia crollato il Muro, ho dato anche il mio contributo perché accadesse. Ma ad essere onesti il problema, oggi, è che anche l'ovest si sta smarrendo. Ha perso capacità di critica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Qual è il nuovo occidente che si annuncia?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; E' quello che dobbiamo capire. Cosa succede all'ovest dopo che è scomparso tutto il blocco orientale? Nella politica mondiale c'è l'egemonia degli Usa. Gli Stati nazionali hanno privatizzato tutte le sfere della vita e l'economia trionfa su tutto. Questo processo minaccia la democrazia, la svuota. La sfera politica ha sempre meno spazio. Non è importante quale partito governa. E' più urgente capire quali sono le aziende dominanti. Nessuno parla delle responsabilità dell'impresa nei confronti della società. L'unica legge delle aziende è guadagnare sempre di più e nel minore tempo possibile. Il mio protagonista è un imprenditore. Dobbiamo studiare di più l'economia, quel che succede nel mondo del lavoro e come viene guadagnato il denaro. Anche la letteratura deve occuparsene. C'è una barzelletta. Prima dell'89 potevi dire tutto sul tuo capo sul posto di lavoro ma non potevi dire una parola sul segretario generale del partito. Oggi puoi scherzare come vuoi sul Cancelliere ma non puoi azzardarti a dire nulla sul tuo capo in azienda. E' una limitazione della libertà di parola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Dopo il crollo dell'est anche all'ovest siamo diventati meno capaci di criticare il potere?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Certo. Il silenzio della sinistra è un problema. Da noi in Germania dove pure la Linke è entrata in parlamento anche all'ovest, esistono disuguaglianze intollerabili. Ad esempio, c'è una sanità privata di serie A e una sanità pubblica di serie B. Mi vergogno d'avere un'assicurazione privata mentre mia moglie non ce l'ha.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liberazione&lt;/span&gt;, 14/06/2008)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-8322028235267996264?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/8322028235267996264/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=8322028235267996264' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8322028235267996264'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8322028235267996264'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/lezione-di-capitalismo-dal-diavolo.html' title='A lezione di capitalismo dal diavolo'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-8542387286324980404</id><published>2008-06-10T17:11:00.000+02:00</published><updated>2008-06-10T17:12:55.114+02:00</updated><title type='text'>Prc, ecco perchè sostenere Ferrero</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Luciano Dondero&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;AprileOnLine.info&lt;/span&gt; 09 giugno 2008, 11:26&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Dibattito     Per salvaguardare il partito sarebbe meglio vincesse la mozione dell'ex ministro e Grassi che stanno cercando le origini della debacle vissuta e avanzano l'ipotesi di una gestione unitaria. Il documento sottoscritto da Vendola infatti cristallizza tutto ciò che ha fatto di Rifondazione un fallimento totale&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho militato per vari decenni nel movimento trotskista, che è una versione radicale e rivoluzionaria del movimento comunista. Quando ho iniziato la mia militanza, Ernesto Che Guevara era ancora vivo, e il Maggio ‘68 era di là da venire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se oggi ho perso la fede della mia gioventù, in parte è anche grazie a Rifondazione comunista, alla sua insipienza, alla sua codardia teorico-politica - non si è mai voluto discutere del perché in URSS e in tutta l'Europa dell'Est il "comunismo" si sia disfatto come ghiaccio al sole, o del perché in Cina o in Corea del Nord il "comunismo" prosegua sotto forma di caricature imperscrutabili e/o patetiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo che la disfatta elettorale di Rifondazione e della sinistra arlecchina, pardon arcobaleno, che coincide con la totale cancellazione di ogni simbolo e riferimento al socialismo dal parlamento italiano, sia un evento grave. Tanto più per un partito che si è fatto sempre meno progetto per la rifondazione di una prospettiva di cambiamento sociale, e sempre di più veicolo per le ambizioni di poltrona e di carriera di un vero e proprio ceto, una minuscola appendice di quella "casta", come la si chiama oggi, che se ne sta abbarbicata nelle varie isole di governo e sottogoverno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un disastro di tale portata, se coloro che lo hanno gestito avessero un minimo di rispetto per se stessi e per gli altri, avrebbe dovuto avere una conclusione semplice e quasi banale: andarsene a casa, lasciare ad altri il compito di raccogliere i cocci e cercare di fare qualcosa di sensato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invece no! E per di più si obbliga l'insieme del partito a schierarsi, a contarsi, allineandosi con una di cinque mozioni in vista del prossimo congresso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come è successo altre volte nel corso della breve e disgraziata vita di questo partito, spesso la reale sostanza delle posizioni di ciascuno è un pò nascosta dietro delle posizioni di facciata. Cercherò di fare un minimo di chiarezza, a partire dal mio punto di vista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Brevemente, esprimo il mio parere nel merito. Ho molta considerazione per le posizioni dei compagni e compagne delle mozioni tre e quattro. Credo che in qualche modo esprimano un desiderio soggettivo di portare avanti le proprie posizioni in forma più o meno pura e più o meno rivoluzionaria, e quindi di rimanere variamente abbarbicati alle prospettive iniziali che diedero vita al progetto di una Rifondazione comunista quasi vent'anni fa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non posso però riconoscermi in loro. Intanto perché mi sembrano un pò anacronistici e in parte incoerenti, e poi perché temo che siano motivati in grande misura dal desiderio di contarsi e di gestire un proprio spazio di potere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La quinta mozione è un'entità sconosciuta, un vacuo appello al "volemose bene" in un'organizzazione dilaniata dai prodromi di una scissione, dunque inefficace ed inutile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mozione due cristallizza in maniera quasi perfetta tutto ciò che ha fatto di Rifondazione un fallimento totale. Dal candidato segretario che fa comunella con la gerarchia cattolica in quel di Puglia in vista della santificazione di Padre Pio - ometto ogni ulteriore commento, da ateo impenitente quale mi sono scoperto ancora bambino e da materialista scientifico come gli studi mi hanno permesso di diventare. Si passa poi a questi incredibili burocrati, amministratori di un piccolo potere fatto di ufficetti e di incarichi da distribuire a destra e a manca, persone senza molta intelligenza e senza alcun'ambizione che non sia quella di piazzare se stessi e i propri famigli in qualche posizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono i principali responsabili del disastro di Rifondazione, i "compagni che dicono sempre di sì", insomma i leccapiedi di Bertinotti, quelli che in primis hanno voluto questo congresso dilaniante, quelli che sperano, buttando melma in giro sugli altri, di nascondere tutta la melma che li copre da capo a piedi. Come i Borboni, "non hanno dimenticato niente e non hanno imparato niente".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invito caldamente tutte le compagne e i compagni a non votare per costoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Resta la mozione uno. Chi la compone in parte ha le stesse responsabilità di aver malamente gestito il partito della mozione due. La grande differenza che li separa dagli altri, è quasi un abisso, è questa: i compagni e le compagne della mozione uno si chiamano dentro e non fuori, non si sono dedicati a dare la colpa agli altri, o a un generico "tutti", ma hanno cercato di individuare le cause del disastro e stanno cercando di trovare una via d'uscita. Non ne condivido tutte le posizioni, ma almeno mi sembra che aprano uno spiraglio per riflettere su ciò che si dovrebbe fare in questo momento, con un saldo governo di destra insediato in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi fa ben sperare anche il fatto che la mozione uno ha detto chiaramente di essere pronta ad una gestione unitaria del partito, anzi il compagno Ferrero è stato esplicito nel criticare la scelta monocratica del congresso di Venezia. Questo è un dato molto positivo. Ovviamente non è venuta alcuna analoga considerazione da parte dalla mozione due, coloro che si considerano capi per diritto e non per una scelta delle base, insomma i delfini di Bertinotti, senza offesa per i delfini che sono mammiferi molto intelligenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa può accadere a Rifondazione? Credo che in caso di vittoria della mozione due, i vari Giordano, Vendola, Migliore si troveranno presto un nuovo rifugio, alla corte di Veltroni, naturalmente cercando di fare tutto il male possibile a quel che resterà di Rifondazione. Temo che la mozione tre abbia anch'essa già intrapreso un percorso esterno, quella della cosiddetta "unità dei comunisti" insieme a Diliberto e ad altri improbabili partner di un improbabile progetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E dunque, comunque vadano le cose, ossia anche se vincerà la mozione uno, Rifondazione si ritroverà fortemente ridimensionata. E sarà così necessario procedere ad una nuova ricostruzione di un progetto seriamente di sinistra. Mi auguro davvero che ciò possa avvenire, e per questo esprimo il mio voto per la mozione di Ferrero-Grassi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Questo testo è stato letto nella riunione del Comitato federale del PRC di Savona il 4 giugno 2008&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-8542387286324980404?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/8542387286324980404/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=8542387286324980404' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8542387286324980404'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8542387286324980404'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/prc-ecco-perch-sostenere-ferrero.html' title='Prc, ecco perchè sostenere Ferrero'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-5884060273368822870</id><published>2008-06-05T23:22:00.001+02:00</published><updated>2008-06-05T23:26:06.335+02:00</updated><title type='text'>«Sinistra quanti sbagli, hai mummificato la Resistenza»</title><content type='html'>Vittorio Bonanni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liberazione&lt;/span&gt;, 4 giugno 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Dialogo con Massimo Storchi storico, esperto&lt;br /&gt;del dopoguerra emiliano&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il triangolo rosso, la violenza postliberazione in Emilia fatta di vendette ed esecuzioni sommarie, la delegittimazione dunque di quella lotta che sta invece alla base della nostra repubblica e quindi dell'antifascismo. Tutti questi elementi sono all'origine del lento e inesorabile smantellamento del "mito" della Resistenza, che proprio in Emilia Romagna, e in particolare a Reggio, aveva conosciuto i momenti più epici e forgiato l'identità della regione. Quei fatti, lungi dall'essere oggetto di indagine storiografica, sono invece stati usati in chiave politica. Basti pensare al "Chi sa parli" del 1990 di matrice craxista che diede la stura ad una vulgata storica che ha conosciuto la sua punta di diamante nei lavori di Giampaolo Pansa, in particolare Il sangue dei vinti . Chi ha cercato di vederci chiaro negli avvenimenti drammatici di quegli anni - 1945-46 - restituendo loro una dignità storica è Massimo Storchi, storico e responsabile del polo archivistico del comune di Reggio Emilia, che nel suo libro Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra (1945-46) (Aliberti editore, pp. 286, euro 16), senza tralasciare le vendette sommarie messe in atto da ex-partigiani, punta l'indice contro la mancanza di giustizia nei riguardi dei crimini fascisti e fa risalire proprio a questo peccato originale l'incapacità della repubblica italiana di trovare un'identità abbastanza forte da resistere alle sfide del tempo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Proprio lo smantellamento della memoria legata alla Resistenza in Emilia Romagna ha dato il via ad una progressiva rimozione di quell'atto fondativo della nostra repubblica che ha portato poi all'attuale scenario, dove una destra aggressiva e all'attacco sta mettendo le altre forze politiche in un angolo...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Questo smantellamento della memoria, come lo chiama lei, deve essere suddiviso in due parti. La prima riguarda innanzitutto ciò che hanno fatto gli ex nemici, e cioè i post-fascisti, i neo-fascisti o i fascisti tout-court, a seconda di come li vogliamo chiamare. Hanno sempre avuto un comportamento molto lineare e hanno sempre difeso la loro storia. Di fronte a questo ciò che è venuto meno, ed è il secondo punto, è l'antifascismo, come ha detto con grande chiarezza il saggio di Luzzatto di qualche anno fa. Ed è venuto meno sia perché la Resistenza è stata mummificata ed è stata trasformata in una cosa così poco appetibile dai giovanissimi, sia perché, trasformandola in qualcosa che doveva andare bene a tutti, è stata svuotata anche dei contrasti, presentandola come un'esperienza realizzata da eroi bellissimi e biondi. In realtà è stato un episodio del 900 italiano fatto da uomini in cui, come in tutte le guerre e i momenti di crisi, non sono certo mancate le contraddizioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Restano però i principii...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Che è ciò che io sostengo sempre quando vado a parlare nelle scuole. Bisogna rendersi conto, dico agli studenti, di una cosa molto chiara: da una parte c'era Auschwitz e dall'altra parte c'era chi combatteva contro quel progetto. A parte dunque i principii la Resistenza resta un fenomeno storico che va analizzato con gli strumenti della ricerca storiografica, nel bene e nel male. Come dicevo, la colpa dell'antifascismo è di aver accettata questa museificazione, che ha le radici nella "guerra fredda", e di aver scelto il silenzio su tutta una serie di vicende che poi sono state usate strumentalmente. Quelle uccisioni del dopoguerra andavano raccontate da noi, perché facevano parte di quella storia, difficile e contraddittoria. Ci sono state insomma delle omissioni, poi si può valutare se in buona fede o meno. Anche la storia che racconto nel mio penultimo libro, Sangue al bosco del Lupo. Partigiani che uccidono partigiani. La storia di "Azor" , sull'uccisione di questo comandante partigiano, andava certamente raccontata prima. Capisco la difficoltà di portare alla luce certe vicende durante la contrapposizione est-ovest ma arrivati agli anni '80 o '90 continuare a tenere sotto silenzio determinati episodi è stato soltanto autolesionistico perché gli altri non aspettavano altro di poter accedere a quella serie di cliché composta dagli eccidi, dal mistero, dal complotto, dalla rivoluzione bolscevica e via dicendo. Per queste ragioni la Resistenza non è mai diventato un oggetto storiografico ma è sempre stato un oggetto politico. Usato a seconda dei periodi, la resistenza tradita, la resistenza rossa, quella bianca, ma sempre strumentalmente per colpire l'avversario di turno. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Lei sostiene che nel 1989 i comunisti italiani furono incapaci di «aprire una riflessione a tutto campo, in termini non solo storici ma culturali» e scontarono in pieno la crisi dell'antifascismo. Insomma, invece di parlare dei "ragazzi di Salò", come fece Violante, come avrebbero dovuto agire?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Che mi sembra abbia espresso, Violante, il suo assenso ad una via intitolata ad Almirante. Tutto questo comunque testimonia di una perdurante "confusione". Io non credo che gli storici siano i più indicati nel presentare linee politiche, per l'amor di dio. Però certamente il fatto che dopo l'89 si è semplicemente volta dopo volta assunto o imitato vari modelli, dagli ecologisti, a Blair o a Clinton, pur di non fermarsi un attimo e dire «noi chi siamo, che cosa abbiamo fatto, della nostra storia, e anche di questo antifascismo che cosa dobbiamo tenere e cosa invece è giusto abbandonare?». Questa riflessione non è mai stata fatta semplicemente per mantenere il potere e conservare gli stessi medesimi gruppi dirigenti. E come quel personaggio del film di Woody Allen Zelig che a forza di voler imitare gli altri non sa più quale sia la propria identità. Non c'è stata insomma una riflessione e progressivamente anche la Resistenza è diventata un peso, una cosa un po' noiosa, perché bisognava essere un partito moderno, ma sempre imitando gli altri. Recentemente sull' Espresso è stato pubblicato un bell'intervento di Piero Ignazi che parla proprio della trionfante koiné della destra. Per tanto tempo si è parlato di un'egemonia culturale della sinistra, ma negli ultimi quindici anni ha preso corpo un'egemonia culturale della destra. E su quei modelli la sinistra arranca, cerca di imitare, cerca di stargli dietro, ma, come si suol dire, è sempre meglio l'originale che la copia e la gente infatti sceglie l'originale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Come si può contrapporre questa deriva che ha portata alla nascita di quella che lei definisce "asimmetria della memoria"?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Si deve partire dalla scuola e dalla cultura in generale dando importanza a questi temi e anche mettendo a disposizione delle risorse. E dobbiamo agire sempre con la convinzione che siamo già nella fase successiva alla vittoria del berlusconismo. Non dobbiamo pensare di contrastarlo perché ha già vinto e quindi ora sta a noi vedere che cosa possiamo fare. Noi a Reggio ogni anno organizziamo i viaggi della memoria, come ha fatto Veltroni a Roma. Ma nella nostra città, dove non abbiamo la popolazione scolastica di Roma, ogni anno andiamo con 600 studenti. Ad Auschwitz, a Dachau, a Buchenwald. Ma non è soltanto il viaggio puro e semplice, c'è tutta la preparazione prima, per mesi con gli studenti ne parliamo insieme agli storici e agli insegnanti. Con loro si costruisce un percorso, ci si prepara, si fa il viaggio, si torna a casa, si lavora sui materiali, si fanno work-shop, libri, video. Un progetto che coinvolge 600 studenti e dunque almeno 1200 genitori che entrano in questo circuito di conoscenza. &lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;&lt;br /&gt; Tutto questo ragionamento non può non collegarsi con i fatti inquietanti di questi ultimi giorni e settimane, dall'omicidio di Verona alla recente aggressione squadristica alla Sapienza, passando per l'incendio ai campi rom e alla spedizione punitiva al Pigneto di Roma. Come possiamo ridare forza, a questo punto, ad un sentimento come quello dell'antifascismo?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Bisogna ricordare che l'antifascismo in Europa è ancora molto sentito, è un grosso valore. In Germania ci guardano come matti quando sanno che uno come Ciarrapico esterna le sue simpatie per il fascismo e viene pure eletto in parlamento. Da noi, dicono i tedeschi, uno come lui lo carceriamo subito. Non arriva neanche alla tv. Mentre in Italia un'organizzazione come Forza Nuova viene considerato come il Rotary Club e l'aggressione all'università non ci fa né caldo né freddo. Questo per dire che i valori dell'antifascismo hanno costruito l'Europa e non è un fatto che riguarda solo noi. Il vecchio continente nasce sul concetto "mai più una guerra tra di noi" e appunto sull'antifascismo. Poi noi abbiamo avuto la fortuna che l'antifascismo ha fortemente influenzato la nostra Costituzione e quindi se non vogliamo più parlare di antifascismo applichiamo almeno la Costituzione. Ma seriamente, cercando di colmare così la carenza etica di questa nostra fase storica. Basti pensare che la nostra, e credo proprio di non sbagliarmi, è la sola nel mondo dove l'articolo 1 parla del valore del lavoro, il quale è stato uno dei tanti frutti dell'antifascismo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-5884060273368822870?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/5884060273368822870/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=5884060273368822870' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5884060273368822870'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5884060273368822870'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/sinistra-quanti-sbagli-hai-mummificato.html' title='«Sinistra quanti sbagli, hai mummificato la Resistenza»'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-7849770084793352850</id><published>2008-06-05T22:49:00.001+02:00</published><updated>2008-06-05T23:22:21.692+02:00</updated><title type='text'>«L'antifascismo si fa anche coi nomi delle strade»</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Tonino Bucci&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liberazione&lt;/span&gt;, 4 giugno 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Dialogo con Enzo Collotti storico della Resistenza&lt;br /&gt;e dei fascismi europei&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La politica di oggi ama definirsi bipartisan e dialogante. L'Italia delle istituzioni appare un paese soft . Nei palazzi del potere si scrivono le leggi tutti assieme. Maggioranza e minoranza vanno di comune accordo e finalmente (per loro) il parlamento è stato "semplificato" (eufemismo per dire che non c'è più la sinistra rompiscatole). Il governo di centrodestra tira diritto per la sua strada ma senza scontri frontali. E lancia messaggi di moderatismo e concordia.&lt;br /&gt;Eppure la società ci rinvia un'immagine di segno opposto, quella di un'Italia hard , di un paese percorso nelle sue tante periferie da spiriti animali. Dalle città giungono notizie in sequenza di aggressioni, pogrom e caccia allo straniero in pieno stile neofascista. La società con i suoi processi di disgregazione, con le sue paure e le sue pulsioni violente, è pervasa da una cultura di destra che è divenuta ormai senso comune da bar. &lt;br /&gt;C'è contraddizione fra il moderatismo della politica e le pulsioni viscerali del paese? In superficie forse sì. Il protagonismo aggressivo di formazioni di estrema destra come Forza Nuova - o dello squadrismo spontaneo che comunque ha interiorizzato i tratti culturali del fascismo - sono un ostacolo per la destra di governo, certo. Ma osservate in profondità quelle due Italie sono figlie l'una dell'altra. Sono il frutto di un corto circuito fra una politica di destra, padronale e securitaria, da un lato, e il populismo xenofobo di cui la prima ha bisogno per camminare e prosperare, dall'altro. C'è da farsi poche illusioni sul presunto moderatismo della destra di governo. Anche per quel che essa sta facendo nella cultura di questo paese.&lt;br /&gt;Prendiamo l'esempio della toponomastica come la intende il neosindaco di Roma Alemanno. Nulla di più innocuo in apparenza. In fondo, dedicare una via ad Almirante e una a Berlinguer, una a Craxi e un'altra pure a Fanfani, sembrerebbe un gesto bipartisan, un segno di pacificazione fra tutte le storie politiche italiane. Ma dietro il linguaggio rassicurante della politica della destra si nasconde un estremismo minaccioso per la convivenza civile. Siamo di fronte a una gigantesca operazione sulla memoria storica: riaccreditare la storia del fascismo italiano nell'alveo delle culture politiche legittime e smantellare nel senso comune del paese quel che resta della cultura resistenziale e dei principi della Costituzione. Enzo Collotti non è certo tra coloro che ne sottovalutano la portata. C'è da credergli vista la sua lunga esperienza da storico della Resistenza e dei fascismi in Europa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Lo spirito bipartisan nella toponomastica sembra innocuo. Ma non è la spia del pericoloso "sovversivismo" che si annida dietro il finto moderatismo? &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Questo è il vero pericolo. E' un'operazione molto sottile tesa a far passare come "normali" cose che non lo sono affatto. Qui si finisce per legittimare la storia del fascismo italiano. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Giornali e tv hanno la loro parte di responsabilità nel modo in cui si occupano di storia?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nei media prevale un comportamento superficiale verso l'informazione sui temi storici. E siccome viviamo in un clima orrendo…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Ma si possono mettere sullo stesso piano Almirante, Berlinguer, Craxi e Fanfani?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Basterebbe ricordare la biografia delle persone. Io non ho nessuna simpatia per Craxi ma non trovo giusto che venga messo assieme ad Almirante. Sono due storie diverse. Questa è la confusione delle lingue, una Babele storica dove magari Almirante fa bella figura accanto a un componente del Cln. Sono considerazioni che possono indurre alla malinconia, ma questi sono i temi sui quali oggi bisogna condurre una battaglia. Non è possibile fare finta di nulla. Il giorno che si accetta via Almirante, si è accettato il fascismo. Lo si legittima come una delle tante forze politiche e si rinuncia alla critica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Ma qual è il rischio di questa operazione sul piano della memoria storica pubblica?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Di perdere la consapevolezza storica delle differenze fra il fascismo e le altre epoche della storia italiana. Queste sono battaglie di principio fondamentali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;In certe trasmissioni compaiono personaggi alla Alessandra Mussolini, alla Borghezio, alla Stefano Fiore e via via fino alla vedova Almirante. E' solo folclore?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;E' questo il punto nevralgico. Tutti vengono legittimati, ognuno ha diritto a dire la sua in nome di una regola bipartisan che mette nello stesso calderone fascisti, leghisti e via dicendo. Passa anche per i salotti televisivi l'operazione di accreditamento di questi personaggi e della loro cultura politica. Ci siamo dimenticati che esiste ancora il reato di apologia del fascismo? Perché nessuno lo ricorda? Se continua così il sindaco Alemanno fa apologia di fascismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Però va a rendere omaggio alle vittime delle Fosse ardeatine e si presenta come il sindaco di tutti...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sì, ma non fa altro che contrabbandare, attraverso una serie di operazioni manipolatorie, una merce che, in fin dei conti, si chiama fascismo. Quelle sono le sue origini. E' inutile cercare di abbellire la situazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Ma la sinistra che fa?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La sinistra ne ha tante di responsabilità. Ha commesso un grandissimo errore culturale nel giudicare l'antifascismo uno strumento obsoleto e superato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Le sembra corretto vedere nelle recenti aggressioni semplici atti di violenza generica e non atti politici a sfondo fascista?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Se non si vede la matrice politica non se ne esce più. Speriamo che non continuino a fare discorsi astratti sulla violenza. Bisogna individuare le radici di questa violenza. Queste aggressioni non esisterebbero se non ci fosse alle spalle una matrice politica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Il neofascismo si presenta come un innocuo discorso da bar…&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Si dice che le violenze di Roma appartengono alla matrice della xenofobia. Ma cos'è questa se non un aspetto della cultura dell'estrema destra? Qui c'è un tentativo di manipolare l'opinione pubblica. Non possiamo girare la testa dall'altra parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;I tempi del bon ton e dell'equilibrio bipartisan sono finiti. Ma cosa significa fare battaglia culturale?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Non vuol dire fare la guerra agli altri. Significa non consentire che gli altri manipolino l'opinione pubblica e che nei loro atti apparentemente innocui nascondano certe radici politiche identificabili nel fascismo e nella sua storia. Altrimenti perdiamo il senso della nostra convivenza e non capiamo neppure perché difendiamo ancora questa Costituzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;L'antifascismo deve ridiventare una memoria pubblica. Ma come?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ci sono intere fasce giovanili che di tutta la nostra storia non sanno assolutamente niente. Se noi permettiamo che si perda il filo della memoria saremmo davvero autolesionisti. Non solo, saremmo anche responsabili per un paese che non sa più quali sono la sua identità e le sue radici. E' l'antifascismo che garantisce la convivenza. Con questi signori che hanno stravinto le elezioni altro che pacificazione! Si comportano da vendicatori. Non si può stare a guardare per quieto vivere o per buona educazione tollerare che questi facciano piazza pulita di sessanta anni di lavoro culturale. E' chiaro che abbiamo difeso male la storia dell'Italia repubblicana e antifascista. Come meravigliarsi che Pansa venda un milione di copie dei suoi libri?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Certi libri vanno stroncati sul piano storiografico, certo, ma la loro forza sta nel saldarsi con i luoghi comuni, i clichè e le opinioni alla moda. Come si disarticola questo blocco?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;In un paese in cui si dice che si legge poco, bisogna interrogarsi come mai un autore venda un milione di copie. Perché il pubblico italiano legge solo queste cose, posto che le legga davvero dalla prima all'ultima pagina? Perché questo discorso diventa senso comune e altri discorsi più importanti e più fondati no? Queste domande attengono alla media della cultura politica del paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La disfatta elettorale della sinistra non è anche figlia di questo sfacelo culturale dell'antifascismo?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L'elettorato non si riconosce più in un patrimonio culturale e ideale. Si è interrotto il filo nato dalla Resistenza e dalla Costituzione. Questo comune patrimonio rappresenta un tessuto connettivo del quale la sinistra non può fare a meno. Se non si tiene presente questo, non si può fare nessuna battaglia culturale. Altrimenti tutto passa, tutto viene accettato. Anche operazioni in apparenza innocue come la dedica di una via a un esponente politico del neofascismo, sono fatti importanti perché creano un legame di identificazione nelle persone che abitano in quel territorio. Che esempio tramandiamo?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-7849770084793352850?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/7849770084793352850/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=7849770084793352850' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7849770084793352850'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7849770084793352850'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/sinistra-quanto-sbagli-hai-mummificato.html' title='«L&apos;antifascismo si fa anche coi nomi delle strade»'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-3555650266401909853</id><published>2008-06-03T19:57:00.001+02:00</published><updated>2008-06-05T22:55:16.862+02:00</updated><title type='text'>La scelta di parte dell'apicultore</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Loris Campetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da il manifesto, 30 Maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;STORIE&lt;br /&gt;A dieci anni dalla morte di Gino Vermicelli, ripubblicato «Viva Babeuf»&lt;br /&gt;Un romanzo sul sentiero della libertà, per una vita straordinaria e «normale». Da operaio a vice-commissario politico in Val d'Ossola. Preso dai fascisti e torturato. Poi nel Pci e dopo il '68 con il Manifesto&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La guerra è il male peggiore. Lo è per chi la sceglie e la impone, che si nasconda dietro la filosofia di Machiavelli (la guerra come continuazione della politica con altri mezzi), o che rinunci a qualsivoglia giusitificazione etico-politica. La guerra è entrata nella normalità delle cose portandovi dentro persino la banalità di quel male che rappresenta. La guerra è il male peggiore anche per chi la subisce, ed è costretto a diventarne attore nelle forme storicamente determinate. Nella Resistenza al nazi-fascismo la forma scelta, perché data, era la guerriglia. Perché sia il male peggiore per colui a cui è imposta è presto detto: ti rende progressivamente sempre più simile a colui che combatti. Nella lotta partigiana si entrava - chi vi entrava - per una scelta paradossalmente costretta, senza enfasi, senza voglie di martirii, con un sogno costante: che finisse, e finisse presto. Una scelta costretta, ne ha parlato a lungo Nuto Revelli, «naturale», salvo l'infamia dell'adesione al fascismo, ai suoi crimini, alla sua ideologia. Dunque, «l'unica possibile», ripeteva ai ragazzi delle scuole il partigiano Gino Vermicelli. La coscienza, le tante domande sul domani da costruire, per la maggior parte dei partigiani e delle partigiane crescevano dentro la lotta, dentro l'organizzazione di relazioni umane nuove basate non sulla gerarchia ma sulla condivisione, sulla redistribuzione delle ricchezze (della miseria), della fatica, del rischio, del cibo, delle responsabilità. La battaglia politico-ideologica forse più pregnante per chi aveva maggiori responsabilità di guida, di formazione, dentro la lotta partigiana, era finalizzata proprio a prevenire e combattere i rischi che le proprie brigate diventassero simili ai battaglioni dei nemici che si combattevano. Nei comportamenti - per esempio nei confronti dei prigionieri - e, alla lunga, persino nei sentimenti: verso il nero, verso il tedesco, o verso la popolazione civile. Perché il fine, in una guerra imposta, non può giustificare qualsiasi mezzo messo in campo per perseguirlo.&lt;br /&gt;E' questa la prima considerazione che viene in mente alla lettura (per qualcuno rilettura) del bellissimo libro di Gino Vermicelli, «Viva Babeuf», ripubblicato in questi giorni (Tararà editore, 18 euro). La prima edizione risale al 1984 a opera della Libreria Margaroli di Verbania, in collaborazione con la cooperativa «Manifesto anni '80». E' un libro fondamentale per gli adulti perché non perdano la memoria, per i giovani perché la ricerchino. E' un romanzo, una microstoria dentro la Grande Storia, la prima quella del partigiano Simon che assomiglia come un fratello gemello al partigiano Gino, la seconda è la guerra contro l'occupazione nazifascista della Val d'Ossola, la costruzione della Repubblica liberata dall'oppressione e la sua tragica fine, nel mezzo il tentativo di edificare nuove relazioni dentro il cantiere della città dell'utopia. Più che una città, montagne e valli, laghi e i ruscelli, contadini e montanari, contrabbandiere, borghi e baite. Partigiani e partigiane, italiani e ucraini, che nel momento più drammatico del rastrellamento tedesco e fascista «possono fare come vogliono, combattere o scappare... liberi di scegliere come mai lo è stato nessun soldato». Nella lettura si incontra il comandante delle truppe ucraine arruolate per forza dai nazisti e passate in blocco alla Resistenza, Conney, il quale «si convinse che se la guerra era la cosa peggiore, farla come la facevano i partigiani era il modo migliore». I protagonisti sono soprattutto ventenni, «convinti che stavamo cambiando il mondo» e questa era la forza di chi non poteva che essere lì, tra quelle montagne, a conquistare le armi in battaglia, a far saltare i caposaldi nemici, a rifocillarsi sugli alpeggi con una tazza di latte e una fetta di polenta dopo giorni passati a correre come lepri rosse, da un passo alpino all'altro, con i cani neri pronti a morderti il sedere. In basso, a fondo valle, tedeschi e nazisti, in alto, di fronte, la montagna, la libertà.&lt;br /&gt;Gino Vermicelli era un uomo straordinario, forse proprio perché rifuggiva dalla straordinarietà, dalla retorica, dal manicheismo come ha scritto Rossana Rossanda, autrice della prefazione giustamente riproposta in questa nuova edizione. Emigrato in Francia nel '30, da bambino, impegnato nella lotta clandestina contro l'occupazione nazista, torna in Italia, a Verbania, nell'estate del '43. L'operaio metalmeccanico da maquis diventa partigiano, Brigate Garibaldi, commissario politico di brigata e vicecommissario delle formazioni «rosse» in Val d'Ossola, arrestato dai neri, torturato, infine liberato nel '44 con uno scambi di prigionieri. Dopo la fine della guerra Gino ha lavorato nel e per il Pci da uomo libero, forte di quei valori e di quell'indipendenza radicatisi in lui durante l'esperienza partigiana. Maestro di tanti giovani raccontava una storia di lotta e di speranza senza mai dimenticare Brecht: «Beati i popoli che non hanno bisogno di santi e di eroi». Fu naturale per lui, nel '68, trovarsi ancora una volta dalla parte giusta, con gli studenti e gli operai in lotta, in cui vedeva la continuazione della lotta condotta da una parte della sua generazione. Si schierò dalla parte del Manifesto che ha contribuito a costruire con un impegno convinto, generoso come sempre. Sono sue le prime cronache sulle lotte operaie alla Montefibre di Verbania, a cui intramezzava lezioni magistrali, una vera scuola quadri per i più giovani. Pacifista convinto: «Sorrido quando qualcuno mi chiede "come fai tu che sei stato partigiano a essere pacifista?". E' sciocco trovare contraddittoria l'adesione di un marxista all'obiezione di coscienza. Non è che avendo fatto una guerra ci abbiamo trovato così gusto da rifiutarci di appendere lo schioppo al chiodo. Un conto è aderire con coerenza nel tempo a una visione etica e politica, un conto sono le forme dell'agire che cambiano con il modificarsi della realtà che ci circonda». Tenendo cara la memoria, soffrendo quando anche dalla tua parte politica si sente dire che «i ragazzi e le ragazze di Salò avevano le loro ragioni e i loro ideali». Gino ci ha insegnato che la memoria è una cosa viva, non un soprammobile da lucidare ogni 25 Aprile.&lt;br /&gt;Dieci anni esatti dopo la morte dell'apicoltore comunista Vermicelli, avvenuta nel maggio '98, viene riedito «Viva Babeuf», un romanzo da non perdersi in questi anni contrassegnati dai vuoti di memoria. La storia del partigiano Simon, i suoi amori, i suoi dubbi pur dentro «l'impegno più totale» della lotta per la libertà dal nazismo e dal fascismo, suggeriscono anche nuovi sentieri, nuove baite, nuove condivisioni, da cercare con modestia e condivisione. Da cercare insieme. Come fece quarant'anni fa questo giornale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-3555650266401909853?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/3555650266401909853/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=3555650266401909853' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3555650266401909853'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3555650266401909853'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/la-scelta-di-parte-dellapicultore.html' title='La scelta di parte dell&apos;apicultore'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-124287255494018745</id><published>2008-06-03T19:38:00.000+02:00</published><updated>2008-06-03T19:40:57.679+02:00</updated><title type='text'>Lettere da una affinità estetica e affettiva</title><content type='html'>(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 28 Maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Entrambi stranieri all'italiano, la scrittrice austriaca e il musicista tedesco lo scelsero come lingua del cuore nel rapporto che li unì per oltre vent'anni. Una anticipazione dalla loro corrispondenza, in uscita giovedì per la Edt con il titolo «Lettere da un'amicizia»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Ingeborg Bachmann&lt;br /&gt;Ischia, 7 luglio 1953&lt;br /&gt;7 GIUGLIO SAN FRANCESCO&lt;br /&gt;CASA CAPUANA&lt;br /&gt;FORIO D'ISCHIA&lt;br /&gt;(NAPOLI)&lt;br /&gt;Cara ingeborg bachmann, certo è pericoloso essere favoriti dalla fortuna e ricevere troppo affetto, ma un po' di fortuna di quella che non gocciola dalle grondaie intellettuali e non va a finire in fauci intellettuali, un po' di gioia delicata e di amore, forse, su una terra molto fredda sconosciuta e incontaminata, piccoli miracoli di bellezza e purezza, non può essere che un bene per chi ha voglia di lavorare: ed è questo che il futuro deve darci, spero che mi capisca. se Lei immaginasse quanto sto bene qui! inoltre è accaduto come un miracolo, apollo calando dal sole si è stabilito in quella parte chiamata san francesco dal santo di assisi, in basso, al di sotto dei vigneti, tutto avvolto da raggi di colore azzurro scuro. antico sguardo ferino. il resto non conta, comincio a lavorare, come se fosse la prima volta. nulla è accaduto finora. perché non viene qui? se mi dice precisamente che idea si è fatta (anche riguardo la spesa) Le cerco qualcosa, così quando viene troverà tutto a posto. ma è meglio se viene prima così poi si mette a cercare da sola, il che è più bello, così,anche in questo caso, non avrà da ringraziare nessuno se non se stessa.&lt;br /&gt;Suo hw. henze&lt;br /&gt;A Hans Werner Henze&lt;br /&gt;(minuta di lettera)&lt;br /&gt;Klagenfurt, I novembre 1955&lt;br /&gt;Klagenfurt&lt;br /&gt;Henselstraße 16&lt;br /&gt;il I novembre 1955&lt;br /&gt;Caro Hans,&lt;br /&gt;Questo pomerigio è arrivata la tua lettera, e mi tocca molto che è venuto ancora una volta un tempo il quale porta fuori la necessità della nostra amicizia o come si vuol chiamare questa stranezza. Penso che sento abbastanza bene il tuo buio - anche senza sapere i ragioni presenti, i detagli - e non sono meno importanti? Non è sempre lo stesso male che fa soffrire, nascosto o aperto? &lt;br /&gt;Ma prima di darti coraggio, lasciami dire un'altra cosa, un po' in relazione col problema. In una tua letteratu scrivi che io non ho detto la piena verità sulla mia situazione; questo è vero, ma non parlo perché so che posso convincere questo stato meglio senza parlare. Non è una mancanza di fiducia. Tu capisci: abbiamo parlato raramente su di me in questi ultimi tempi, e era anche poco utile, poco necessario, perché abbiamo vissuto tu là e io là, era anche bene per trovare una base più libera. Però mi sento su questa base libera nonostante più vicino a te e pronta per che cosa sempre.&lt;br /&gt;A Ingeborg Bachmann &lt;br /&gt;Napoli, 30aprile - 2 maggio 1958&lt;br /&gt;30 aprile 1958&lt;br /&gt;Divina, gemma come dura pietra, proprio adesso è arrivato un cablo dal covent garden, dove dicono che mi vogliono vedere lì soltanto alla fine di giugno. il che mi fa anche piacere a causa del mio hölderlin, ma mi dispiace perché così lo changement d'air va a farsi benedire insieme ai sopramobili inglesi che pensavo di acquistare, i soldatini scozzesi appisolati sui cannoni, le pastorelle e i caprioli dipinti in terracotta, per i quali vado matto. e questo significa che tu ancora una volta dovrai prendere una decisione. sarebbe magnifico se tu salissi su un avion e spuntassi qui, sarebbe divino e fantastico e sarei contento da morire! troverai ad attenderti un delizioso appartement e un hans che verrà a prenderti alla stazione o all'aeroporto con una elegante 1100 dalla linea slanciata e la bella terrazza ecc. ecc. e noi ci divertiremo da morire. se ti sbrighi potresti addirittura beccare la compagnia stoppa-morelli che presenta «uno sguardo dal ponte» nell'adattamento di luchino. splendida ape regina, principessa dei piselli, sanguisuga argentata, strega della poesia, suvvia non dir di no, venire devi. che ne dici alla fine della settimana? oppure?&lt;br /&gt;please make me happy!&lt;br /&gt;at least for a week you must stay!&lt;br /&gt;hans&lt;br /&gt;A Hans Werner Henze &lt;br /&gt;Uetikon am See, 4 gennaio 1963&lt;br /&gt;4 - 1 - 63&lt;br /&gt;Uetikon am See&lt;br /&gt;Seestrasse, Schweiz&lt;br /&gt;Tel: 740213&lt;br /&gt;Caro, caro Hans, non pensare che facevo soltanto chiacchiere quando dicevo che volevo scriverti spesso - perché tante volte ho davvero iniziato, ho cercato di strappare dolorosamente al mio mutismo qualche parola, ma non ci sono riuscita. Oggi sono capace, perché ormai per me è certo che la vita degli ultimi anni è finita. Non so proprio da dove iniziare. Va avanti così già da quattro mesi, da quando mi trovo qui terribilmente sola e isolata da tutto e quelle poche volte che vedevo qualcuno per un'ora dovevo per giunta fare bella figura, ho dovuto fingere che non ci sia niente, soltanto un po di malattia. Ma non era vero, non era un po di malattia, ho dovuto andare alla clinica due mesi fa, perche ho provato di suicidarmi, ma non lo farò mai più, era una pazzia, e ti giuro che non lo faccio mai più. Poi c'è oltre ora questa operazione che anche era molto grave per me, più psichicamente, ma per questo anche più grave fisicamente. Adesso sono uscita dall'ospedale e sto sui miei piedi e comincio di sperare un po, non so esattamente che cosa, ma semplicemente spero che ci sia ancora qualcosa, lavoro, l'aria, mare, di tanto in tanto, più tardi, un po di allegria. (...) &lt;br /&gt;Tutto è stato come una lunga lunga agonia, settimana per settimana, e non lo so proprio perché, non é gelosia, e tutt'un altra cosa; forse perché ho voluto veramente, tanti anni fa, fondare una cosa durabile, «normale», alle volte contro le mie possibilita di vivere, ho insistito sempre di nuovo anche se ho sentito di tanto in tanto che la trasformazione necessaria ferisce la mia legge o mio destino - non so come esprimerlo bene. Forse pure queste spiegazioni sono false - ma il fatto è che sono ferita a morte e che questa separazione è il piu grande fiasco della mia vita. Non posso imaginare una cosa più tremenda di questa che ho vissuta e che mi possessiona ancora oggi, anche se oggi comincio a dirmi che devo continuare, che devo pensare ad un futuro, ad un vita nuova. Ti scrivo tutto questo non solo per parlare con te, ma per farti capire che non è un capriccio se insisto tanto che tu venga per un giorno o due da qualche parte con me, che mi stia vicino - ne ho tanto bisogno. Lo so bene che per te adesso - con tanto lavoro e tante faccende importanti - è difficile fare un viaggio e so anche bene che preferiresti dieci volte di più fare altro e anch'io te lo consiglierei. E poi il tempo, l'inverno, certo non contribuiscono a rendere più allettante il viaggio per te. Ma ti prego, ti prego vieni con me e puoi essere certo che io non me ne starò seduta accanto a te con il broncio e durante il viaggio non sarò per te un peso, una pietra. &lt;br /&gt;Devo fuggire via da qui, anche soltanto per qualche giorno, e vorrei tanto essere felice con te e godere di ogni metro di strada e di ogni luogo e di ogni cibo. E non conosco nessuno con il quale io posso farlo e vorrei poterlo fare, eccetto te. Sì Hans è ingiusto quello che chiedo, ma se esiste un cielo certamente ti ricompenserà. Degli amici nessuno sa ancora che ci lasciamo, attenderò ancora qualche giorno, finché Max a New York non si sarà liberato delle due faticose serate di gala, questa e la prossima settimana. Allora gli scriverò, che nemmeno per salvare le apparenze sono disposta a far durare oltre la cosa e poi non ce la faccio proprio più a continuare, perché tutto ciò mi tiene legata - ed io adesso ho urgente bisogno di muovermi liberamente. Per il momento non dire ancora niente a nessuno; aspetta un po' e sarò io stessa a dirlo, se è necessario, con un «no comment». Adesso io spero, spero, spero che non succede nessun imprevisto e tu venerdì presto potrai darmi una buona notizia. Vorrei tanto rivedere Napoli, è proprio infantile, ma lo vorrei tanto e immagino già tutto il viaggio, le stradine e l'autostrada, può darsi che io poi non resto - sivedrà - ma ritorno con te. Questo sarebbe già, non credi?, abbastanza ragionevole. Adesso faccio solo cose ragionevoli, mi riposo per bene, per essere in piena forma, e presentarmi a te nella condizione migliore, le carte stradali le so ancora leggere molto bene, anche se noi due il «sud» lo conosciamo a memoria.&lt;br /&gt;Hans, ti prego!&lt;br /&gt;Ti abbraccio&lt;br /&gt;Tua Ingeborg&lt;br /&gt;LUI Hans Werner Henze Compositore tedesco, orchestratore raffinato, marxista convinto, Hans Werner Henze - nato nel 1926 - è dotato di una parabola compositiva che dal neo-classicismo va fino al jazz. Allievo di Wolfgang Fortner, cominciò con l'utilizzare la tecnica dodecafonica per poi disertare gli obblighi dello strutturalismo e della atonalità, fino introdurre, per esempio, in «Boulevard Solitude», elementi del jazz e della canzone francese. Nel '76 ha fondato il Cantiere Internazionale d'Arte a Montepulciano, dove venne eseguita la sua opera per bambini «Pollicino». LEI Ingeborg Bachmann Poetessa e romanziera nata a Klagenfurt in Carinzia nel 1926, allieva del filosofo della scienza Victor Kraft, debuttò scrivendo per la radio ma si fece conoscere tramite il Gruppo '47, che la invitò per la prima volta nel 1953 . Fra le sue opere più riuscite e più note il romanzo «Malina» del 1971, prima parte di una trilogia concepita con il titolo «Cause di morte», la cui seconda e terza parte restò in forma di frammenti. Scrisse libretti per opere musicate da Henze, e gli ultimi racconti vennero raccolti sotto il titolo «Simultan». Morì per le conseguenze di un incendio scoppiato nella sua casa romana nel 1973.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il libro: Frammenti di una comunione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;di Luca Scarlini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La relazione intellettuale, amorosa, amicale tra Ingeborg Bachmann e Hans Werner Henze si svolse principalmente sullo sfondo dell'Italia, dove avevano vissuto dall'inizio degli anni '50, spesso insieme, poi separati, tornando periodicamente nei rispettivi paesi di origine, Austria e Germania, che amavano sempre meno, pur non mancando di impegnarvisi politicamente quando veniva loro richiesto. Numerose sono le lettere che si intrecciano tra varie destinazioni del mondo e che spesso adottano lingue diverse, anche all'interno della stessa lettera, passando dal tedesco nativo, al francese, all'inglese, ma soprattutto usando l'italiano, declinato secondo modi e forme del tutto personali. &lt;br /&gt;Le Lettere da una amicizia vengono ora tradotte in italiano da Francesco Maione per la Edt (a cura di Hans Höller, pp. 312, euro 29.00) e tra queste pagine, oltre alle vicissitudini di una storia d'amore contrastata, tra proposte matrimoniali impossibili, dichiarazioni di amicizia eterna, complicate gestioni di appartamenti a Napoli, si svolge la cronistoria dei lavori che hanno unito Bachmann e Henze in una comunione anche estetica. La loro collaborazione ebbe inizio dopo un incontro, alla fine degli anni '40, a uno dei convegni che andavano segnando la rinascita postnazista del mondo culturale germanico. Henze si andava intanto sempre più affermando, prendeva forma il balletto tratto dall'Idiota di Dostoevskij, che avrebbe avuto la coreografia della russo-berlinese Tatiana Gsovsky, poi la musica per il radiodramma Le cicale e le magnifiche arie per orchestra dal titolo Nachststücken, vera e propria reinterpretazione radicale del genere «notturno». &lt;br /&gt;Dalla scrittura dei libretti di Ingeborg Bachmann e della musica di Hans Werner Henze nacquero, tra l'altro, le due opere liriche ispirate a episodi capitali del Romanticismo tedesco, Il principe di Homburg e Il giovane Lord, tratte rispettivamente dal dramma di Heinrich von Kleist dedicato al dissidio insanabile tra vita e sogno e dalla fiaba sarcastica di Wilhelm Hauff, in cui uno scimmione educato da un misantropo a vivere tra gli uomini seduce e porta alla rovina la high society di un noioso luogo di provincia. &lt;br /&gt;Ancora più emblematico della comune rivisitazione di un immaginario classico è il clamoroso balletto Undine, messo in scena da Frederick Ashton con Margot Fonteyn, in cui compare la protagonista della squisita favola ottocentesca di La Motte-Fouquè, da cui Bachmann trasse ispirazione anche per Ondina se ne va, dove racconta il destino di sconfitta della infelice sirena-bambina, sospesa nei suoi sogni, eppure risoluta a difendere la propria individualità. L'incipit è infatti quello di una invocazione che è anche una invettiva, strutturata in una scrittura da poema in prosa: «sono sott'acqua (...) E lassù passa uno che odia l'acqua e odia il verde e non capisce, non capirà mai. Come io non ho mai capito. Ormai muta, quasi sentendo ancora il richiamo. Vieni, una volta sola. Vieni!». E, ancora, dalla complicità del musicista e della scrittrice vengono fuori epiteti scherzosi, soprannomi, rimandi, come quello a Zerbinetta, il personaggio della Arianna a Nasso di Strauss evocato per la Bachmann, oppure giudizi poetici proiettati sul contesto musicale, come quello che Henze pronunciò riferendosi al romanzo Malina: «è la tua decima sinfonia di Mahler», disse alla sua compagna.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-124287255494018745?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/124287255494018745/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=124287255494018745' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/124287255494018745'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/124287255494018745'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/lettere-da-una-affinit-estetica-e.html' title='Lettere da una affinità estetica e affettiva'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-3627220562544886348</id><published>2008-06-02T20:22:00.000+02:00</published><updated>2008-06-03T20:23:09.235+02:00</updated><title type='text'>Addio Festa dell'Unità, eri bellissima!</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Maria R. Calderoni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liberazione&lt;/span&gt; del 01/06/2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un bambino e una bambina tenendosi per mano camminano ridendo su un prato verde, sullo sfondo il rosso di una immensa bandiera con stella falce e martello; sotto, in bianco, le parole «per l'avvenire d'Italia», Partito Comunista Italiano, e, in nero, «per la Repubblica». E' il primo manifesto della prima Festa dell'Unità, estate 1945: quattro mesi esatti dalla Liberazione, la Repubblica non ancora nata, il paese ancora in macerie, tramortito dalla guerra, tra fame e lutto. Ma la Festa è come un miracolo, esplode lì a Mariano Comense, provincia di Como, un paesotto di ventimila anime, nel cuore della Bassa bianca e "paolotta", devota di Papa Ratti.&lt;br /&gt;Nasce dentro un bosco fitto, l'attuale Parco della Brughiera, accanto alla località di Montestella. Un posto difficile da raggiungere coi mezzi del tempo e nessuno per la verità riesce a capire le ragioni di tale decisione. Forse si voleva scegliere Milano, ma la città era ancora un cumulo di macerie. Forse il posto ideale, per quei pionieri della Festa che doveva sconvolgere l'Italia, avrebbe dovuto essere il regale Parco di Monza, ma al momento esso risultava inagibile, ingombro com'era dei mezzi bellici americani lí parcheggiati. Così fu scelto il bosco incontaminato fra Mariano Comense e Lentate, come un gesto di taglio netto col passato, un segnale insieme di diversità e novità. E anche come un modo per il Pci di contarsi, di capire quanto il "vento del nord" soffiasse dalla sua parte.&lt;br /&gt;Soffiava. Miracolo, arrivarono da tutta Italia, cinquecentomila, forse settecentomila; con bandiere, canzoni, balere, buona roba da mangiare, vino, allegria, ragazzi, famiglie. E tanti bambini, uguali identici a quelli dell'idilliaco manifesto, a giocare sul prato brianzolo. C'era la Festa. Miracolo nel miracolo, non restò sola, ne sortirono subito altre, in giro, al Nord, ma anche al Centro e al Sud. C'era il Pci.&lt;br /&gt;Sessanta anni dopo. Estate 2005, Festa nazionale dell'Unità, Milano, Maizapalace e Montestella: proprio lì, stesso luogo, stesso nome di quella antica prima Festa del 1945. Numeri da sballo: 2 milioni di visitatori, incassi 2milioni 600mila euro, incassi pubblicità 3milioni 500mila euro, costi complessivi 3milioni 400mila, dibattiti 207; la libreria espone 90mila volumi, 180 sono le emittenti tv collegate e 15 milioni i contatti, 200 i giornalisti accreditati, e coinvolti in 26 giorni 20 direttori di testate e 25 conduttori televisivi. Una vera gioiosa "macchina da guerra".&lt;br /&gt;Quella, dunque, destinata ad essere l'ultima Festa nazionale dell'Unità si è svolta a Bologna nell'estate 2007. Il comizio d'addio l'ha tenuto Piero Fassino, «si interrompe qui una lunga storia d'amore». E il segretario Ds (anche lui sarà l'ultimo), fa l'elogio del morituro, che fu così grande e così bello, de profundis. Addio. Un addio dall'ultimo palco dell'ultima Festa, non senza una stretta al cuore, un trasalimento. Non tornerà mai più.&lt;br /&gt;Così grande, così bella, praticamente unica. Praticamente irripetibile. 60 anni in Festa è il titolo di un libro, e anche di una mostra, che appunto per il sessantesimo della Festa, ha visto la luce a Bologna: 250 foto, 100 manifesti, 21 video, il percorso tracciato dalle prime pagine del quotidiano, le sfilate degli "Amici dell'Unità", testi musicali, poesie e canzoni. E tutte le date salienti dei nostri 60 anni.&lt;br /&gt;Un libro "storico", che ha un meritato posto negli scaffali alti della Memoria popolare. Ma ci vorrebbe molto altro per dire di ciò che fu La Festa. Copiata da quella dell' Humanité , portata in Italia per iniziativa di Giancarlo Pajetta, la Festa dell'Unità ha segnato ininterrottamente non solo la vita del Pci, ma anche le date, le tappe, gli eventi più significativi della nostra storia post-Liberazione. Colossale appuntamento di popolo; corale, festosa e insieme disciplinata manifestazione di massa, anno dopo anno rappresentò, in ogni piazza e in ogni città grande e piccola, una straordinaria dimostrazione di fede e attaccamento a un ideale, a una bandiera, a un simbolo.&lt;br /&gt;Nell'anno del Signore 2007, quando dall'ultimo palco l'ultimo segretario Fassino annuncia che la Festa deve morire in nome del freddo e "oscuro" Pd, lei, La Festa, è ancora ben viva, dispiegata in tutta la sua forza e bellezza. Nel momento stesso in cui ne decretano la morte, in giro per l'Italia, dal Nord al Sud, prosperano e scintillano almeno 3mila Feste, «ma quest'anno forse ne abbiamo di più, 4.500 o giù di lì», fanno sapere. Più che morta, del tutto viva, praticamente un delitto...&lt;br /&gt;Ha macinato molto, la "nostra" Festa. Già i meri (meri?) numeri sono sconvolgenti (numeri che nessuno può vantare, nel campo, all'infuori del "vecchio" Pci). Prendete le cifre messe in fila, appunto, alla Festa di Milano 2005, e moltiplicatele per 60 anni, e vedrete cosa salta fuori. Un happening gigantesco, che è riuscito a tramandarsi per quattro generazioni di italiani, insieme lessico, discorso politico, immaginario collettivo.&lt;br /&gt;C'era una volta il Pci , è un libro (autore Edoardo Novelli), uscito per gli Editori Riuniti nel 2000, in pratica l'autobiografia del partito attraverso le immagini della sua propaganda. «La Festa dell'Unità assume negli anni un'importanza politica e sociale, il cui equivalente non si riscontra in nessun altro paese e si rivela un fenomeno in grado di essere organizzato da nessun altro partito italiano, almeno nelle dimensioni e nei numeri messi in atto dal Pci. Al di là delle impressionanti cifre, dei milioni e poi miliardi raccolti, delle migliaia e poi milioni di visitatori, delle centinaia e poi migliaia di metri quadri, delle decine e poi migliaia di stand, sin dai primi anni la Festa è svago, divertimento, politica, autofinanziamento, cultura, sport, militanza, cucina, musica e tante altre cose ancora. La sua unicità sta appunto nel riuscire a mettere insieme, a far convivere e anche a far interagire tutti questi elementi».&lt;br /&gt;Erano quei tempi, quando la mitica "diffusione militante" dell'Unità, buttava un mlione di copie...&lt;br /&gt;Addio, esercito di meravigliosi "volontari", addio Festa (tante altre cose ci hanno strappato a forza dal cuore).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-3627220562544886348?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/3627220562544886348/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=3627220562544886348' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3627220562544886348'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3627220562544886348'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/addio-festa-dellunit-eri-bellissima.html' title='Addio Festa dell&apos;Unità, eri bellissima!'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-8767155283849957516</id><published>2008-06-02T20:09:00.000+02:00</published><updated>2008-06-03T20:11:34.039+02:00</updated><title type='text'>Neo-fascismo e antifascismo, un'Italia senza memoria</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Raul Mordenti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 1 Giugno 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il manifestarsi aperto e ripetuto del neofascismo a Roma porta alla luce la devastazione politico-culturale che l'ha reso possibile. Non si tratta solo del fatto si sono attesi i pogrom contro gli zingari, i pestaggi contro i gay e i diversi, le spedizioni squadristiche armate contro gli studenti per accorgersi che, forse, nella Roma felix veltroniana qualcosa non andava. Si tratta soprattutto di capire quale fascista immagine del fascismo sia stata lasciata passare in questi anni, fino a che essa è potuta diventare senso comune, egemonia. Ha detto tutto, a questo riguardo, il bellissimo fondo di Sandro Portelli sul Manifesto del 27/5. &lt;br /&gt;Vorrei solo aggiungere qualche considerazione da testimone oculare di un'altra epoca in cui il neofascismo manifestava egemonia (un'egemonia che, anche allora come ora, si trasformava in violenza): mi riferisco all'Università di Roma quale fu fino all'assassinio di uno studente ventenne, Paolo Rossi, il 27 aprile 1966 sulle scale di Lettere. E prima di quell'omicidio a Ferruccio Parri era stato impedito, a sputi, di partecipare a un seminario; i neo-fascisti del Fuan (anche allora!) avevano vinto le elezioni universitarie, con i liberali e i democristiani di destra; e anche allora non si contavano le violenze: studenti colpevoli di avere in tasca Paese Sera (impensabile farsi vedere con l'Unità) picchiati a sangue, studentesse ebree insultate e minacciate; e anche allora Polizia, Magistratura e «libera» stampa minimizzavano e nascondevano, e parlavano di «risse». Per questo mi corrono brividi nella schiena vedendo in questi giorni riproporsi identiche la viltà del nascondimento e l'infamia dell'equiparazione fra aggressori e aggrediti. &lt;br /&gt;Occorre ricordare che maturò proprio intorno agli ambienti romani del Fuan (di cui Gianfranco Fini era dirigente nazionale) la strategia della tensione che avrebbe insanguinato l'Italia: proprio lì il Msi di Rauti, Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale di Delle Chiaie, reclutarono i futuri attori della strategia della tensione, delle azioni terroristiche e dei rapporti più sordidi con i servizi segreti. Noi ventenni antifascisti di allora possiamo testimoniare tutto ciò a un Paese privo di memoria (perché è privo di coscienza civile) e potremmo anche testimoniare, nome per nome, che proprio i ventenni squadristi e neofascisti di allora si ritrovano adesso nei posti di responsabilità del Governo e del Comune, nei giornali, nella Rai, nei luoghi di potere dell'Italia berlusconiana. &lt;br /&gt;Per questo è imperdonabile che il dibattito su Almirante cancelli del tutto e rimuova il neo-fascismo degli anni Sessanta e Settanta, di cui Almirante fu guida e protagonista. E prima si era cancellato il fascismo stesso, riducendo le sue colpe alle sole leggi razziali; così che la questione delle colpe dei fascisti sembra appartenere soltanto alla comunità ebraica romana, la quale, francamente, nei suoi attuali dirigenti non si dimostra all'altezza di tanta responsabilità etico-politica (e Dio perdoni l'on. Fiano del Pd per l'equiparazione proposta fra Almirante e Togliatti, entrambi per lui egualmente indegni della titolazione di una via).&lt;br /&gt;Ma il fascismo è stato fascista e infame sia prima del '38 che dopo il 25 aprile del '45: lo è stato prima del potere, quando impediva gli scioperi, devastava e bruciava le sedi e i giornali del movimento operaio, massacrava di botte gli antifascisti o li ammazzava; e lo è stato dopo il '22, quando distruggeva sistematicamente le libertà, esiliava, corrompeva, confinava, uccideva gli oppositori coi suoi sicari o con il carcere. E il fascismo è stato infame e razzista già in Africa (prima di Hitler!) con i gas e le stragi di civili e con leggi razziali che punivano la contaminazione dei dominatori italici con l'impuro sangue africano. Così anche il neo-fascismo è stato fascista e infame negli anni Sessanta e Settanta: io ricordo Giorgio Almirante, con il cappellino piumato - lo ha ricordato in un prezioso commento Tommaso Di Francesco sul Manifesto del 30/5 - guidare nel '68 un sanguinoso assalto squadrista, ma sono centinaia gli attentati e le aggressioni di cui il suo partito si rese responsabile; e (chissà perché?) finivano tutti senatori del Msi i golpisti e i capi dei servizi «deviati», da De Lorenzo a Miceli. Insomma: se anche Almirante non fosse stato il redattore capo della «Difesa della razza» e non avesse mai firmato bandi per fucilare i partigiani, egli sarebbe stato egualmente un nemico giurato della democrazia italiana, da condannare eticamente e politicamente (altro che «padre della Patria» da omaggiare unanimi in Parlamento!).&lt;br /&gt;Ma per osare dire oggi questa semplice e incontestabile verità occorre mettere in discussione oltre che il fascismo anche il neo-fascismo, cioè il Msi, cioè l'intera storia dei suoi ex-giovani che oggi ci governano: c'è qualcuno che ha il coraggio etico-politico di sollevare questo problema, magari fra una cena con Donna Assunta e l'altra?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-8767155283849957516?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/8767155283849957516/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=8767155283849957516' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8767155283849957516'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8767155283849957516'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/neo-fascismo-e-antifascismo-unitalia.html' title='Neo-fascismo e antifascismo, un&apos;Italia senza memoria'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-421147115632081587</id><published>2008-06-01T20:18:00.000+02:00</published><updated>2008-06-03T20:24:08.005+02:00</updated><title type='text'>2 Giugno, una triste festa per la Repubblica</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Marco Sferini&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Non c'è niente da festeggiare dell'oggi e, se gli episodi di queste settimane, intrisi di razzismo, intolleranza, xenofobia e odio, avranno la meglio sui princìpi democratici della nostra Costituzione, allora non ci sarà da festeggiare nulla neppure dopo e neppure per il ricordo, per una memoria che svanisce come neve al sole.&lt;br /&gt;La desolazione, che si estende sopra i valori e i dettami di un patto sociale che sembrava consolidato, assume connotazioni sempre più vaste e abbraccia anche settori del progressismo, della sinistra. E' di ieri la notizia che ci dice di come il presidente del VII Municipio di Roma, Roberto Mastrantonio, un comunista del PdCI abbia messo mano alla linea della fermezza e fatto sgomberare anche lui alcuni gruppi di rom che vivevano in fatiscenti baracche in mezzo ad una non fitta boscaglia della capitale.&lt;br /&gt;Non è bastato questo gesto, il compagno Mastrantonio si è anche vantato del tutto e ha parlato di "risanamento dell'area". Parole che sarebbero potute tranquillamente essere riversate nella cronaca di uno sgombero anti-rom messo in essere da Alemanno o da Cofferati (ormai la distinzione è pressochè invisibile, almeno in materia securitaria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proprio poche sere fa, un gruppo di universitari beveva qualche birra a Bologna, in piazza. L'ordinanza sindacale di cui a suo tempo abbiamo scritto, quella che vieta di consumare birre, alcolici in bottiglia per le vie di Bologna dopo le ore 22.00 è ancora in corso. E per questo i giorni sono stati multati e allontanati come se fossero dei pericolosi sovversivi, dei bivaccatori lì accampati per recare danno alla pubblica comunità. Invece sorseggiavano solo della birra e chiacchieravano. &lt;br /&gt;Sempre alcuni giorni fa, il presidente Penati, sostenuto da una giunta provinciale in cui siedono Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani, ha dichiarato che non vuole più avere niente a che fare con partiti politici che abbiano nel loro simbolo la falce e il martello. Simboli del passato, di un passato brutto e oscuro secondo Penati. &lt;br /&gt;Dimenticare la storia è una grave colpa e genera, molto spesso, solo ignoranza e stupidità. Accade anche a Roma, e in altre città d'Italia, come Imperia, che i sindaci lancino una vera e propria campagna pubblica di sostegno all'intitolazione al fucilatore di partigiani Giorgio Almirante di vie e piazze. Un grande italiano, ha detto Alemanno, interrotto solo dal dovere istituzionale di Fini che ha dovuto replicare ad un parlamentare del Partito democratico dicendo che le parole di Almirante sulle leggi razziali del 1938 erano "parole vergognose". Una dichiarazione di circostanza, che il deputato Fini avrebbe forse fatto con maggiore cautela, ma che il Presidente della Camera non può permettersi di limare fino a far riluciccare il Dna fascista che ancora circola nei pensieri, nelle parole e negli atti di chi ha odiato i comunisti sin da bambino perchè gli avevano impedito di entrare al cinema.&lt;br /&gt;E poi, in mezzo a queste scene di un'Italia autoritaria e violenta, si inseriscono gli episodi del Pigneto, dell'aggressione degli universitari de "La Sapienza", di quella al noto ballerino Kledi Kadiu a cui gli ignoti signori che lo hanno malmenato hanno detto: "Ti rimandiamo in Albania presto", aggiungendo epiteti che si possono tranquillamente immaginare.&lt;br /&gt;Ecco, questo è il clima politico, sociale e in-civile in cui viviamo oggi, apprestandoci a vivere un 2 Giugno che dovrebbe ricordarci quel 1946 quando, sconfitto il fascismo e la sua cultura della sopraffazione violenta verso chi era contrario idealmente, moralmente e praticamente, l'Italia diventava una Repubblica e metteva fuori dal suo territorio nazionale una famiglia dinastica che non aveva avuto nemmeno un centesimo del coraggio dei sovrani inglesi, rimasti nella loro capitale sotto le bombe della Luttwaffe.&lt;br /&gt;Churchill passeggiava per le vie di Londra, dopo i bombardamenti, e la folla, stremata, lo applaudiva perchè sentiva comunque vicino a sè il governo, il primo ministro e i reali che non volevano abbandonare il loro popolo.&lt;br /&gt;I Savoia, invece, come è noto, insiema a Badoglio presero la via del Sud liberato dalle truppe angloamericane e fecero della Puglia quel "governo del Re" che non fu capace di dare alcuna istruzione all'esercito e che causò l'eccidio di Cefalonia e mille altri episodi di vendetta nazista nei confronti degli italiani.&lt;br /&gt;Oggi gli italiani si fregiano di svastiche, di croci celtiche e di altri simboli che si richiamano al nazionalsocialismo per dare un significato alla lotta contro il diverso: che sia migrante, omosessuale, comunista o che altro non importa, l'importante è avere un nemico da battere, da abbattare anzi...&lt;br /&gt;Il razzismo è un fenomeno che si alimenta con il riflusso che promana dalle politiche di paura e di terrore che in questi mesi sono state create ad arte e ben gestite dai mass media e da tutte quelle forze politiche pronte a mettere all'angolo la sinistra comunista per dimostrare che la sola solidarietà possibile è quella che ci si può permettere dopo aver dato fuoco ad un campo rom o dopo aver picchiato gli studenti universitari o i migranti che gestiscono attività commerciali al Pigneto.&lt;br /&gt;E suona ancora più beffarda l'alibi ideologico non richiesto di quel signore che ha guidato la spedizione di violenza al Pigneto: io sono di sinistra, ho il "Che" tatuato su un braccio. Peggio ancora. Vuol dire che siamo davanti ad un caso di sincretismo delle inculture, perchè di cultura qui proprio si fa fatica a parlare.&lt;br /&gt;L'esasperazione sociale che deriverebbe dai borseggiatori si risolve con venti uomini armati di spranghe? Si risolve con la violenza e i pestaggi? Che uomo di sinistra è questo che imbraccia una spranga, sfascia un negozio e urla "bastardi" a persone che sono disagiate tanto quanto lui, perchè sono dei proletari come lui, dei borgatari romani, benchè bengalesi o indiani? &lt;br /&gt;Purtroppo c'è una cesura profonda oggi tra i valori e i bisogni: anche chi si ritiene progressista, comunista, rischia di incappare in un moderno giorne dantesco della vendetta e della giustizia persole che nega in assoluto ogni rapporto di scambio culturale, di natura sociale o singola che sia, che quindi si frappone tra la buona volontà del migrante ad essere accettato e la altrettanto doverosa buona volontà dell'italiano di interagire con chi viene "dal di fuori".&lt;br /&gt;Non c'è proprio niente da festeggiare il prossimo 2 Giugno. Ma se proprio volete festeggiare, andate a rileggere qualche passo del libro di Alcide Cervi "I miei sette figli". Lì c'è un esempio grande dell'umanità di cui è intrisa la nostra Costituzione, la nemica numero uno del trittico del potere: governo, Vaticano e Confindustria. Tutti insieme appassionatamente contro diritti sociali, diritti civili e laicità della Repubblica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;www.lanternerosse.it, 31 Maggio 2008&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-421147115632081587?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/421147115632081587/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=421147115632081587' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/421147115632081587'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/421147115632081587'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/2-giugno-una-triste-festa-per-la.html' title='2 Giugno, una triste festa per la Repubblica'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-5286171362973645221</id><published>2008-06-01T18:56:00.000+02:00</published><updated>2008-06-01T18:57:56.892+02:00</updated><title type='text'>Sinistra non di frizzi e lazzi</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Ivan Della Mea&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 31 maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anni settanta. Prima metà direi. Il Palazzo dello sport di Roma è gremito fino all'inverosimile. Roba picista della specie comunista: bandiere rosse + falci e martelli + qualche stellina carina il giusto. Concerto. Del Nuovo Canzoniere Italiano s'è in tanti: Giovanna Marini e il figlio Francesco, Paolo Pietrangeli, io con l'Alberto e il Paolo Ciarchi e altri musicisti e cantori. E Luigi Nono. C'è di che godere e si gode. Va Pietrangeli con la Contessa va la Marini coi Treni per Reggio Calabria vado io con la Cara moglie. Pugni alzati cori alla grande. Applausi a scroscio. Poi, Nono. Una cosa sua registrata con lui che armeggia a vista intorno a magnetofoni: suoni strani, altri, difficili da capire. Silenzio del pubblico. Poi, un fischio. Due fischi. Una selva di fischi. Nono imperterrito prosegue. Il Palazzo è tutto un fischio. Nono blocca i registratori. Silenzio. In quel silenzio Nono avanza e, solo, raggiunge il proscenio. Prende il microfono. «Compagni» - dice - «il Partito comunista italiano, il nostro partito, ha bisogno vitale di tutta la nostra cultura, di tutta la nostra intelligenza, di tutta la nostra arte e di tutto il nostro impegno». Si alzano in piedi alcuni ex zufolanti, in piedi commossi cominciano ad applaudire e io ora non posso proprio dire come proseguì l'intervento pieno di cuore e di mente di Luigi Nono e non posso dirlo perché tutti si alzarono in piedi e applaudirono e levarono i pugni e sventolarono le bandiere: non so se per la musica, certo per la forza morale di Luigi Nono che a muso duro e con la voce forte eppur trepida per l'emozione ci disse di che cosa abbisognava il comune partito.&lt;br /&gt;Propongo questo ricordo a chi s'industria oggi per una nuova e altra sinistra di cui c'è grande bisogno: nuova e altra. E un secondo ricordo propongo: ebbe a scrivere Gianni Bosio, quarant'anni e più or sono «essere la politica il livello più alto della cultura». Il livello attuale della politica non gli dà ragione, anzi. Ma da Bosio ho imparato che ogni tanto l'intellettuale deve provare ad arrovesciarsi e allora io, che grossissimo intellettuale sono: 120 chili ca., dico essere la cultura il più alto livello della politica, laonde ragion per cui impegno primo è la difesa a oltranza di quello che abbiamo: dei nostri giornali, dei nostri istituti, dei nostri archivi, della nostra editoria, dei nostri valori: dal liberté egalité fraternité per intenderci al «proletari di tutto il mondo unitevi», e assumere come militanza il compito della diffusione della nostra stampa e riscoprire la propaganda elementare socialista ed entrare nell'associazionismo come propositori di iniziative fuori dalla logica dei grandi eventi spettacolari in favore di un fare minuto ma costante; e, questa, non è «la mini-cultura caricaturale della vecchia Internazionale comunista» come dice Nichi Vendola (il manifesto 20/5) e certo «c'è bisogno di un campo vasto come il mappamondo» come no? Ma dobbiamo essere capaci sempre di fare quei sette otto passi solitari che fece Luigi Nono in quel Palazzo dello sport per dire e dirci ciò che lui disse; e dobbiamo liberarci di tutte le presunzioni dirigenziali e dei presenzialismi multimediatici per imparare ad ascoltare e tornare davanti alle fabbriche e ai luoghi di lavoro per riscoprire il noi del fare comune contro l'io del dirigente e dare aria e fiato alla fantasia e inventarsi una piazza un'agorà e lì sollecitare tutti a dare il meglio di se stessi e a mettere a disposizione la propria intelligenza e la propria cultura perché di questo ha bisogno, più che dei frizzi e lazzi di candidati segretari o già segretari in pectore, una sinistra che davvero voglia essere nuova e altra: ma non è detto che lo voglia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-5286171362973645221?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/5286171362973645221/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=5286171362973645221' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5286171362973645221'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5286171362973645221'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/sinistra-non-di-frizzi-e-lazzi.html' title='Sinistra non di frizzi e lazzi'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-1274524162508464975</id><published>2008-06-01T18:20:00.001+02:00</published><updated>2008-06-01T18:22:51.078+02:00</updated><title type='text'>Il sogno di una patria infranto sul muro dell'ostilità</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Enzo Traverso&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 31 maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Un percorso di lettura a partire dai libri di Ilan Pappe e Arno Meyer su come gli ebrei d'Israele e della diaspora leggono l'atto fondativo dello stato d'Israele L'apertura degli archivi di Tel Aviv ripropone la necessità di un bilancio storico svincolato da letture non messianiche del conflitto israelo-palestinese&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sessantesimo anniversario della fondazione di Israele e della Nakba, l'espulsione di oltre 700.000 palestinesi dalle loro terre, ha suscitato com'era prevedibile commemorazioni e bilanci. Pochi - anche questo era prevedibile - hanno abbandonato le tradizionali interpretazioni teleologiche. Per i sionisti, Israele incarna la redenzione di un popolo martirizzato da secoli di antisemitismo; per i palestinesi, costituisce invece l'epilogo della lunga storia dell'imperialismo e del colonialismo occidentali. Queste letture contengono entrambe un nocciolo di verità. Difficilmente si potrebbe contestare l'appartenenza di Theodor Herzl e dei fondatori del sionismo alla cultura imperiale e colonialista europea della fine dell'Ottocento. Aldilà della retorica sionista, tuttavia, altrettanto incontestabile è la vitalità dell'attuale nazione israeliana, letteralmente «inventata» da tutti i punti di vista: territoriale, politico, culturale e perfino linguistico, grazie alla metamorfosi di un idioma antico in una lingua nazionale moderna. Ma questa realtà non è il prodotto di una diabolica causalità imperiale né di un messianico disegno provvidenziale. Si tratta piuttosto, come sottolinea Dan Diner, del frutto di una contingenza storica.&lt;br /&gt;Israele nasce tra la fine della seconda guerra mondiale e lo scoppio della guerra fredda, in un momento eccezionale e transitorio di convergenza tra le grandi potenze, in un mondo scosso dall'Olocausto e posto di fronte a centinaia di migliaia di profughi in cerca di un tetto. Prima della guerra, soltanto la leadership sionista pensava di trasformare in uno stato la piccola colonia ebraica della Palestina (salvata nel 1942 dalle truppe alleate che bloccano l'avanzata tedesca ad El Alamein). I britannici vi erano ostili e ben pochi ebrei europei desideravano trasferirsi a Gerusalemme o Tel Aviv. Pochi anni dopo, al tempo della decolonizzazione, i sovietici difendevano la causa del nazionalismo arabo e le grandi potenze non avrebbero più potuto tracciare a loro piacimento le frontiere politiche del Medio Oriente. Insomma, Israele può essere interpretato come un miracolo o una tragedia della storia, secondo i punti di vista, ma non come un suo prodotto ineluttabile. Il fatto che i leader sionisti fossero in molti casi la versione caricaturale del colonialismo europeo (caricaturale perché incarnata da intellettuali paria) e che quelli palestinesi riproducessero tutti i tratti del nazionalismo antimperialista, non modifica il quadro d'insieme.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Opportunismo giordano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Specchio di questa contingenza fu la guerra arabo-israeliana del 1948, scoppiata al momento della proclamazione di Israele da parte di Ben Gurion, ma preceduta da una guerra civile ebraico-palestinese durante gli ultimi mesi del mandato britannico, dopo il voto favorevole delle Nazioni Unite alla divisione della Palestina. Agli occhi del mondo, la causa araba non era quella di un movimento di liberazione nazionale ma di un insieme di principati feudali che, opposti al dominio britannico, si erano compromessi con le forze dell'Asse durante la seconda guerra mondiale (e durante la guerra del 1948, cercheranno di tirare profitto dalla sconfitta araba, come la Giordania, il cui re sarà vittima di un attentato palestinese). Gli ebrei suscitavano invece la compassione dei paesi europei, come riconosceva esplicitamente Gromiko, ministro degli esteri sovietico, evocando nel suo intervento all'Onu lo sterminio nazista. Così si spiega la passività dei britannici durante il conflitto del 1948 quando, dopo quattro anni di mortiferi attentati sionisti contro l'autorità mandataria, si limitarono ad osservare i massacri e le espulsioni dei palestinesi. Così si spiega anche il sostegno sovietico alle forze sioniste, decisivo sul piano strettamente militare. L'esercito ebraico, formato dalla Haganah e dalle milizie del gruppo Stern, era dotato di armi cecoslovacche. Ben pochi, nel 1947, avevano tirato la lezione delle due prime intifada palestinesi (nel 1929 e nel 1936) o espresso dei dubbi sul progetto sionista, chiaramente formulato da Theodor Herzl fin dal 1897, di dar vita in Medio Oriente a uno stato europeo, «avamposto della civiltà» contro la «barbarie» orientale. Non solo i nazionalisti arabi, ma neppure i «sionisti culturali» come Martin Buber o il rettore dell'Università ebraica di Gerusalemme, Jeudah Magnes, furono ascoltati. Nessuno, all'epoca, commentò le analisi premonitrici di Hannah Arendt, che al momento del voto sulla partizione decise di interrompere la sua collaborazione critica con il sionismo (e la sua amicizia con Gershom Scholem).&lt;br /&gt;La guerra del 1948 - la prima di sei guerre arabo-israeliane - è stata oggetto negli ultimi due decenni di ampie revisioni storiografiche che hanno definitivamente rimesso in discussione la vecchia tesi sionista dell'«aggressione» araba e della «fuga volontaria» palestinese. Il racconto della Nakba (catastrofe) da parte dei profughi è stato confermato dalla documentazione conservata negli archivi israeliani. Una divergenza rimane tra gli storici «funzionalisti» come Benny Morris, che vedono nella cacciata di oltre 700.000 palestinesi «il prodotto di un insieme di fattori e di un processo cumulativo», e gli storici «intenzionalisti» che, sulla scia di Ilan Pappe, descrivono invece un'epurazione etnica pianificata e sistematica. Benché non vi attribuiscano lo stesso ruolo, entrambi hanno messo in luce l'esistenza di un progetto di evacuazione forzata - il famigerato «Piano Dalet» - e documentato i massacri contro i palestinesi, da Der Yassin a Tantura, tipici delle guerre civili e dei conflitti senza legge: esecuzioni sommarie di civili, distruzione di case, a volte stupro collettivo delle donne. Le atrocità arabe, nella maggior parte dei casi reattive, furono ben più limitate.&lt;br /&gt;Certo è che la condotta israeliana durante il conflitto si inscriveva nel disegno sionista di uno stato ebraico senza arabi. Potevano i palestinesi approvare un piano di divisione che attribuiva agli ebrei, un quarto della popolazione del paese, il 60% delle terre? Fatto sta che la guerra permise ai sionisti di ottenere molto più di quanto l'Onu volesse concedere. Nel 1947, gli ebrei possedevano circa il 10% delle terre della Palestina mandataria; nel 1949, alla fine del conflitto e in seguito alla promulgazione delle leggi che sancivano le espropriazioni, ne controllavano ormai l'85%. La «legge del ritorno» apriva le porte del nuovo stato agli ebrei del mondo intero, chiudendole invece a chi era stato cacciato dalla sua terra (nonostante una risoluzione dell'Onu che ne prevedeva la restituzione). In virtù di una delle tante ironie della storia, i primi a usufruire di questa legge saranno gli ebrei del mondo arabo, che il sionismo classico di matrice europea aveva sempre ignorato. Incarnazione dell'«arretratezza» orientale, essi furono sottoposti a un'intensa campagna di dearabizzazione e assimilazione ai codici culturali dell'ebraismo askenazita. Quanto ai palestinesi, essi daranno vita a una nuova diaspora e affolleranno i campi profughi di tutti i paesi limitrofi. Traumatizzata e impotente, la minoranza palestinese rimasta entro i confini del nuovo stato acquisirà una cittadinanza di seconda classe. Questi palestinesi continueranno ad abitare la propria terra diventata un paese straniero, nel quale saranno percepiti come una «quinta colonna». Mentre offriva una cittadinanza ai superstiti del genocidio nazista, un terzo della popolazione israeliana negli anni cinquanta, il nuovo stato creava una nuova massa di profughi palestinesi, autentici «paria» nel senso arendtiano del termine: esseri umani senza stato e senza diritti. Oggi, la memoria di queste vittime è sostanzialmente incompatibile con quella dell'Olocausto di cui Israele si vuole guardiano e redentore.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Israeliani nel ghetto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Iniziò dunque allora, dentro un'inespugnabile fortezza dotata di armi sofisticate e ben presto della bomba atomica, la costruzione di una «comunità immaginata» all'insegna della Bibbia, dell'ecologia e dell'Occidente: la Bibbia come fonte legittimante in ultima istanza; l'ecologia delle foreste verdeggianti al posto dei villaggi palestinesi cancellati; l'Occidente di una nazione di pionieri europei alleata degli Stati Uniti, la nuova potenza egemone del blocco atlantico. Tutti, illustra Pappe, hanno dato il loro contributo alla rinascita nazionale: dai militanti dei kibbutz (spesso avamposti militari più che isole di uguaglianza sociale) agli architetti che ridisegnavano le città, fino ai filologi, agli storici e agli archeologi che facevano riaffiorare la Palestina ebraica di duemila anni fa dalle macerie della Palestina araba moderna. Guardando oltre questa facciata, Arno J. Mayer interroga i paradossi di uno stato che sembra incarnare non il trionfo ma il fallimento del sionismo. Questi era nato, a detta dei suoi fondatori, per sottrarre definitivamente gli ebrei ai ghetti in cui l'Europa cristiana li aveva rinchiusi e in cui l'antisemitismo voleva ricacciarli. Lo stato cui ha dato vita vuole oggi costruire le mura di un nuovo ghetto - materiale e metaforico - in cui proteggere gli ebrei, separandoli ermeticamente dal mondo arabo circostante e facendone il bersaglio di un'ostilità radicale storicamente sconosciuta in seno all'islam.&lt;br /&gt;Forse ha ragione Dan Diner quando scrive che Israele è stato, «fin dall'inizio, un progetto teologico-politico della modernità». Prendendo in prestito l'ideologia e il linguaggio dei nazionalismi novecenteschi, il sionismo ha secolarizzato un'aspirazione millenaria il cui postulato risiede nell'identità tra un popolo e una religione. La collisione con il mondo arabo diventa ancora più acuta nel momento in cui, dopo la crisi di tutte le ipotesi laiche, dal panarabismo al socialismo, i palestinesi sono rimasti imprigionati in un vicolo cieco dal quale sembrano voler uscire ridefinendosi come nazionalismo religioso, nella forma dell'islamismo radicale. Potremo allora assistere a guerre di religione in versione postmoderna dalle quali tutto potrà venir fuori tranne la democrazia. Questo è il dilemma di fronte al quale si trova Israele a sessant'anni dalla sua nascita. O diventerà davvero, come dice di essere, una democrazia, ritirandosi dai territori che occupa illegalmente e trasformandosi nello stato di tutti i suoi cittadini, senza distinzioni di appartenenza etnica, linguistica, culturale e religiosa, senza un diritto al «ritorno» riservato agli ebrei del mondo intero e negato ai palestinesi che furono espulsi dalla loro terra; oppure rimarrà uno «stato ebraico», e inevitabilmente la sua democrazia assomiglierà sempre di più a quella del Sudafrica bianco ai tempi dell'Apartheid. Nei tempi lunghi della storia - su questo punto Arno Mayer ha ragione -, non lo salveranno né la Bibbia né la bomba atomica.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-1274524162508464975?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/1274524162508464975/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=1274524162508464975' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1274524162508464975'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1274524162508464975'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/06/il-sogno-di-una-patria-infranto-sul.html' title='Il sogno di una patria infranto sul muro dell&apos;ostilità'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-1798407855786964118</id><published>2008-05-27T19:17:00.000+02:00</published><updated>2008-05-27T19:18:56.288+02:00</updated><title type='text'>Perché se la prendono sempre con Togliatti</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Giuseppe Carroccia&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(tratto da www.esserecomunisti.it, 27/05/2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni qual volta nella vicenda politica italiana si cerca di eliminare(sciogliere, superare, diluire) una presenza organizzata dei comunisti, il partito comunista, puntuale come la pioggia dopo il tuono arriva l'attacco al dirigente più autorevole del pci, accusato a prescindere delle più inverosimili nefandezze: piove, Togliatti ladro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fece così Occhetto durante la svolta della Bolognina, lo ha fatto recentemente Bertinotti prima della disfatta inverosimile di cui è stato protagonista e per cui passerà alla storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non stupisce in questo accanimento la coerenza di quelli che si sono sempre rifatti alla vicenda storica di chi combattè Togliatti e la politica del pci, i trotzchisti per intenderci, quanto la pusillanimità di chi usa quegli argomenti strumentalmente, pur provenendo dalla tradizione dei comunisti italiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come se si dovesse liberare di una colpa o di un senso di colpa, gettando sulle spalle di un solo uomo la responsabilità della propria storia e delle proprie scelte passate, quasi deresponsabilizzandosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fu così importante Il Migliore? Si e per diverse ragioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seppe tradurre in scelte politiche concrete il pensiero di Antonio Gramsci e quindi affrontò i nodi più spinosi della sua epoca storica senza indulgenze e superficialità, andando diritto al cuore delle questioni, anche quando comportavano scelte dolorose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altri compagni più preparati di me, su questo sito e su Liberazione sono intervenuti ricordandole ai più giovani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A me preme ricordarne due che mi sembrano di estrema attualità, sia nella proposta che nel metodo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'analisi che egli fece del fascismo contenuta nel famoso rapporto recentemente ripubblicato con sagacia da una casa editrice intelligente come Laterza e la cocciutaggine con la quale al tempo del primo centrosinistra si battè per rimettere al centro del dibattito politico la questione del salario come la più importante riforma di struttura di cui il paese avesse bisogno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Oggi che siamo governati da questa destra pericolosissima e che si vuole eliminare il contratto collettivo, credo che la migliore risposta ai suoi detrattori sia rileggere quelle pagine e farne tesoro per le difficili battaglie che ci attendono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il motivo vero, quello più importante, per cui se la prendono sempre con Togliatti è perché, nonostante rifulgesse da qualsiasi atteggiamento populista, anzi forse proprio per questo, è stato molto amato dal popolo lavoratore dei suoi tempi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo spiega bene, come solo i poeti sanno fare, una famosa poesia di Umberto Saba del 1951, dedicata a un giovane comunista, fa così:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho in casa -come vedi- un canarino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giallo screziato di verde. Sua madre&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo, o suo padre, nacque lucherino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E'un ibrido. E mi piace meglio in quanto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nostrano. Mi diverte la sua grazia,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;mi diletta il suo canto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torno, in sua cara compagnia, bambino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma tu pensi: I poeti sono matti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guardi appena; lo trovi stupidino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ti piace più Togliatti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Durante il concerto del primo maggio di qualche anno fa, nella piazza san giovanni ancora strapiena di giovani, verso mezzanotte, risuonarono le note e le parole di Giovanna Marini e Francesco De gregari che cantavano l'ultima canzone del concerto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credevo alle mie orecchie. Avevano scelto proprio la canzone I Funerali di Togliatti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi guardai intorno per vedere l'effetto che facevano su quei giovani la musica e le parole di quella canzone che a me era sempre apparsa come una delle più brutte e vetero della storia della musica popolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credevo ai miei occhi, la sapevano e la cantavano con trasporto ed emozione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questi so matti, pensai, ma come al solito, mi sbagliavo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-1798407855786964118?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/1798407855786964118/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=1798407855786964118' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1798407855786964118'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1798407855786964118'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/perch-se-la-prendono-sempre-con.html' title='Perché se la prendono sempre con Togliatti'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-3450517729409428792</id><published>2008-05-23T11:06:00.000+02:00</published><updated>2008-05-25T11:10:05.207+02:00</updated><title type='text'>«Woody Guthrie? Il cantore della dignità e della rivolta che "rubava la strada" sui treni»</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Franco Minganti docente di letteratura americana all'università di Bologna&lt;br /&gt;co-curatore del convegno sull'autore delle ballate dell'Altra America&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Daniele Barbieri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cantore della rivolta e della dignità, cittadino del mondo eppure americano come pochi, Woody Guthrie nasce nel 1912 in Oklahoma. La sua è una famiglia benestante che in pochi anni si impoverisce: a 25 anni lascia moglie e figli per andare da uno zio in Texas. Poi segue le piste della polvere cercando fortuna in California. La sua autobiografia ( Bound for Glory del ‘43) inizia così:«Vedevo uomini di tutte le razze sballottati nel vagone merci. Stavamo in piedi o sdraiati, buttati qui e là». In fuga dalla miseria, in cammino verso gloria e libertà. Lui gira in autostop oppure "rubando strada" sui treni, come raccontano tante canzoni o il film L'imperatore del nord . In quasi tutte le foto sulla chitarra (una delle centinaia che usa) si legge la scritta This machine kills fascists . Dagli anni '30 alla fine degli anni '50 è protagonista della storia sociale, artistica e politica statunitense. In prima fila nella mobilitazione per Sacco e Vanzetti. Racconta il processo e la condanna a morte in alcune ballate: Quando abbassarono l'interruttore in quella notte d'estate d'agosto / la gente per strada piangeva, marciava e cantava / in tutte le lingue del mondo . &lt;br /&gt;Scrive, marcia, soprattutto canta. «Ci sono due generi di canzoni: quelle che buttano giù e quelle che tirano su […] che cercano di rendere le cose migliori per tutti, che protestano contro le cose che non funzionano e Dio sa quante sono». Il ribelle ottiene anche un successo commerciale con i Weavers (dove si fa notare Pete Seeger) ed è amato in mezzo mondo. Il lungo '68 mondiale lo riscopre. Da Bound for Glory , il regista Hal Ashby trae nel 1976 il film (lento e pieno di melassa però) Questa terra è la mia terra . &lt;br /&gt;Ancora oggi Guthrie è al centro dell'attenzione. Negli ultimi anni sono usciti in Usa libri importanti su di lui: Ramblin' Man. The Life and Times of W. G. di Ed Cray e Prophet Singer. The Voice and Vision of W. G. di Mark Allan Jackson e un terzo di Guy Logsdon è in arrivo. Ma soprattutto molti musicisti hanno ripreso qualcuno dei tremila testi che Guthrie scrisse: da Bruce Springsteen a Billy Bragg al gruppo Klezmatics. Negli Usa un libro-cd ( The Live Wire ) vince il Grammy 2008 come «migliore registrazione storica»: è un lungo dialogo del 1949, in buona misura improvvisato, con la moglie Marjorie durante un concerto in un community center di Newark. L'anno scorso Derive-Approdi ristampa Canzone politica e cultura popolare in America, il mito di W. G. di Sandro Portelli. Feltrinelli pubblica ora il bellissimo Le canzoni di Woody Guthrie curato da Maurizio Battelli. E adesso il convegno "Woody Guthrie e la dignità dell'uomo" dal 21 al 23 maggio in vari luoghi di Bologna (il programma completo è su www.iger.org) rilancia ulteriormente l'attenzione su di lui.&lt;br /&gt;A volere fortemente questo convegno è Franco Minganti che insegna letteratura americana all'università di Bologna. E' lui che ci guida, come suggerisce il sottotitolo, fra "Storia, letteratura, musica, immagini".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Un convegno molto ricco a 41 anni dalla morte di Guthrie. Come nasce?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il convegno ha una genesi lontana e prende una forma più definita quando Maurizio Bettelli incontra Nora, la figlia di Woody, e scopre le mille attività dei Wga, i Woody Guthrie Archives di New York. Bettelli è musicista, americanista, insegna alla scuola Holden di Baricco e ha riproposto (anche con me, Sandro Portelli, Franco Meli e altri) vari spettacoli su Guthrie e la musica popolare degli Usa dai quali emergono molte e assai diverse facce di quella identità profonda dell'America che resta mitizzata più che conosciuta».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Da noi Guthrie è noto più come ribelle o "padre spirituale" di Bob Dylan che come &lt;/span&gt;artista poliedrico. E negli Stati Uniti di oggi?&lt;br /&gt;Oggi gli Usa rifanno i conti con un periodo cruciale della loro storia: proibizionismo, depressione, la grande crisi degli anni '30, Roosevelt e il New Deal, guerra al nazifascismo e poi paranoia anticomunista. In tutte queste vicende lui è protagonista. Negli Usa, grazie al lavoro della figlia Nora, si sono ritrovati molti materiali preziosi mentre i libri di Cray (specialista in biografie) e Jackson hanno avuto un successo imprevisto. Guthrie lasciò centinaia di testi senza musicarli e Nora ne ha passati alcuni a musicisti (come Bragg o il tedesco Wenzel) e gruppi (Wilco, Klezmatics) che li incidono; con Wonder Wheel , proprio sui suoi testi, due anni fa i Klezmatics vincono il Grammy per il miglior disco di world music. Al convegno ci sono anche gli Stormy Six, fra i pochissimi, a mia memoria, che in Italia portassero sul palco le sue musiche. Mentre negli Usa Springsteen ha ripreso la vicenda di Tom Joad. Al convegno c'è Dave Marsh, curatore degli scritti di Woody nonchè biografo e consigliere dello Springsteen della prima ora. Parleremo anche del Guthrie meno noto sia come artista che sul piano umano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Potremmo dire che Guthrie fu il massimo esponente di un modo molto americano di essere&lt;/span&gt; "antiamericani"?&lt;br /&gt;Sicuramente. Disegni, scritti e canzoni si inseriscono in un filone che potremmo chiamare la radicalità della libertà: la responsabilità di denunciare quel che contraddice i primi emendamenti della Costituzione, considerati da molti la faccia più importante, autentica della Rivoluzione americana. C'è il Guthrie che collabora con People's World , rivista collegata al Partito comunista (la sua rubrica si intitolava "Woody dice") e che suona ovunque per solidarietà in cambio d'un piatto di fagioli o poco più. Mark Allan Jackson, uno dei relatori, ci parlerà del "vangelo sociale" nelle sue canzoni mentre Sandro Portelli rintraccerà il Guthrie politico persino nelle canzoni dedicate all'infanzia, riscoperte appieno da poco. Ma sul piano storico sarebbe riduttivo vederlo solo come esponente dell'Altra America. C'è l'artista e il comunicatore sempre più raffinato: ancora giovane,nel 1937, inizia a Los Angeles un'esperienza radiofonica mentre gli viene offerta la possibilità di scrivere. Man mano completa il quadro: musica, radio, disegni, articoli. Da qui il sotto-titolo del convegno. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Le altre facce di Guthrie? &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Frank London dei Klezmatics a esempio parlerà del suo rapporto con la cultura ebraica e yiddish. Era un curioso, in un certo senso onnivoro o globale, diremmo oggi. Una sua frase famosa ci ricorda: «Tutto ciò che abbiamo non è che la somma di tutto ciò di cui siamo debitori» e può valere anche in questo contesto. Guthrie riconosceva i suoi debiti: un punto di riferimento fu certamente Will Rogers, caustico umorista e affabulatore populista, un figlio dell'Oklahoma che fu anche pioniere dell'aviazione e star della radio, dunque una sorta di icona popolare. Il populismo di Guthrie è più raffinato, con maggiore chiarezza politica, ma in comune c'era il desiderio di un linguaggio comprensibile a tutti. Le esperienze radiofoniche influenzano la sua oralità: «devi parlare come chi ti ascolta». Ma anche i suoi disegni sono semplici, vernacolari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;E invece il Guthrie più privato?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ci sono le canzoni per i bambini che scrisse dopo la seconda guerra: era andato volontario in marina e al ritorno cercò un po' di serenità in famiglia. Si diverte a scrivere: «Mi spalmerò di colla e con i francobolli in testa mi spedirò a te» ma ai bambini canta anche «Com'è che il padrone si prende tanti soldi? Come mai, oh come mai? Non lo so neanche io. Ciao, ciao, ciao, ciao». C'è il Guthrie che conosce Steinbeck sul set di un documentario e resta folgorato dalla lettura di Furore dove Steinbeck cattura perfettamente i migranti delle tempeste di polvere, l'anima della sua gente e delle sue canzoni. Quando John Ford ne gira il film, Woody si ritrova sul set e forse dà anche qualche consiglio musicale. A Los Angeles invece frequenta i "radicali", poi a New York riscopre la cultura nera (in testa Leadbelly) e quella yiddish, dalla quale quasi viene adottato. Per lui si adopera spesso il termine "filosofo casereccio", noi diremmo saggezza popolare. All'inizio c'è una fascinazione reciproca fra lui e il mondo degli intellettuali e degli artisti, ma poi ne critica certi aspetti "industriali" rifiutando censura e auto-censura che gli vengono chieste; non si vuole fare incasellare, ripulire. Infine c'è il Guthrie malato degli ultimi anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Come finisce in ospedale psichiatrico?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Inizia a stare male, si fa iracondo e dà segni di squilibrio, spesso se ne va di casa. Nel '54 è arrestato per vagabondaggio, gli viene diagnosticata la Corea di Huntington, una malattia ereditaria. E' ricoverato. Parenti, amici e musicisti della nuova scena folk vanno a trovarlo in una sorta di pellegrinaggio. Alterna momenti di lucidità e di buio ma non si riprenderà. La fondazione diretta dalla figlia Nora è impegnata anche nella lotta a questa terribile malattia della quale si sa ormai tutto ma per la quale non esiste cura. Per vedere alcune delle tante facce di Guthrie consiglio il sito www.woodyguthrie.org, in inglese, lì si trova quasi tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liberazione&lt;/span&gt;, 22/05/2008)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-3450517729409428792?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/3450517729409428792/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=3450517729409428792' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3450517729409428792'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3450517729409428792'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/woody-guthrie-il-cantore-della-dignit-e.html' title='«Woody Guthrie? Il cantore della dignità e della rivolta che &quot;rubava la strada&quot; sui treni»'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-6249109380273594587</id><published>2008-05-21T09:45:00.000+02:00</published><updated>2008-05-25T09:47:40.744+02:00</updated><title type='text'>Il federalismo dei più ricchi</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Francesco Indovina&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 20 Maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli anni del prossimo governo Berlusconi saranno durissimi, infatti mentre nel precedente suo governo ha teso soprattutto a occuparsi dei «suoi affari» (economici e giudiziari) oggi si dedicherà a «noi». Molte sceneggiate, qualche mancia, ma una consistente ulteriore redistribuzione del reddito (sempre di più a chi ha). Il tutto favorito dalla «crisi», non a caso si annunziano decisioni impopolari. Forse riuscirà a dispiacere molti di quelli che l'hanno votato. Il forse è necessario e cautelativo perché la sua capacità comunicativa è tale da far passare come bianco il nero e viceversa (proprio il contrario del Governo Prodi, ma questa è un'altra storia).&lt;br /&gt;Un primo forte annunzio di riforma è il confuso e indeterminato progetto di «federalismo fiscale», che comunque sarà attuato, non a caso la Lega presenzia le competenze di governo sulle riforme (e poi anche l'opposizione è convinta della sua utilità. È vero che Dio acceca chi vuol perdere). &lt;br /&gt;Oscuro in questo progetto è ogni riferimento alla «solidarietà» del paese: ciascuna regione faccia parte per se stessa, anche se qualche «mancia» sarà accordata al mezzogiorno (la considerazione del contributo elettorale dato da molte regioni meridionali non potrà essere dimenticato) e soprattutto si farà molto rumore con qualche investimento eclatante ma non prioritario e forse non utile (il ponte sullo stretto? che fa tanta gola alle imprese del nord e alle mafie del sud). Incerta è la tipologia della tassazione che sarà trasferita, incerto il quantum.&lt;br /&gt;Ma non è soltanto la mancanza di un impianto «solidale» che deve preoccupare e l'incertezza sulla natura di tale federalismo, ma anche le conseguenze. Per esempio un punto di grande interesse è che fine farà il «debito pubblico» (qualcuno, pare, comincia a sollevare il problema). Per ogni quota di «minori» entrate fiscali al centro, una identica quota del debito pubblico dovrà essere trasferito alle regioni. Si tratta di un principio di equità fiscale e sociale dal quale non si potrà deviare. Ma come attribuire alle diverse regioni questo carico di debito? La cosa non sembra particolarmente difficile. Prendiamo le mosse dal fatto che al «debito pubblico» corrisponde un «reddito privato»: chi ha prestato soldi allo stato ne ricava degli «interessi»; un criterio equo è quello di distribuire il «debito pubblico» (pagamento degli interessi e restituzione del capitale) in ragione alla quota di interessi che in ogni regione vengono percepiti, che cioè corrisponde già oggi alla «distribuzione» tra le regioni del debito pubblico (e perché non ci siano travasi improvvisi, si assume la situazione al 31 dicembre 2007). In quest'ottica ogni regione, inoltre, si impegna a realizzare gli obiettivi di risanamento. &lt;br /&gt;Un secondo annunzio, che, non meravigli, trova grande consenso nel precedente e nel nuovo presidente della Confindustria è quello relativo alla detassazione degli straordinari e dei premi. Un provvedimento a favore del «lavoro». Non c'è dubbio che i lavoratori ne ricaveranno dei benefici, ma solo loro? Non sarà che anche le «imprese» (mai usare il termine «padroni») ne ricavano non piccoli benefici? La detassazione riguarderà, infatti, sia la quota a carico dei lavoratori sia quella a carico dell'impresa. E se così fosse, e se questo provvedimento risultasse stabile ci dovremmo meravigliare di vedere aumentare a dismisura il «lavoro straordinario» (in sostituzione di quello «ordinario»)? E ancora non ci potremmo meravigliare se all'improvviso le rilevanti (forse eccessive?) remunerazioni dei manager si riducessero drasticamente mentre crescerebbero oltre ogni misura i «premi»?&lt;br /&gt;Insomma bisogna stare molto attenti perché in ogni provvedimento sta nascosta la coda del serpente, e se non si fosse in grado di contrastare tali decisioni almeno renderli trasparenti può aiutare a capire.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-6249109380273594587?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/6249109380273594587/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=6249109380273594587' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/6249109380273594587'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/6249109380273594587'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/il-federalismo-dei-pi-ricchi.html' title='Il federalismo dei più ricchi'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-7309086954282263383</id><published>2008-05-10T16:21:00.000+02:00</published><updated>2008-05-10T16:22:23.811+02:00</updated><title type='text'>Tel Aviv festeggia i 60 anni, i palestinesi no</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Michele Giorgio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 9 maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cerimonie pubbliche e parate, ma anche un raid su Gaza. E dall'altra parte si ricorda la «Nakba» con una marcia dei profughi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Israele ha festeggiato ieri il suo 60esimo compleanno con cerimonie pubbliche, gite, parate. La giornata è stata dedicata da molti israeliani ai picnic nei boschi, nei parchi pubblici e nei giardini privati e persino dallo spazio sono giunti gli auguri dell'astronauta ebreo Garret Reisman, membro dell'equipaggio della stazione spaziale internazionale. L'aviazione militare ha tenuto esibizioni acrobatiche non mancando però di compiere anche un attacco contro Gaza provocando il ferimento grave di quattro palestinesi - due civili e due attivisti del Jihad - investiti in pieno dall'esplosione di un razzo. Ma verso il cielo ieri non sono saliti soltanto i caccia F-16 israeliani ma anche 21.951 (come i giorni di Israele) palloncini di colore nero lanciati da centinaia di ragazzi palestinesi di Ramallah, Betlemme, Nablus, in segno di lutto per un anniversario che rappresenta anche la Nakba, la «catastrofe» nazionale palestinese.&lt;br /&gt;«Israele festeggia ma per noi, che non abbiamo uno Stato, che viviamo sotto occupazione e nei campi profughi, è una giornata nera - ha detto un giovane palestinese - e abbiamo voluto dipingere il cielo di nero sopra la testa di George Bush che verrà (la prossima settimana) a celebrare la nostra disfatta e il nostro esodo forzato». Nei prossimi giorni sono previste varie iniziative per la Nakba, come la marcia dei profughi verso i punti di confine con in mano le tende piegate dove sono stati costretti a vivere per anni, le chiavi delle loro case originarie in Palestina e con appesa al collo la scritta con il numero 194, la risoluzione dell'Onu che sancisce il diritto dei rifugiati al ritorno. Domenica invece il gruppo «Sopravvissuti alla Nakba» si recherà a Gerusalemme Ovest, la zona ebraica della città, davanti alle case palestinesi confiscate da Israele dopo il 1948.&lt;br /&gt;Le commemorazioni della Nakba coincideranno con la conferenza che si terra la prossima settimana a Gerusalemme con la partecipazione di Bush, dell' ex premier britannico Tony Blair, di Henry Kissinger e numerose altre personalità internazionali. Ieri si è saputo che Bush, non prenderà parte al vertice a tre con il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen. Ciò conferma che israeliani e palestinesi non hanno raggiunto alcun accordo su quella dichiarazione di intenti, richiesta dal Segretario di stato Condoleezza Rice, che si trascina dallo scorso novembre, quando le parti si incontrarono ad Annapolis. Secondo altre versioni la decisione del presidente Usa sarebbe essere collegata all'incerto destino politico di Olmert coinvolto in una indagine su mazzette elargite negli anni Novanta da un palazzinaro di Long Island, Morris Talansky, quando il premier israeliano era sindaco di Gerusalemme.&lt;br /&gt;Ieri sera era attesa la decisione della magistratura se sollevare, pienamente o parzialmente, il silenzio stampa imposto sull'intera vicenda ai media locali. Negli Stati Uniti però il New York Post ha già rivelato tutti i particolari dello scandalo. Le dimissioni di Olmert sono probabili nell'eventualità in cui venisse incriminato.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-7309086954282263383?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/7309086954282263383/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=7309086954282263383' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7309086954282263383'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7309086954282263383'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/tel-aviv-festeggia-i-60-anni-i.html' title='Tel Aviv festeggia i 60 anni, i palestinesi no'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-6349644925162578358</id><published>2008-05-10T16:10:00.000+02:00</published><updated>2008-05-10T16:12:59.029+02:00</updated><title type='text'>Cinisi, sfilano in migliaia per Peppino Impastato</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_skTuS0d5xCs/SCWtRrSgDMI/AAAAAAAAACM/bpnXFWJDYxQ/s1600-h/080509cinisi.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://2.bp.blogspot.com/_skTuS0d5xCs/SCWtRrSgDMI/AAAAAAAAACM/bpnXFWJDYxQ/s320/080509cinisi.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5198751864058809538" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Ucciso trent'anni fa dalla mafia di Tano Badalamenti &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da home.rifondazione.it)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Migliaia di persone si sono ritrovate in corso Vittorio Emanuele, a Terrasini, pochi chilometri a est di Palermo, dove si trovava la sede di Radio Aut. La Radio Aut di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia, dalla mafia di don Tano Badalamenti, la notte dell'8 maggio di trent'anni fa. Impastato fu rapito, pestato, legato e poi fatto saltare col tritolo sui binari del treno. Prima parlarono di suicidio; poi, di fronte all'assurdità di quell'ipotesi, di un attentato finito male. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti sapevano la verità: tutti sapevano che la mafia lo voleva morto. Ma la verità giudiziaria è arrivata solo 23 anni dopo: Tano Badalamenti, il mandante fu condannato all'ergastolo e Vito Palazzolo, braccio destro di Badalamenti, a trent'anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ieri, a distanza di tanti anni, migliaia di ragazzi provenienti da tutta Italia, hanno percorso l'ultimo tragitto compiuto da Impastato quella notte. Il tragitto di chi ha scelto di seguire la strada dell'antimafia pagando quella scelta con la morte. Un percorso carico di significati, dunque. Un modo per riprendere quel cammino esattamente dal punto in cui era stato brutalmente interrotto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra i ragazzi arrivati c'era anche Luisa Impastato, nipote di Peppino, che ha passato la giornata a distribuire fiori ai manifestanti. E il fratello Giovanni: «Fra Terrasini e Cinisi - ha dichiarato commosso - non si era mai vista una manifestazione antimafia così grande». «E' un giorno di ricordo e di festa - ha aggiunto Giovanni, con al suo fianco la moglie Felicia - Sto vedendo migliaia di persone». Ed ancora: «Non ho sentito Veltroni, e mi dispiace che oggi non sia qui, credo che abbia ritenuto opportuno non partecipare perchè rispetto all'anno scorso qualcosa è cambiato». Non c'era Veltroni ma c'era tanta altra gente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E c'era Don Luigi Ciotti: «Anche i bambini - ha detto il prete di Libera - possono fare qualcosa contro la mafia: possono, con l'aiuto dei loro insegnanti, conoscere la storia e le persone che l'hanno combattuta, come Peppino Impastato e Mauro Rostagno. Il suo punto di riferimento - ha sottolineato Don Ciotti - era un torinese trapiantato in Sicilia, Mauro Rostagno, anche lui assassinato da quella mafia che denunciava attraverso un'emittente televisiva». Tra i presenti anche l'ex presidente dell'antimafia Francesco Forgione, il sindaco di Cinisi, Salvatore Palazzolo, che ha annunciato che «l'aula del consiglio comunale sarà intitolata Peppino Impastato. Sono molto contento - ha aggiunto il primo cittadino - della riuscita della manifestazione per il trentennale. Finalmente Cinisi sarà conosciuto come il paese di Peppino Impastato e non quello del boss Badalamenti». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E mentre le migliaia di persone sfilavano verso Cinisi, una radio, Primaradio, mandava in onda la musica e le parole di Impastato: Donovan, Fabrizio De Andrè, Pink Floyd e Guccini, intervallati da frammenti di «Onda Pazza», la trasmissione nella quale Cinisi diventava Mafiopoli, il corso Umberto I era corso Luciano Liggio, il sindaco Gero Di Stefano era Geronimo Stefanini e Gaetano Badalamenti era Tano Seduto. Insomma, il repertorio di denuncia di Peppino Impastato che tanto irritava e preoccupava i mafiosi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultima parola spetta però a Riccardo Orioles, storico giornalista antimafia: «Nelle carte della repubblica Italiana i posteri troveranno scritto che un antimafioso fu ucciso da Badalamenti, che era amico di Spatola, che era (se non amico) almeno un interlocutore di Andreotti». &lt;br /&gt;Da.Va. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10 Maggio 2008&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-6349644925162578358?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/6349644925162578358/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=6349644925162578358' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/6349644925162578358'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/6349644925162578358'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/cinisi-sfilano-in-migliaia-per-peppino.html' title='Cinisi, sfilano in migliaia per Peppino Impastato'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_skTuS0d5xCs/SCWtRrSgDMI/AAAAAAAAACM/bpnXFWJDYxQ/s72-c/080509cinisi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-8303268567538388636</id><published>2008-05-10T10:57:00.000+02:00</published><updated>2008-05-10T10:58:45.192+02:00</updated><title type='text'>La Fiera del libro di Torino e la buona vecchia Europa</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;lettera aperta&lt;br /&gt;di Yitzhak Laor*&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 9 maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cara amica, il nostro problema qui, in quanto israeliani contro l'occupazione, è un problema concreto con i nostri vicini concreti, quelli che tornano a casa dopo avere prestato servizio ai blocchi stradali e avere trattato esseri umani come animali: diventano fascisti attraverso la pratica - ossia attraverso il servizio militare - e solo poi fascisti ideologicamente. Questo non preoccupa la sinistra filo-israeliana in Italia. Tu sostieni che la sinistra italiana non avrebbe trattato un boicottaggio del Sudafrica nel modo in cui sta trattando qualunque proposta di boicottaggio di Israele. Ma la cosa è più semplice: pensa alla sinistra italiana durante la prima guerra del Libano e paragonala alla sua posizione attuale. Non è l'occupazione a aver cambiato natura. È l'Europa occidentale che è cambiata, che è tornata al suo vecchio modo di guardare i non-europei con odio e disprezzo. Nell'immaginario della sinistra italiana, i palestinesi hanno perso lo «status» simbolico di cui godevano un tempo (la kefia al collo di decine di migliaia di giovani italiani, ad esempio) e sono passati nell'hinterland dell'Europa: dove gli americani possono fare quello che vogliono, e l'avida Europa, come sempre, si schiera dalla parte dei più forti. I palestinesi sono ancora una volta solo degli arabi che sanguinano, e il sangue arabo - proprio come in passato il sangue ebraico - vale poco. Si potrebbe riassumere il cinismo dell'attuale scena italiana citando Giorgio Napolitano, quando ha fatto riferimento a una vecchia discussione che ebbe nel 1982 a Torino con l'allora comunista Giuliano Ferrara. Riflettendo sulla posizione del Pci sul massacro di Sabra e Shatila, Napolitano, che sarebbe poi diventato Presidente, ha detto: «Per quanto riguarda una determinata persona (Giuliano Ferrara), ricordo solo che egli si faceva promotore di una causa (la causa palestinese nel 1982) che nel Partito godeva di una qualche popolarità ma che non ci avvicinava per nulla alla presa del potere». Machiavelli avrebbe dovuto incontrare sia Ferrara che il Presidente italiano per un drink sui fiumi di sangue palestinese. &lt;br /&gt;Ma il cambiamento di posizione della sinistra italiana ha molto poco a che vedere con la propaganda israeliana, anche se la Fiera del libro di Torino rientra anch'essa nella propaganda israeliana. Concentriamoci per un momento su questa fiera, a titolo di esempio. Abbiamo a che fare con la Cultura, che è sempre la «coesistenza» di affari (delle case editrici, ad esempio) con il razzismo implicito degli «amanti della Cultura», cultura che è sempre puramente occidentale (cristiana o «secolare»). Gli israeliani in questo contesto sono gli «eredi della buona vecchia Europa», mentre gli arabi, naturalmente, non sono ammessi in questa cultura. In breve, la xenofobia italiana ha anche un volto umano: la Fiera del libro di Torino. Il nostro stato, che da 41 anni sta privando un'intera nazione di qualunque diritto se non quello di emigrare, viene celebrato dalla Cultura. Bene, questa è l'Europa - dopo tutto, la stessa Europa che noi e i nostri genitori abbiamo conosciuto: la Cultura è sempre stata la cultura dei Padroni. Il dibattito sulla Fiera del libro può dimostrare come la sinistra, un tempo la più sensibile d'Europa verso la causa palestinese, sia diventata la più cinica sinistra filo-israeliana. Ha perso il suo orizzonte politico, e in questo vuoto ideologico ciò che si è realmente verificato è il ritorno del Coloniale. È questo il contesto storico in cui va letta l'estinzione della nazione palestinese, celebrata attraverso il 60° anniversario di Israele. L'Europa si sta espandendo fino a includere Israele, come «isola di democrazia», di «diritti umani». &lt;br /&gt;Non dobbiamo dimenticare che la sinistra italiana non ha mai attraversato un processo post-coloniale. Ha fatto tutta la strada dalla retorica anticolonialista degli anni '70 all'attuale «ansia» coloniale per «i nostri fratelli ebrei là nella giungla, tra i selvaggi». Mamma li turchi! &lt;br /&gt;Cara amica, non possiamo dipendere dagli europei, nonostante pochi coraggiosi. Guarda, i nostri soldati sono tornati a casa e dai loro scarponi il sangue cola in salotto. Imparano presto nella vita a ignorare le lacrime delle madri. Prima di compiere vent'anni sono già crudeli come cacciatori di teschi. Lo ammetto: dovevo scrivere questo pezzo per il manifesto, ma mi sono rivolto a te, perché non riesco più a rivolgermi agli europei direttamente, chiedendo loro di pensare ai palestinesi rinchiusi come animali nei loro ghetti, al vento e alla pioggia. E gli anni passano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* scrittore israeliano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(traduzione Marina Impallomeni)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-8303268567538388636?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/8303268567538388636/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=8303268567538388636' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8303268567538388636'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8303268567538388636'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/la-fiera-del-libro-di-torino-e-la-buona.html' title='La Fiera del libro di Torino e la buona vecchia Europa'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-1646280855333659380</id><published>2008-05-09T20:17:00.001+02:00</published><updated>2008-05-10T16:23:54.084+02:00</updated><title type='text'>Mille strade per Impastato</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Angelo Mastrandrea&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 9 maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;30 anni fa l'uccisione del militante di Lotta Continua. Oggi un corteo da Terrasini a Cinisi ripercorrerà il suo ultimo tragitto. Il fratello Giovanni: non vogliamo passerelle istituzionali&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi, 30 anni fa, alle 20,15 Peppino Impastato usciva da Radio Aut, accompagnava a casa il suo compagno di Onda pazza Salvo Vitale, poi imboccava la litoranea per tornare a Cinisi. Dove non arriverà mai. Oggi pomeriggio, 9 maggio 2008, migliaia di persone si daranno appuntamento al civico 108 di Corso Vittorio Emanuele a Cinisi, sotto il balcone dove sventola una bandiera rossa a memoria di una radio che non c'è più dall'estate dell'81. Insieme, percorreranno a piedi la strada che fece Peppino quella sera con la Fiat 850 che gli aveva prestato sua zia Fara Bartolotta e che sarà ritrovata a pochi metri dal suo corpo dilaniato, vicino ai binari del treno per Palermo.&lt;br /&gt;«Sarà la più grande manifestazione che abbiamo mai fatto per Peppino», dice il fratello Giovanni, immortalato il giorno dei funerali con il pugno levato a testimoniare che, come diceva lo striscione preparato dai compagni, «con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo». E che oggi come allora ne porta avanti la memoria e un impegno per l'«antimafia sociale». E' anche per questo che spiega con chiarezza che l'invito a scendere in piazza oggi è rivolto ai movimenti innanzitutto, e poi alle amministrazioni che hanno intitolato strade e biblioteche a Peppino e ai tanti comitati e associazioni a lui dedicati. Stop invece alle presenze istituzionali, e su questo non appare indifferente l'esito delle recenti elezioni in Sicilia: «Se verrà qualcuno lo farà non da invitato, perché a noi non piacciono le passerelle». Ci saranno invece gli attivisti del circolo Impastato di Sanremo, partiti per una veleggiata antimafia che ha toccato diverse città tirreniche prima di arrivare in Sicilia.&lt;br /&gt;La più grande manifestazione per Impastato, dunque. Più dei funerali del '78, più di quella storica del '79, più del primo Forum sociale antimafia, quello del 2003 con l'apertura al movimento altermondialista. Ma aperta come sempre dai compagni di Peppino e da quello striscione ormai sbiadito. Quest'anno, gli organizzatori hanno fatto le cose in grande stile. In attesa che la casa di don Tano Badalamenti sul corso di Cinisi, confiscata dallo Stato, venga consegnata al centro Impastato per farne una biblioteca, ultimo smacco al boss defunto a segnare la vittoria di Peppino, hanno organizzato quattro giorni di forum e manifestazioni, cominciate ieri pomeriggio. E Giovanni Impastato ne ha organizzato per lanciare un appello a intitolare ancora più strade a Peppino, in ogni città d'Italia.&lt;br /&gt;Oggi, al termine del corteo come di consueto nella piazza principale di Cinisi, dopo esserse passati davanti a casa di Peppino dove non ci sarà più a salutarli mamma Felicia, si esibiranno Carmen Consoli e i Tetes de Bois. E vedremo se finalmente, dopo trent'anni, la musica riuscirà a far aprire le tapparelle delle finestre affacciate sulla piazza. Quelle che Umberto Santino, che della memoria di Peppino ha fatto una ragione di vita, già allora indicò con una frase rimasta celebre: «Finché rimarranno chiuse, vorrà dire che la mafia non è stata ancora sconfitta».&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-1646280855333659380?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/1646280855333659380/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=1646280855333659380' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1646280855333659380'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1646280855333659380'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/mille-strade-per-impastato.html' title='Mille strade per Impastato'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-5653385352924889891</id><published>2008-05-09T19:48:00.002+02:00</published><updated>2008-05-10T11:14:56.088+02:00</updated><title type='text'>Fiera del Libro di Torino. L'Anp: «Ecco perché non partecipiamo»</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di T. D. F.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 8 maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sempre sulla Fiera del Libro di Torino abbiamo parlato con Sabri Ateyeh, ambasciatore dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Lei ha espresso massimo rispetto per la decisione del presidente Napolitano di inaugurare oggi la Fiera di Torino dove quest'anno Israele, ospite d'onore, celebra il 60mo della sua fondazione, ma anche la preoccupazione critica che la sua presenza possa essere interpretata da Israele come un appoggio italiano alla sua politica di negazione dei diritti del popolo palestinese...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Vorrei precisare un punto essenziale. Massimo e convinto rispetto per Napolitano, noto per il suo interesse per tutte le manifestazioni culturali, soprattutto in Italia. Non siamo preoccupati per questo e non ci permetiamo di criticare il presidente italiano. La nostra preoccupazione è che questa manifestazione non venga accompagnata da una parola critica alla politica del governo israeliano e che quindi Israele possa approfittarne interpretando tutto questo come un appoggio alla sua politica. Era lo stesso concetto che ho espresso al signore dell'agenzia Ansa, il cui testo però ha fatto intendere un legame fra questa preoccupazione e la presenza del capo dello stato italiano a questa manifestazione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Le vostre perplessità comunque restano sulla coincidenza tra Fiera del Libro e celebrazione del 60mo anniversario d'Israele, per quella data che il popolo palestinese chiama «nakba» (catastrofe), cioè la cacciata dalla propria terra...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Noi instistiamo con questa perplessità e abbiamo riscontrato una comprensione anche da parte dell'organizzione della Fiera del libro. Abbiamo spiegato la nostra posizione, sono venuti da noi e abbiamo discusso a lungo. Non era nel loro intento assolutamente far nascere questo equivoco. Da parte nostra noi non siamo contrari assolutamente né ad invitare Israele, né a celebrare, in qualsiasi altra occasione, Israele. Quello che noi abbiamo obiettato è che questa coincidenza - la celebrazione -, negando la questione palestinese, ignorando completamente la catastrofe che è stata subita dal popolo palestinese, è assolutamente sbagliata. Noi negoziamo con Israele, noi parliamo con Israele, noi stiamo discutendo per arrivare alla pace con Israele. Non siamo contrari alla presenza di Israele in qualsiasi manifestazione. Non siamo contro, siamo per sollevare la questione palestinese, la catastrofe del popolo palestinese, i diritti dei palestinesi che purtroppo sono stati volutamente tenuti fuori da questo evento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Qual è la posizione ufficiale dell'Anp? Voi avete deciso di non partecipare alla Fiera di Torino...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;È la posizione di tutti i paesi arabi, concordi con tutti gli intellettuali arabi. Le dico di più. La posizione politica araba è molto più moderata della reazione, assai risentita, degli intellettuali arabi. Noi politicamente abbiamo cercato di smorzare un po' i toni di questo risentimento. Ma manca nell'iniziativa di Torino la memoria, la presenza e la parola, per riconoscere che, sì, è nato lo stato di Israele dietro la risoluzione dell'Onu, ma la risoluzione dell'Onu è stata applicata a metà. La seconda metà della risoluzione dell'Onu era condizionata, legata, alla nascita dello stato palestinese. Ancora oggi negato. E la stessa risoluzione che ha dato la vita allo stato di Israele implica la nascita dello stato della Palestina. La mancanza di questo riferimento al diritto della nascita dello stato palestinese, la coincidenza della celebrazione ufficiale, ha provocato questa nostra giusta reazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;L'ambasciatore israeliano Gideon Meir apprezza molto la presenza di Napolitano, la scelta della Fiera del Libro di celebrare la nascita di Israele e dice che chiunque la contesta nega la legittimità allo stato israeliano. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ripeto, non non ci permettiamo di mettere in discussione la presenza di Napolitano. Ma la Fiera del libro di Torino divide piuttosto che unire. La gioia dell'ambasciatore israeliano è un atteggiamento miope, di chi è incapace di allargare la sua visione, perché è stata ignorata l'altra parte che è egualmente importante, come la celebrazione di Israele, cioè la negazione del diritto dei palestinesi ad avere uno stato. Se Meir si accontenta di cancellare la memoria...Che grande equivoco il suo. Con in più un pizzico di arroganza, proprio di chi non accetta nessuna critica e addirittura la collega al diritto all'esistenza dello stato di Israele che l'Anp non mette in discussione. Noi stiamo negoziando con Israele, l'Anp l'ha riconosciuto. Ma come si fa a continuare a mascherare la questione di fondo dei diritti negati al popolo palestinese, dietro una manifestazione culturale gestita solo come propaganda. Mi dispiace molto per un politico che si abbassa a questo livello.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-5653385352924889891?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/5653385352924889891/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=5653385352924889891' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5653385352924889891'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5653385352924889891'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/fiera-del-libro-di-torino-lanp-ecco.html' title='Fiera del Libro di Torino. L&apos;Anp: «Ecco perché non partecipiamo»'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-2640410147759688230</id><published>2008-05-09T19:44:00.001+02:00</published><updated>2008-05-10T16:15:07.027+02:00</updated><title type='text'>Peppino Impastato. Cento passi a Cinisi, trenta anni dopo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_skTuS0d5xCs/SCWtzLSgDNI/AAAAAAAAACU/VBkRxeTi25w/s1600-h/080505bannerimpastato.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://4.bp.blogspot.com/_skTuS0d5xCs/SCWtzLSgDNI/AAAAAAAAACU/VBkRxeTi25w/s320/080505bannerimpastato.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5198752439584427218" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Umberto Santino&lt;/span&gt;*&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 09 maggio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da quel 9 maggio del 1978, quando furono trovate le briciole del corpo di Peppino Impastato, nelle iniziative che ogni anno abbiamo svolto per ricordarlo abbiamo sempre cercato di evitare le liturgie delle commemorazioni. Nel 1979, nell'anniversario dell'assassinio, abbiamo indetto la prima manifestazione nazionale contro la mafia. Nel corso degli anni '70 la mafia con i traffici illegali si era diffusa a livello nazionale e internazionale, eppure, andando in giro per l'Italia per preparare la manifestazione, ho incontrato volti che esprimevano sorpresa e incredulità: la mafia non era ormai un genere di antiquariato e, in ogni caso, non era un fatto locale, una sorta di tara dei siciliani?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il traffico e il consumo di droghe erano dilagati sul territorio nazionale, il denaro sporco si riciclava nei circuiti finanziari, ma la percezione si aggrappava a uno stereotipo: la mafia come residuo arcaico, in via di sparizione, se non già estinto, con un mondo da museo etnografico. &lt;br /&gt;Ci sarebbero voluti le mattanze, i grandi delitti e le stragi degli anni '80 e '90 per portare la mafia alla ribalta nazionale. Ma sempre come emergenza delittuosa, a cui rispondere con leggi e provvedimenti che più che fondare un progetto organico si ponevano come legislazione eccezionale, in risposta all'escalation della violenza. La legge antimafia del 13 settembre 1982 veniva dieci giorni dopo il delitto Dalla Chiesa, con 150 anni di ritardo rispetto alla realtà, le altre leggi dopo le stragi in cui cadevano Falcone, Morvillo, Borsellino e gli uomini di scorta. Se non ci fossero stati quei delitti non ci sarebbe stata la reazione delle istituzioni, non ci sarebbero stati il maxiprocesso e gli arresti e le condanne che interrompevano una lunga tradizione di impunità. Ma anche le condanne si sono fermate agli esecutori e alla cupola mafiosa, disvelata dalle dichiarazioni di Buscetta, lasciando in ombra i «mandanti esterni». Si ripeteva, per le stragi di Capaci, di via D'Amelio, di Firenze e di Milano, il copione di Portella, un canovaccio buono anche per le stragi di Piazza Fontana, di Brescia, della stazione di Bologna. &lt;br /&gt;L'Italia è un Paese in cui la violenza, variamente abbigliata, è stata una risorsa a cui ricorrere quando il conflitto sociale e politico non era governabile per altre vie e gli scheletri negli armadi fanno parte del paesaggio nazionale. Si è strutturato un sistema di potere intriso di illegalità, legittimata dall'impunità. Ma negli ultimi anni si è andati oltre ogni limite di decenza: nel mezzo secolo di dominio democristiano i rapporti con la mafia c'erano ma venivano negati; ora uomini come Dell'Utri li ostentano, consacrando come eroi capimafia ergastolani e come valore l'omertà. Il berlusconismo non ha pudori. E siamo solo all'antipasto del Berlusconi 4. &lt;br /&gt;Quest'anno, nel trentesimo anniversario dell'assassinio di Peppino, di cui sono ormai noti i responsabili (nel 2001 e del 2002 sono stati condannati come mandanti Badalamenti e il suo vice e la relazione della Commissione antimafia ha individuato le responsabilità di uomini della forze dell'ordine e della magistratura nel depistaggio delle indagini) riproponiamo una manifestazione nazionale per fare il punto su mafia e antimafia e rilanciare un progetto. &lt;br /&gt;Cosa nostra ha ricevuto dei colpi durissimi, ma i rapporti tra mondi criminali e contesto sociale, soprattutto con l'economia e la politica, godono di ottima salute. Cuffaro, nonostante la condanna per favoreggiamento, è stato eletto al Senato; Dell'Utri, nonostante la condanna per concorso esterno, è tornato in Parlamento. Gli inviti all'autoregolazione non sono stati presi in considerazione. Se non si stabilisce tassativamente che chi è rinviato a giudizio o condannato per mafia e altri reati non può accedere alle istituzioni, si continueranno a fare buchi nell'acqua.&lt;br /&gt;L'accumulazione illegale ha raggiunto livelli da multinazionale, anche se le stime correnti mi lasciano perplesso, ed è sui terreni del potere e della ricchezza che si costruiscono alleanze e blocchi sociali. Se non si spezzano questi rapporti, che vanno dagli strati popolari alla «borghesia mafiosa», si potranno colpire le organizzazioni criminali ma non la radice della loro persistenza. &lt;br /&gt;Parliamo di questi temi nei forum che si svolgono a Cinisi (da ieri all'11 maggio), confrontando idee ed esperienze, dal lavoro nelle scuole all'antiracket, all'uso dei beni confiscati. Riprendendo il percorso di Peppino Impastato. La sua radicalità è una scelta obbligata, se non vogliamo limitarci alla cattura dei padrini e affrontare un problema che va di pari passo con i processi di finanziarizzazione e con le forme di legalizzazione dell'illegalità che marchiano le dinamiche del consenso e generano la criminalizzazione del potere, che sa soltanto autoassolversi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;* presidente del Centro Siciliano di Documentazione «Giuseppe Impastato»&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-2640410147759688230?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/2640410147759688230/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=2640410147759688230' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2640410147759688230'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2640410147759688230'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/peppino-impastato-cento-passi-cinisi.html' title='Peppino Impastato. Cento passi a Cinisi, trenta anni dopo'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_skTuS0d5xCs/SCWtzLSgDNI/AAAAAAAAACU/VBkRxeTi25w/s72-c/080505bannerimpastato.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-8219060856598442187</id><published>2008-05-05T20:28:00.000+02:00</published><updated>2008-05-09T20:31:33.592+02:00</updated><title type='text'>Tariq Ali: Perché non parteciperò alla Fiera del libro</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Tariq Ali&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 6 febbraio 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando ho accettato di partecipare alla Fiera del libro di Torino, cosa che avevo fatto in precedenza, non avevo idea che l'«ospite d'onore» fosse Israele con il suo 60esimo anniversario. Ma questo è anche il 60esimo anniversario di quella che i palestinesi chiamano la nabka: il disastro che si abbatté su di loro quell'anno, quando furono espulsi dai loro villaggi, in alcuni casi uccisi, le donne stuprate dai coloni. Questi fatti non sono più in discussione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché dunque la Fiera del libro di Torino non ha invitato israeliani e palestinesi in pari numero? La presenza, accanto a trenta autori israeliani, di trenta autori palestinesi (e vi garantisco che ne esistono: sono poeti e romanzieri raffinati) avrebbe potuto essere vista come un gesto positivo e pacifico, e avrebbe consentito un dibattito costruttivo: una versione letteraria della West-Eastern Diwan Orchestra di Daniel Barenboim, metà israeliana, metà palestinese. Una scelta di questo tipo avrebbe unito le persone, ma no. I commissari dela cultura sanno quello che fanno. Ho discusso energicamente con alcuni degli scrittori israeliani presenti alla Fiera del libro in altre occasioni, e sarei stato felice di fare lo stesso anche questa volta, se le condizioni fossero state diverse. Quello che hanno deciso di fare è una brutta provocazione.&lt;br /&gt; Sembrerebbe che la cultura sia sempre più legata alle priorità politiche del duo Stati uniti-Unione europea. L'Occidente è cieco nei confronti delle sofferenze dei palestinesi. La guerra israeliana contro il Libano, le notizie quotidiane dal ghetto di Gaza non commuovono l'Europa ufficiale. &lt;br /&gt; In Francia, lo sappiamo, è praticamente impossibile criticare Israele. In Germania pure, per motivi particolari. Sarebbe triste se l'Italia imboccasse la stessa strada. Quante volte dobbiamo sottolineare il fatto che criticare le politiche colonialiste di Israele non è una forma di antisemitismo?&lt;br /&gt; Accettare quel principio significherebbe diventare vittime volontarie del ricatto cui l'establishment israeliano ricorre per tacitare le voci dissenzienti. Ma ci sono alcune persone coraggiose, come Aharon Shabtai, Amira Hass, Yitzhak Laor e altri, che criticano Israele e non intendono permettere che le loro voci siano imbavagliate in questo modo. Shabtai si è rifiutato di partecipare a questa Fiera. Come avrei potuto fare altrimenti.&lt;br /&gt; Una cosa è difendere il diritto di Israele a esistere, come faccio e ho sempre fatto. Ma da questo a trarre la conclusione che il diritto di Israele a esistere si traduca nella concessione di un assegno in bianco per fare ciò che vuole di quanti ha espulso, e che tratta come untermenschen, è inaccettabile.&lt;br /&gt; Personalmente sono favorevole a un solo stato israeliano-palestinese in cui tutti i cittadini siano pari. Mi si dice che questo è utopistico. Può darsi, ma è l'unica soluzione a lungo termine. &lt;br /&gt; Per via degli argomenti di cui trattano i miei romanzi, mi viene spesso chiesto (l'ultima volta a Madison, nel Wisconsin) se sarebbe possibile ricreare l'epoca migliore della al-Andalus e della Sicilia, quando tre culture coesistettero a lungo. La mia risposta è la stessa: oggi l'unico luogo dove essa potrebbe rivivere è Israele/Palestina.&lt;br /&gt; Viviamo in un mondo di doppi standard, ma non è necessario accettarli. A volte accade che individui e gruppi a cui viene fatto del male, infliggano il male a loro volta. Ma la prima cosa non giustifica la seconda. E' stato l'antisemitismo europeo a tollerare il genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, genocidio di cui i palestinesi sono ora diventati indirettamente le vittime. &lt;br /&gt; Molti israeliani sono consapevoli di questo fatto, ma preferiscono non pensarci. E molti europei oggi guardano ai palestinesi e ai musulmani così come un tempo guardavano gli ebrei. Questa è l'assurda ironia cui assistiamo nei commenti sulla stampa e in televisione, virtualmente in ogni paese europeo. E' un peccato che la burocrazia della Fiera del libro di Torino abbia deciso di assecondare i nuovi pregiudizi che spazzano il continente. Auguriamoci che il loro esempio non sia seguito da altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Traduzione Marina Impallomeni)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-8219060856598442187?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/8219060856598442187/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=8219060856598442187' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8219060856598442187'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8219060856598442187'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/05/tariq-ali-perch-non-parteciper-alla.html' title='Tariq Ali: Perché non parteciperò alla Fiera del libro'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-5110234629680145191</id><published>2008-04-24T22:03:00.002+02:00</published><updated>2008-05-18T12:09:26.472+02:00</updated><title type='text'>25 aprile, festa italiana</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Emiliano Sbaraglia&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;AprileOnLine.info&lt;/span&gt; 24 aprile 2008, 18:19&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Come troppo spesso accade negli ultimi anni, celebrare la ricorrenza della Liberazione dall'occupazione nazi-fascista diviene motivo di contrapposizione politica, soprattutto quando il centrodestra governa o, come ora accade, si appresta di nuovo a governare. Intervista al professor Govanni De Luna, storico contemporaneo dell'Università di Torino, città nella quale manifesteranno anitifascisti e "grillini" dell'anti-politica&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovanni De Luna insegna Storia contemporanea presso l'Università di Torino, e collabora con "La Stampa" e "Tuttolibri", oltre che essere spesso presente nel dibattito pubblico attraverso interventi in trasmissioni radiofoniche e televisive. Delle sue numerose pubblicazioni ne ricordiamo soltanto alcune: "Donne in oggetto. L'antifascismo nella società italiana" (1995), "La passione e la ragione. Il mestiere dello storico contemporaneo" (2004), "Storia del Partito d'Azione" (2006). Inoltre, per Einaudi ha curato "L'Italia del Novecento. Le fotografie e la storia, in tre volumi e quattro tomi" (2005-2006). Gli abbiamo rivolto alcune domande riguardanti l'importanza della ricorrenza del 25 aprile nell'attuale scenario culturale e politico nazionale, e un commento alla particolare situazione che per l'occasione coinvolge Torino, che ospiterà in due delle sue piazze la celebrazione tradizionale della Liberazione e la manifestazione organizzata da Beppe Grillo per un nuovo "V-day".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Professor De Luna, che significato assume nella situazione politica e culturale italiana attuale una celebrazione come quella del 25 aprile?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ritengo che sia molto importante festeggiarla in questo momento, per ribadire una identità nazionale che continua ad essere presente. In questi ultimi anni alcuni studiosi hanno infatti individuato un percorso nazionale, che dall'8 settembre '43 passa per il 25 aprile '45 e il 2 giugno '46, arrivando al 18 aprile del 1948. Dopo l'otto settembre, in effetti sembra delinearsi una sorta di circolo virtuoso che conduce il 25 aprile alla liberazione di un popolo, popolo che il 2 giugno, con voto pebliscitario, certifica la vittoria e la nascita della Repubblica italiana, e il 18 aprile '48 stabilizza il suo quadro politico e sociale, anche se in termini per molti aspetti di carattere conservatore. Riconoscere il 25 aprile come fondamentale passaggio di unità nazionale significa dunque riconoscere la sofferenza collettiva di un popolo che è riuscito a costruire una propria identità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;A Torino sarà una giornata particolare: antifascisti da una parte, antipolitica dall'altra. Cosa ne pensa di questa singolare concomitanza?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Guardo con molto favore a queste due piazze, anche perché a Torino la Liberazione fu vissuta proprio come la possibilità di tornare finalmente nelle piazze. Il 25 aprile è il 25 aprile, dunque moltiplicare le presenze, e avere piazze piene anche se tra loro diverse va benissimo. D'altra parte, sono uno di quelli che per celebrare questa ricorrenza ha già partecipato nelle occasioni precedenti a piazze tra loro diverse, da quelle democristiane a quelle comuniste, per citare due opposti; e in ogni circostanza mi sono sempre sentito a mio agio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;In questi giorni dalle colonne del "Corriere" Ernesto Galli della Loggia ha risposto a un suo articolo sul "fascismo derubricato", da lei scritto su "La Stampa" poche settimane or sono, ricordando che la deviazione verso una visione del fascismo come antisemitismo tout court è stata una scelta deliberata, nel corso degli anni settanta-ottanta, di una certa storiografia di sinistra. Lei cosa risponde?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nell'articolo il dato che mi ha colpito di più è stato questo accentuare la tesi delle leggi razziali, che significa annullare il resto delle altre cose fatte dal regime totalitario. E una chiave di lettura del genere può trasformarsi facilmente in un alibi per la destra, che in questo modo riconosce l'errore delle leggi razziali senza fare i conti con tutto quanto il resto. Limitazione sulla quale credo concordi anche Della Loggia, che però nel seguito del suo scritto mi pare si renda protagonista di un corto circuito, nel momento in cui afferma che questa "virata" della sinistra verso una visione esclusivamente antisemita del fascismo sia un'operazione tesa a far dimenticare le colpe del comunismo. Qui ho maggiori perplessità nel seguire il suo ragionamento, anche perché ci sono state stagioni della storiografia in cui piuttosto di quel periodo si mettevano in evidenza gli scioperi del '43, la lotta operaia, o ancora interi comparti di resistenza civile, la deportazione di donne e bambini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;In questi giorni con il quotidiano "l'Unità" è possibile acquistare il libro "La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano" di Mirco Dondi, un lavoro che indaga sulle violenze perpetrate nel nostro Paese successivamente alla Liberazione. Un passo in avanti in direzione di una analisi completa di quanto accaduto in quel periodo?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Certamente sì, soprattutto perché quello di Dondi è uno studio molto serio, di indagine storica, che si differenzia di gran lunga da certe operazioni che invece su questo tema hanno deliberatamente speculato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Vengono in mente i libri di Giampaolo Pansa...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Certo, perché i libri di Pansa trattano lo stesso tema, ma non sono volumi scientifici di ricerca sull'argomento, quanto piuttosto dei pamphlet di velato carattere ideologico, utili ai fatturati del mercato editoriale. Ed è certamente un merito de "l'Unità" che uno studio serio come quello di Dondi venga fatto conoscere oltre la cerchia degli specialisti di settore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Alcuni rappresentanti della prossima maggioranza di governo, nei giorni precedenti e successivi le recenti elezioni politiche, non hanno nascosto l'intenzione di porre mano ai manuali di storia, proprio per "correggere" quei capitoli riguardanti la fase resistenziale '43-'45. In qualità di docente universitario di storia contemporanea che opinione ha in merito?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Dico che sono sciocchezze, e che queste persone vanno prendendo lucciole per lanterne, soprattutto perché oramai viviamo un'epoca nella quale circa l'80% delle informazioni conoscitive, anche per questi argomenti, le giovani generazioni di oggi le recepiscono attraverso canali decisamente diversi rispetto ai classici manuali didattici, televisione e cinema su tutti, che determinano un senso comune molto più dei libri. Le faccio un esempio. Nell'università dove insegno qualche anno fa abbiamo distribuito un questionario agli studenti, all'interno del quale una domanda chiedeva per quanto tempo sia stato al governo il Pci nella storia repubblicana: zero, dieci, quindici o trenta anni. La maggior parte ha risposto trenta. E questa non è certo un'indicazione riscontrabile sui manuali di storia...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-5110234629680145191?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=7439' title='25 aprile, festa italiana'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/5110234629680145191/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=5110234629680145191' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5110234629680145191'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5110234629680145191'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/04/25-aprile-festa-italiana.html' title='25 aprile, festa italiana'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-7945336916588775501</id><published>2008-04-15T19:36:00.002+02:00</published><updated>2008-04-15T19:40:55.192+02:00</updated><title type='text'>Intervista di Claudio Grassi</title><content type='html'>Intervista di Claudio Grassi, coordinatore di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Essere comunisti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;in &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La Rinascita della Sinistra&lt;/span&gt; (questa intervista uscirà il prossimo 17 aprile)&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;di Giampiero Cazzato&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Una  debacle senza precedenti, una sconfitta amara e tragica, quella della Sinistra arcobaleno. Ne parliamo con  Claudio Grassi, coordinatore nazionale dell'area  Essere comunisti di Rifondazione. «Certo – dice – in questo risultato disastroso ha pesato la volontà di Veltroni e del Pd di cancellare la sinistra. Certo i due anni di governo, le aspettative andate deluse, certo il voto utile... tutto vero, questi elementi hanno contribuito sicuramente a rendere difficile la campagna elettorale, ma non c'è solo questo. E non basta a spiegare l'entità della sconfitta.  Evidentemente questo progetto della Sinistra l'arcobaleno per come si è presentato - sia con i suoi simboli e sia con le cose che ha proposto in campagna elettorale - non è risultato una risposta alla nostra gente. Non è stata attrattiva non ha suscitato passioni, non ha indicato e proposto una alternativa credibile».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Nelle aule parlamentari per la prima volta dal '48 mancherà la sinistra, i comunisti. E' un caso unico in Europa e avrà ripercussioni pesantissime...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;E' un fatto gravissimo, tra l'altro con un parlamento dove la destra ha una maggioranza schiacciante sia alla Camera che al Senato, dove c'è una presenza forte ed inquietante della Lega e soprattutto dove ci sono progetti di riforma elettorale e di riforma istituzionale e costituzionali, condivisi dal Pd, che sono assai preoccupanti, direi eversivi.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Chi in queste settimane ha parlato della lista unica come il prodromo al partito unico dovrebbe quantomeno fermarsi a riflettere. Invece è emersa, anche nelle ultime parole di Bertinotti, la tendenza ad accelerare. Cosa rispondi?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Credo che sia del tutto logico e ovvio che chi è stato protagonista di questo disastro non possa essere quello che propone anche le soluzioni per uscire dal disastro. Per quanto ci riguarda chiediamo il congresso nazionale, ma chiediamo anche che questo gruppo dirigente che ha spinto per andare in questa direzione senza tenere conto del fatto che nella base del partito c'erano forti preoccupazioni, anche per la cancellazione del simbolo, ebbene noi chiediamo che questo gruppo dirigente si faccia da parte&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La scelta di avere un simbolo elettorale privo della falce e martello ha pesato in questo risultato?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Ma certo! La mancanza della falce e martello ha pesato eccome. E' incredibile che  il Prc che era il partito comunista più grosso nella coalizione non abbia avuto la sensibilità di chiedere che vi fossero perlomeno i quattro simboli all'interno del logo. Questo, al di là dell'efficacia visiva, è stato vissuto da molti militanti, da tanti compagni ed elettori come una mortificazione. Quel vuoto simbolico per molti ha rappresentato una vera frustata, lo hanno letto come il fatto che dopo 19 anni di resistenza alla Bolognina, ci fosse qualcuno che voleva appunto riproporla. Non è il solo, ma è, a mio avviso, uno degli elementi che hanno determinato la sconfitta elettorale. Una cosa la voglio dire con chiarezza...&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Prego.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Per quanto ci riguarda mai più senza falce e martello. Noi abbiamo un primo impegno importantissimo, lavoriamo e pensiamo che ci siano tutte le condizioni per vincere il congresso e per impedire che si vada ad un superamento di Rifondazione, questo patrimonio così importate costruito in venti anni di sacrifici per contrastare la cancellazione di una presenza comunista in Italia. Riteniamo che questa battaglia possa essere vinta. Chi pensa invece che si debba accelerare è libero di andare a sbattere. Ma da solo. D'altronde se penso che a pochi giorni dal voto il candidato della Sinistra arcobaleno ha parlato di comunismo come tendenza «culturale»...&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Insomma, scusa il gioco di parole, alla politica del loft, si è risposto con una politica soft.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;A sinistra del Pd può esistere solo una forza che ha un progetto strategico alternativo e diverso dal partito democratico, altrimenti, se la tua opzione è quella di essere solo un po' più ambientalista e po' più radicale, in prospettiva non reggi e vieni sussunto   come posizione all'interno dello stesso Pd. Per questo è importantissima la questione dell'identità, del comunismo, perché è una proposta che allude ad un sistema economico e sociale alternativo a quello capitalistico.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-7945336916588775501?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/7945336916588775501/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=7945336916588775501' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7945336916588775501'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7945336916588775501'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/04/intervista-di-claudio-grassi.html' title='Intervista di Claudio Grassi'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-1164533111576344297</id><published>2008-04-15T19:34:00.001+02:00</published><updated>2008-04-15T19:42:21.460+02:00</updated><title type='text'>Dichiarazione di Ramon Mantovani</title><content type='html'>Ramon Mantovani ha rilasciato alla stampa la seguente dichiarazione:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Quattro partiti prendono un milione di voti e diventano extraparlamentari.&lt;br /&gt;Se il gruppo dirigente irresponsabile che ha portato a questo disastro insiterà sulla linea della sinistra arcobaleno sarà travolto dai militanti e dagli iscritti di rifondazione comunista.&lt;br /&gt;Sarebbe bene per loro e per il partito che si dimettessero immediatamente.&lt;br /&gt;E’ stata l’esperienza di governo a deludere gli elettori e ad allontanarci dai movimenti e dalle lotte.&lt;br /&gt;Bisogna ripartire da rifondazione e ripartiremo da rifodazione, anche cercando una unità seria con altre forze mettendo da parte l’idea elettoralistica e subalterna al partito democratico della sinistra e l’arcobaleno”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ramon mantovani&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-1164533111576344297?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/1164533111576344297/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=1164533111576344297' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1164533111576344297'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1164533111576344297'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/04/dichiarazione-di-mantovani.html' title='Dichiarazione di Ramon Mantovani'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-4436514670159183397</id><published>2008-04-15T19:18:00.001+02:00</published><updated>2008-04-15T19:41:36.734+02:00</updated><title type='text'>Bertinotti deve andare a casa</title><content type='html'>Il clamoroso ed evidente fallimento del progetto della Sinistra Arcobaleno, fortemente voluto e imposto da Fausto Bertinotti, segna un passaggio storico che richiede una resa dei conti ed un dibattito nella sinistra altrettanto chiarificatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo risultato indica l’effetto finale e devastante dell’egemonia sulla sinistra italiana di un ceto politico che da almeno venti anni ipoteca ogni ipotesi di indipendenza politica e di classe della sinistra in Italia e ogni rottura reale con il riformismo. Le responsabilità di questa casta culturale e politica sono enormi e quelli confermati dalle urne sono i risultati di un disastro visibili ormai a tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma le responsabilità di Fausto Bertinotti in questo fallimento sono più gravi di quelle di altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima nella CGIL e poi dopo essere stato “assunto” alla direzione del PRC, Bertinotti ha lavorato coscientemente alla distruzione di ogni punto di tenuta di una identità di classe e di rottura con la cultura politica riformista. Dall’accordo con Ds e Margherita alle regionali nel 1995 al referendum sull’art.19 (sulla rappresentanza sindacale che ha impedito lo sviluppo del sindacalismo di base e regalando il monopolio della rappresentanza a Cgil Cisl Uil), dalla rottura con il cosiddetto comunismo del Novecento alla complicità di governo con l’ultimo, disastroso, esecutivo di Romano Prodi, Fausto Bertinotti ha perseguito sistematicamente la demolizione di ogni resistenza all’omologazione politica e culturale dei comunisti e della sinistra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Queste responsabilità le abbiamo denunciate negli ultimi tredici anni entrando ripetutamente in conflitto con la logica del meno peggio, della prevalenza dell’elettoralismo, della liquidazione del bambino con l’acqua sporca nella storia del movimento operaio, con la subordinazione al culto della personalità verso il leader e tenendo aperta – con minore o maggiore successo in tempi diversi – una ipotesi di indipendenza politica e di radicamento sociale della sinistra di classe e dei comunisti nel nostro paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa ipotesi alternativa ha incontrato sempre ostilità e vita difficile sia nello spazio pubblico della sinistra sia nelle pagine dei giornali egemonizzate dal bertinottismo, dalle sue interviste, dalle sue svolte repentine. Oggi è la realtà a dimostrare che nel nostro paese era indispensabile tenere aperta una ipotesi politica e un progetto per una sinistra che non intende morire ingraiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso è il tempo di ricostruire sulle difficoltà e di sgomberare il campo dalle macerie. Il primo passo non può che essere l’uscita di scena immediata di Fausto Bertinotti e di coloro si sono resi consapevolmente corresponsabili di questo disastro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La redazione di Contropiano&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per le adesioni a questo appello scrivere a cpiano@tiscali.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-4436514670159183397?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/4436514670159183397/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=4436514670159183397' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/4436514670159183397'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/4436514670159183397'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/04/bertinotti-deve-andare-casa.html' title='Bertinotti deve andare a casa'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-1713254342857101688</id><published>2008-04-13T20:06:00.000+02:00</published><updated>2008-04-15T20:08:14.546+02:00</updated><title type='text'>per la sinistra in movimento - Appello</title><content type='html'>giovedì, 10 aprile 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;APPELLO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo compagne e compagni che in questi anni hanno lavorato nei conflitti sociali, nei movimenti e in Rifondazione Comunista.&lt;br /&gt;Abbiamo condiviso un percorso, che aveva fatto di Rifondazione Comunista un progetto originale, sia nel campo delle forze politiche italiane che in quello internazionale.&lt;br /&gt;Abbiamo visto nel progetto della Sinistra Europea il tentativo di costruire una soggettività nella quale le identità politico-culturali potevano arricchirsi, contaminarsi, ma anche rilanciarsi senza essere cancellate o dichiarate “fuori corso”.&lt;br /&gt;Abbiamo condiviso la scelta, dopo i grandi movimenti locali e nazionali da Genova in poi, di provare la strada del governo per tentare di invertire le tendenze dell’ultimo ventennio. Ma lo abbiamo fatto consapevoli che era una possibilità e che sarebbe stato necessario lottare per vincere le resistenze dei poteri forti e dei nostri stessi alleati di governo.&lt;br /&gt;Per tutti questi motivi siamo critici sia sul modo con il quale siamo stati al governo e nelle istituzioni sia sulla natura politicista dell’attuale processo di unità della sinistra.&lt;br /&gt;Ormai è chiaro che nell’esperienza di governo abbiamo finito con il praticare la “riduzione del danno” ed abbiamo introiettato l’idea, che mai ci era appartenuta, che non ci fosse la possibilità di rompere. E’ così che nella crescente separazione fra politica e società ci siamo trovati dalla parte sbagliata. Ed è così che di fronte ad un tale fallimento è comparsa la scorciatoia del superamento di Rifondazione Comunista e di un’unità verticistica con altre forze dal chiaro impianto governista ed elettoralista. Proposta che ha finito con inibire maggiormente e definitivamente la possibilità di presentare il conto al governo in occasione del decreto sul welfare e sulle pensioni, come pure avevamo deciso di fare, anche prevedendo un referendum di massa sulla nostra permanenza al governo nell’autunno scorso.&lt;br /&gt;Il ventilato “superamento” di Rifondazione Comunista, la politica dei fatti compiuti senza una discussione partecipata, l’ambiguità, su questioni dirimenti, del processo unitario, hanno gettato nello sconforto molte/i compagne/i dentro e fuori il PRC.&lt;br /&gt;Noi non ci riconosciamo nella formula ambigua “soggetto unitario e plurale”, dietro alla quale si nascondono posizioni diverse e forse perfino contrapposte, con la quale il gruppo dirigente nazionale del partito ha conservato l’apparente unità necessaria a fare, in modo oligarchico, scelte fondamentali senza nessuna discussione.&lt;br /&gt;Siamo, invece, interessati ad una discussione congressuale chiara, senza reticenze, in modo che ogni iscritto/a possa veramente decidere del futuro, della linea strategica del PRC e della sua stessa esistenza.&lt;br /&gt;Non ci proponiamo di dare vita ad una cordata nella maggioranza o ad una ennesima corrente di minoranza.&lt;br /&gt;Pensiamo si possano unire coloro che, avendo condiviso e sostenuto negli ultimi congressi le scelte della maggioranza, sono critici con le scelte del gruppo dirigente di questi ultimi due anni. Vogliamo partecipare al dibattito congressuale con l’esplicito obiettivo di riprendere e rilanciare la rifondazione comunista.&lt;br /&gt;Non consideriamo l’autonomia politico-organizzativa del PRC come un impedimento o un freno al processo unitario a sinistra. Al contrario vogliamo che il processo vada avanti su solide basi politiche e partecipative, ma senza rimuovere e ignorare le differenze profonde sul piano politico e teorico che esistono su temi fondamentali come il governo e il rapporto con il Partito Democratico.&lt;br /&gt;Siamo consapevoli che il nostro partito vive una crisi e non ne vogliamo ignorare i limiti. Ci era sembrato, con la conferenza d’organizzazione di Carrara, che si fosse imboccata la strada giusta per cominciare ad affrontarli e risolverli. Ma abbiamo visto, con preoccupazione crescente, negare nei fatti quanto deciso a Carrara, in favore di una gestione, da parte del gruppo dirigente, improntata ad un uso strumentale del partito e della militanza per fini decisi da pochi, come si è ben visto in occasione della formazione delle liste elettorali.&lt;br /&gt;Ma sappiamo per esperienza, e per nostra stessa testimonianza, che sempre le compagne e i compagni di Rifondazione, nei momenti più difficili, hanno saputo trovare energie inaspettate e la voglia di esistere collettivamente.&lt;br /&gt;Facciamo appello a tutte/i le compagne/i interessate/i a salvare e rilanciare il PRC, il suo progetto innovativo ed originale, a lavorare per l’unità di una sinistra antagonista ad unirsi dal basso per discutere insieme, liberamente, fuori dalle ristrette logiche delle cordate della maggioranza  e dalle correnti di minoranza che, fino ad ora, hanno impedito una vera e partecipata discussione dentro e fuori il PRC.&lt;br /&gt;L’analisi della globalizzazione capitalistica, la partecipazione alla nascita del movimento mondiale altermondista, l’individuazione di una profonda crisi della rappresentanza e più in generale della politica, la critica del potere, l’idea dei limiti di un partito politico, la critica dello stalinismo e del concetto di formazione di avanguardia, la non violenza e la disobbedienza come pratica del conflitto, ed altre cose ancora, ci hanno arricchiti/e e ci hanno fatto sperare nella possibilità di cominciare a praticare veramente la rifondazione comunista.&lt;br /&gt;Metteremo quindi a disposizione questo sito/forum aperto per riprendere la discussione generale e tematica su questi temi.&lt;br /&gt;Dopo la campagna elettorale, nella quale siamo state/i tutte/i impegnate/i, troveremo insieme i modi e i tempi per continuare la discussione e per preparare la battaglia congressuale.&lt;br /&gt;Chiunque voglia partecipare a questa discussione e alla battaglia può, fin d’ora, sottoscrivere questo appello e iscriversi a questo sito.&lt;br /&gt;Grazie e buon lavoro.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Tiziano Loreti – segretario provinciale PRC/SE Bologna&lt;br /&gt;Alessandro Bernardi – responsabile movimenti PRC/SE Bologna&lt;br /&gt;Ramon Mantovani - direzione nazionale PRC/SE&lt;br /&gt;Pamela Conti - resp. comm. lavoro e segr. circolo tlc PRC/SE Bologna&lt;br /&gt;Luca Marini - PRC/SE Montemurlo (PO)&lt;br /&gt;Italo Di Sabato - resp. Osservatorio nazionale sulla repressione PRC/SE&lt;br /&gt;Ferdinando Napolitano - Impiegato Gruppo Unicredit Paderno Dugnano (MI)&lt;br /&gt;Antonio Corrado - capogruppo PRC/SE Comune di Busto A. (VA)&lt;br /&gt;Marica Porta - Circolo PRC/SE "Palestina Libera" Molfetta (BA)&lt;br /&gt;Salvo Scuderi - PRC/SE Catania e membro CPR Sicilia&lt;br /&gt;Mario Gabrielli Cossu - segr. Circolo PRC/SE "E. Berlinguer" Bruxelles&lt;br /&gt;Roberto Ferrario - Circolo PRC/SE di Parigi &lt;br /&gt;Marco Sironi - già segretario Federazione Bergamo PRC/SE ora candidato alla Camera per la Sinistra Arcobaleno&lt;br /&gt;Luca Fontana - segretario Circolo "Che Guevara" PRC/SE Roma&lt;br /&gt;Emanuele Modugno - membro segreteria provinciale PRC/SE Brindisi&lt;br /&gt;Alessandro Bonacchi - consigliere PRC/SE Circoscrizione Prato Sud e membro Cpf&lt;br /&gt;Danilo Barreca - Fed. PRC/SE Reggio Calabria&lt;br /&gt;Alessandro Vinci - consigliere prov. PRC/SE Oristano e membro del Cpf &lt;br /&gt;Giuseppe Pelli - segr. Circolo PRC/SE "R. Menchu" Roma X Municipio&lt;br /&gt;Enrico Mandelstam - Direttivo Circolo "Karl Marx" - Londra (UK)&lt;br /&gt;Eleonora Casula - segreteria regionale PRC/SE della Sardegna, area diritti civili e migrazioni, e CPF Oristano&lt;br /&gt;Aldo Binosi - Segretario PRC/SE Mola di Bari e Cpf Bari&lt;br /&gt;Federico "Ciaccio"- Federazione PRC/SE Oristano&lt;br /&gt;Andrea Ronchi - membro Cpf  PRC/SE Bologna&lt;br /&gt;Andrea Lai - segr. Circolo "E. Berlinguer" PRC/SE Sassari&lt;br /&gt;Mauro Rossetti - Prc Rho&lt;br /&gt;Paolo Pantaleoni - Resp. movimenti segr. fed. PRC Rimini&lt;br /&gt;Gianluca Rossi - segretario PRC Lagonegro(PZ)&lt;br /&gt;Odorici Marco, Capogruppo Consigliare PRC Comune Casalecchio di Reno (Bo)&lt;br /&gt;Giancarlo Galletti - Circolo Ipercoop e segreteria prov. PRC/SE federazione PU&lt;br /&gt;Raffaele Emiliano - GC fed. Francavilla Fontana (BR)&lt;br /&gt;Valentina Zangheri - Coord. prov. GC fed. Rimini&lt;br /&gt;Nicoletta Cogoni - Coord. prov. GC fed. Rimini&lt;br /&gt;Christian Picucci - Circolo PRC/SE "B. Pagnozzi" fed. di Roma&lt;br /&gt;Marco Consolo - Dip. Naz. Esteri PRC/SE&lt;br /&gt;Gianni Monti - Cpf  fed. Firenze PRC/SE&lt;br /&gt;Angela Lombardi - Cpn e segreteria reg. Basilicata&lt;br /&gt;Antonio Grilletto - Prc/se Molise&lt;br /&gt;Nora Tagliazucchi - membro Cpn PRC/SE&lt;br /&gt;Emanuele - fed. Prato PRC/SE&lt;br /&gt;Paolo Gastaldo - il sogno che continua&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;per adesioni od contributi inviare una mail al seguente indirizzo (provvisorio): ottobresempre@hotmail.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-1713254342857101688?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/1713254342857101688/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=1713254342857101688' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1713254342857101688'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1713254342857101688'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/04/per-la-sinistra-in-movimento-appello.html' title='per la sinistra in movimento - Appello'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-7495303492947095879</id><published>2008-03-29T11:03:00.000+01:00</published><updated>2008-03-29T11:04:46.198+01:00</updated><title type='text'>US: Death sentence postponed for Mumia Abu-Jamal</title><content type='html'>By Naomi Spencer&lt;br /&gt;World Socialist Web Site, 29 March 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A US federal court issued a ruling Thursday in the case of political prisoner Mumia Abu-Jamal, convicted of murder in the 1981 shooting death of a Philadelphia police officer.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Upholding in all respects a 2001 decision, a three-judge panel of the Third Circuit appeals court in Pennsylvania ruled against a reinstatement of Abu-Jamal’s death sentence, while upholding his murder conviction. The latest ruling was in response to appeals from both Abu-Jamal and the State of Pennsylvania after the 2001 ruling.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The court also rejected Abu-Jamal’s request for a new trial. Instead the court called for either a sentencing of life in prison, or a new penalty hearing within six months—at which a new jury could decide only whether Abu-Jamal should be re-sentenced either to death or life without parole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The appeals court ruled in Abu-Jamal’s favor only in the sense that his execution has again been temporarily delayed. At the same time, the injustice of the case is perpetuated. Indeed, the bulk of the 118-page Third Circuit ruling was devoted to reaffirming the original charges against the longtime anti-death penalty activist, journalist, and former Black Panther Party member, and dismissing overwhelmingly contradictory evidence.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abu-Jamal, now 53 years old, has been on death row for nearly half of his life. He has maintained his innocence throughout his decades of incarceration, and has become well known around the world as a journalist and opponent of capital punishment.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;He was arrested in 1981 after the murder of Daniel Faulkner, a young police officer who had detained Abu-Jamal’s brother in an early morning traffic stop. Abu-Jamal, a taxi driver at the time, happened upon the scene and saw his brother had been beaten. As Abu-Jamal intervened, both he and Faulkner were shot. Faulkner was killed, and Abu-Jamal was hospitalized, charged with murder, and subjected to a trial compromised by false testimony and racism.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abu-Jamal has appealed his conviction numerous times over the years. In 1989, he challenged that the prosecution had systematically excluded jurors during the selection process based solely on their race. That appeal for rehearing was rejected by the Pennsylvania Supreme Court at the time, but was considered in arguments by the Third Circuit.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The 1982 prosecution relied on witness testimony asserting that Abu-Jamal was the only person on the scene who could have committed the killing, that a gun in his possession was the murder weapon, and that he allegedly confessed to the killing at the hospital.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All of these elements of the prosecution’s case have been contradicted by evidence that emerged in the mid-1990s during a series of review hearings. Among the most damning revelations was the sworn deposition of a man named Arnold Beverly, who said he had shot Faulkner under the pay of corrupt police officers with ties to local mafia, whose activity Faulkner was disrupting.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The testimony of witnesses from the hospital where Abu-Jamal allegedly confessed was also refuted by these same witnesses, including one police officer who admitted that he had originally filed a report stating that Abu-Jamal had made no comments, but changed the report after meeting with prosecutors. Other witnesses admitted they had been coerced by police and the prosecutor’s office into giving false testimony.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In addition, basic facts were omitted from the original trial, including Faulkner’s autopsy, which found that the bullet removed from the police officer’s brain was a .44 caliber. Mumia’s gun was a .38 and could not have fired this larger caliber bullet.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In the March 27 decision, however, all the original distortions remained. Abu-Jamal, the court stated, “shot Officer Faulkner in the back” as he approached the scene, then, “standing over Officer Faulkner, fired four shots at close range.” The court repeated claims that he menaced other officers who arrived, resisted arrest, and bragged in the presence of police about the killing while in critical condition at the emergency room.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The court did rule that the jury decision was influenced by a “flaw” in jury instructions, whereby jury members were told they had to unanimously agree on mitigating circumstances in the case, which would have lessened Abu-Jamal’s sentence.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“The jury instructions and the verdict form created a reasonable likelihood that the jury believed it was precluded from finding a mitigating circumstance that had not been unanimously agreed upon,” chief judge Anthony Scirica wrote for the court. The mitigating circumstance in the case was Abu-Jamal’s lack of a criminal record and long history of activism against violence.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The three judges for the Third Circuit court were somewhat divided in their decision regarding one of Abu-Jamal’s contentions, regarding the racial composition of the jury in the original trial. The court ruled that Abu-Jamal “waived his objection” to the prosecution’s use of challenges during jury impanelment “by failing to make a contemporaneous objection during jury selection.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;However, one judge, Thomas Ambro, wrote that he would have granted Abu-Jamal a hearing on jury selection. “To move past the prima facie case is not to throw open the jailhouse doors and overturn Abu-Jamal’s conviction,” he wrote. “It is merely to take the next step in deciding whether race was impermissibly considered during jury selection.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Reacting to the ruling Thursday, Abu-Jamal’s lead attorney, Robert Bryan, told the press, “I’ve never seen a case as permeated and riddled with racism as this one. I want a new trial and I want him free. His conviction was a travesty of justice.”&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-7495303492947095879?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.wsws.org/articles/2008/mar2008/jama-m29.shtml' title='US: Death sentence postponed for Mumia Abu-Jamal'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/7495303492947095879/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=7495303492947095879' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7495303492947095879'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7495303492947095879'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/03/us-death-sentence-postponed-for-mumia.html' title='US: Death sentence postponed for Mumia Abu-Jamal'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-3485887850055387533</id><published>2008-03-28T11:06:00.000+01:00</published><updated>2008-03-29T11:08:32.753+01:00</updated><title type='text'>The political issues in the fight to defend Mumia Abu-Jamal</title><content type='html'>World Socialist Web Site, 26 February 1999&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The following statement was issued February 25 by the Socialist Equality Party of the US.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The broadest possible support must be won in the United States and internationally to oppose the execution of Mumia Abu-Jamal, demand a new trial and fight for the freedom of this political prisoner who has spent more than 16 years on death row.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The case of Abu-Jamal has become a focal point of opposition, both in America and around the world, to the barbaric practice of capital punishment. He is one among thousands sitting on death row in the US.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The assembly-line killings of prisoners, together with the repeated instances of police torture and murder--such as the shooting death of 22-year-old African immigrant Amadou Diallo in New York City--are correctly seen by people around the world as symptoms of a diseased society.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Despite overwhelming evidence of Abu-Jamal's innocence, the authorities are determined to carry out the final act in their vendetta against the former Black Panther Party member. The planned state murder of Abu-Jamal is part of a deepening assault on basic democratic rights. It would be an infamous act, the first execution of a political prisoner since the electrocution of the Rosenbergs in 1953.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The ominous implications of this case were underscored in January, when the Republican governor of New Jersey, Christine Todd Whitman, led a political witch-hunt against a benefit concert in behalf of Abu-Jamal held at the Continental Airlines Arena in East Rutherford, New Jersey. New York State Senator Serphin Maltese accused the audience of being "pro-cop killer." Statements by politicians and police officials amounted to thinly veiled incitements to violence against Abu-Jamal's supporters.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This episode revealed the essence of the persecution of Abu-Jamal--the attempt on the part of the political establishment and the media to criminalize opposition to the status quo among working people, the poor and racial minorities. By executing the former radio journalist, they are out to set an example, to intimidate and silence opponents of the right-wing policies being carried out by both big business parties and all of the institutions of the government--Congress, the judiciary and the White House.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;As far as the American authorities are concerned, high profile executions, besides demonstrating the repressive power of the state, have an additional political benefit. They are considered an effective means of brutalizing the public. A population which sees the American government put people to death on a daily basis will more easily be inured to accept the violent actions of US military forces around the world and the appalling conditions which face millions of impoverished people at home.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Already the American government drops bombs with impunity on a virtually defenseless Iraq and enforces sanctions that kill thousands of children every month, with little public protest. Within the US, homeless people are treated as criminals, so-called "illegal aliens" are deported, jailed and brutalized, welfare mothers are stripped of their benefits and forced to work for poverty wages. Those responsible for such policies seek consciously to benumb the social and moral sensibilities of the population, as they prepare to escalate their attacks on working people both at home and abroad.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It is undeniable that there is widespread support in America today for the death penalty. This is an expression of the prevailing reactionary political climate and the disorientation of broad layers of the population, who are effectively disenfranchised by a political system dominated by two big business parties. Faced with enormous social problems--declining living standards, economic insecurity, deteriorating schools--and lacking any broad-based, socially progressive alternative in the political arena, sections of the population are vulnerable to demagogues who offer simplistic solutions.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But such political confusion is not permanent. It can and must be overcome. The immense contradictions of American capitalism create powerful conditions for the development of a mass movement against the profit system. Indeed, the systematic effort of the ruling class to build up the repressive powers of the state is driven by fears of a coming social explosion.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The most important social fact of the last quarter century has been the staggering polarization of American society between a wealthy elite, which has enriched itself enormously, and the vast majority of the population, millions of whom already live in poverty, while millions more are struggling just to make ends meet. The wealthy few control the Democratic and Republican parties, the media conglomerates and every official institution of American life. The entire life of the country is organized around their needs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Democratic forms of rule are increasingly incompatible with these vast differences in wealth and income. The deepening class antagonism between the ruling elite and the mass of working people is the driving force behind the intensification of police brutality, the buildup of the prisons, the accelerated pace of executions. The victims of the death penalty--white, black, Hispanic or immigrant--have one thing in common: almost without exception they are drawn from the poorest strata of the population.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The Democratic Party, as well as the Republican, is up to its neck in the assault on democratic rights. Clinton campaigned in 1992 as a new kind of law-and-order, right-wing Democrat. So that there would be no doubt about his support for capital punishment, he went back to Arkansas during the campaign to preside over an execution. The Effective Death Penalty Act, a reactionary bipartisan measure signed by Clinton in 1996, blocks federal courts from examining the evidence in state trials, undermining the rights of death row prisoners.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;On every front--attacks on the right of habeas corpus, immigrants' rights, free speech on the Internet, increasing the scope of wiretapping--Clinton has lined up with the FBI, the police and the right wing. He is now calling for hundreds of millions of dollars to pursue the fight against "terrorism." This is part of an effort to create an atmosphere of panic in which further inroads against civil liberties can be made.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The Democratic Party has demonstrated its inability to defend democratic rights even when its own immediate interests are threatened, as in the Starr investigation and the impeachment drive against the Clinton White House. Fully aware that the impeachment trial was the product of a right-wing political conspiracy, congressional Democrats and Clinton himself refrained from any effort to expose the neo-fascist elements, both inside and outside the Republican Party, who set these events in motion.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The defense of Mumia Abu-Jamal and other victims of state repression cannot be based on appeals to Democratic Party politicians and liberal circles within the ruling elite, or reliance on a judicial system which is a stronghold of the ultra-right. Democratic rights can be defended only through a struggle to mobilize the great social force that is being driven into battle against the profit system and its political representatives. That social force is the working class.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In order to generate a broad movement both within the United States and internationally against the state murder of Mumia Abu-Jamal, his defense must be linked to the social questions that confront the masses of working people: poverty, economic insecurity, social inequality. On the basis of such a struggle, ever broader layers of the population will come to understand that the same forces victimizing Abu-Jamal are victimizing the entire working class, and that the law-and-order witch-hunt directed against him is aimed at the rights of all working people.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Such an orientation will lay the foundations for a powerful anti-capitalist political movement. Once the working class begins to move as a class, once it begins to sense its strength and identify its independent interests, many questions will begin to be clarified, including the death penalty. Such a perspective is a certain, and, in fact, the only basis for overcoming divisions based on race, nationality and ethnicity.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;History demonstrates that only the intervention of wide layers of the population acting on their own program and in their own interests can bring about a radical change in the political and social situation. This, in our view, must be the perspective guiding the defense of political prisoner Mumia Abu-Jamal.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-3485887850055387533?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.wsws.org/articles/1999/feb1999/jama-f26.shtml' title='The political issues in the fight to defend Mumia Abu-Jamal'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/3485887850055387533/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=3485887850055387533' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3485887850055387533'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3485887850055387533'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/03/political-issues-in-fight-to-defend.html' title='The political issues in the fight to defend Mumia Abu-Jamal'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-1935271649889308154</id><published>2008-03-28T11:05:00.000+01:00</published><updated>2008-03-29T11:06:25.129+01:00</updated><title type='text'>The fight to free Mumia Abu-Jamal and the defense of democratic rights</title><content type='html'>Statement of the Socialist Equality Party of the US &lt;br /&gt;World Socialist Web Site, 23 April 1999&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The defense of Mumia Abu-Jamal has become a focal point of the struggle in the United States and internationally against political repression, racism and capital punishment. The issues in his case go to the defense of democratic rights as a whole and the fight for social justice. It is critical that the campaign against the execution of this political prisoner, to secure a new trial and win his freedom, be broadened to involve ever wider layers of working people, youth and students.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Well before his 1982 frame-up, Mumia was targeted for persecution by the FBI, former mayor Frank Rizzo and the Philadelphia police department because of his outspoken opposition to police brutality and racism. Since his imprisonment Mumia has been a courageous and articulate opponent of capital punishment and the inhuman treatment of prisoners.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;There should be no illusions about the intent of the authorities. They are determined to carry out the final act of their political vendetta against Mumia and to silence him once and for all. His execution would have far-ranging consequences. Such a high-profile state killing, the first execution of a political prisoner in decades, would signal an intensification of political repression and further restrictions on democratic and civil rights. The authorities aim to make an example of Mumia and create an atmosphere of intimidation and fear to curtail all forms of dissent.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The connection between the persecution of Mumia and the wider attack on democratic rights is underscored by the campaign by politicians and police officials to stop the protest movement against Mumia's execution. Last January New Jersey Governor Whitman led a witch-hunt against the benefit concert for Mumia in East Rutherford. In New York City Mayor Giuliani's police have broken up meetings called to build support for Mumia. Most recently, Philadelphia Mayor Rendell attempted to restrict the number of participants in the April 24 march to 500, and prevent supporters from publicizing the protest the night before in many downtown areas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In taking forward the struggle to defend Mumia, it is above all necessary to grasp the connection between his case and the social and political crisis in America that underlies it. The growing assault on democratic rights is rooted in the pervasive inequality that plagues American society. The US today has the greatest disparities of wealth of any major industrial country. A small elite headed up by Wall Street speculators, bankers and corporate executives amasses ever-greater levels of private wealth, while the vast majority of working people face an ever more difficult struggle to support their families.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Over the past 20 years workers have seen their living standards stagnate or decline. It takes both spouses working, often holding down multiple jobs and working long hours of overtime, just to put food on the table and pay the rent or mortgage. In the midst of an unprecedented boom in corporate profits and share values on the stock market, huge social problems fester and grow more malignant. The media, in its delirium over the spectacular bull market, ignores the worsening crises in health care (43 million Americans with no insurance), housing and education, and pays little heed to the growth of poverty, hunger and homelessness. The greatest impact falls on young workers and children, whose poverty rates are soaring.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The entire political establishment, including both big business parties, barely makes a pretense of concern for the plight of the great mass of working people. All of its policies are concentrated on sustaining a "business climate" which props up the stock market and favors the rich, through tax cuts for the wealthy and the gutting of social programs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Beneath the surface veneer of prosperity, the class contradictions of American society are intensifying. In the final analysis such levels of social inequality are incompatible with democracy. A political establishment that is neither willing nor able to meet the needs of the vast majority of the population is increasingly compelled to rely on brute force to defend the economic elite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It is no accident that the economic changes of the last 20 years have been accompanied by the ascendancy of the politics of reaction and repression: law-and-order, the criminalization of the poor, the prosecution of children as adults. The glorification of the capitalist market finds its most grotesque political expression in the assembly line of state executions, occurring almost on a weekly basis.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Political reaction at home goes hand in hand with the growth of militarism abroad. Is it a mere coincidence that the advanced industrialized country with the highest percentage of its population locked up behind bars is also the world's biggest international bully? The modus operandi of American foreign policy--attacking one weak and virtually defenseless nation after another--is entirely in keeping with the methods of brutality and repression employed against large sections of the population at home. The eruption of US militarism now finds its bloody expression in the NATO war against Yugoslavia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The Clinton administration is making clear that the war in the Balkans is only the first of many future military interventions around the world which the United States will conduct in the name of "human rights." But as the worldwide campaign against the frame-up of Mumia and the growing international criticism of US executions and police murders demonstrate, America is increasingly becoming the symbol, not of freedom and human rights, but of police brutality, social reaction and racism.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Social inequality and political repression at home, imperialist war abroad--these conditions will inevitably produce great struggles within the United States. There are already many indications of rising popular discontent. Thousands of working people and youth in the US and internationally are participating in protests and work stoppages to demand Mumia's freedom. In New York City numerous protests have been carried out against the police murder of the 22-year-old African immigrant, Amadou Diallo. Despite the lies of the Pentagon, the White House and the news media, there is growing discontent over the war in the Balkans.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Those who wish to defend Mumia Abu-Jamal and oppose the abuse of democratic rights must find the means to link his case in the consciousness of broad layers of the population to the great social issues which masses of working people confront. The central issue is question of program, perspective and leadership. On what political basis must this struggle be pursued?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The great lesson of the movements of the 1960s is that the evils of American society cannot be redressed simply through protests and moral appeals to the powers-that-be. As long as the economic and political power remains in the hands of the ruling elite, social justice cannot be attained.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The Clinton administration has been the clearest proof of the dead-end of a political perspective that accepts the domination of the working people by the two big business parties, and bases itself on appeals to the Democratic Party in particular. Clinton has championed the death penalty and law-and-order repression, while embracing anti-democratic proposals from the Effective Death Penalty Act, to so-called anti-terrorism bills, to attacks on immigrants' rights. Nor can the judiciary, which has become a bastion of the ultra-right, be relied on to provide justice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The great social force that has the potential to fundamentally change society in the interests of the vast majority of the people is the working class. But this can only occur when working people unite as an independent political force by breaking with the Democrats and building a mass political party of their own. Such a party, based on a socialist program, must fight for economic justice and social equality, for an end to racism and an expansion of democratic rights, above all by establishing the democratic control of the working people over society's resources.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The key to building a movement to free Mumia is to turn to the masses of working people on the basis of an independent political program that addresses the great social issues of the day: the fight for jobs, housing, education and health care, and the struggle against militarism. On the basis of such a struggle, ever broader layers of the population will come to understand that the same forces that are victimizing Mumia are victimizing the entire working class, and that the law-and-order witch-hunt against directed against him is aimed at the rights of all working people.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No one should underestimate the determination of the authorities, or the seriousness of the struggle that lies ahead. In so far as the fight to defend Mumia identifies itself with the broadest layers of working people and provides them with a political road forward, the struggle to save him will be enormously strengthened.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-1935271649889308154?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.wsws.org/articles/1999/apr1999/maj-24a.shtml' title='The fight to free Mumia Abu-Jamal and the defense of democratic rights'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/1935271649889308154/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=1935271649889308154' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1935271649889308154'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1935271649889308154'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/03/fight-to-free-mumia-abu-jamal-and.html' title='The fight to free Mumia Abu-Jamal and the defense of democratic rights'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-8477779891573497324</id><published>2008-02-08T17:13:00.000+01:00</published><updated>2008-02-08T17:14:49.575+01:00</updated><title type='text'>Emergenza redditi</title><content type='html'>di Giorgio Lunghini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che i salari siano bassi è stato reso evidente dalla ripresa dell'inflazione annunciata ieri dall'Istat. Ma è un fatto da tutti risaputo, in primo luogo dai diretti interessati, i lavoratori. È importante che lo abbia detto anche il governatore di Bankitalia, con certificazione del suo servizio studi, e che lo abbiano ammesso alcuni imprenditori con le loro «mance contrattuali». I salari sono però soltanto una parte del reddito nazionale. Le altre due parti sono le rendite e i profitti. Se la quota dei salari è piccola, grandi sono le quote dei profitti e delle rendite. Ciò capisce anche un bambino, e ciò insegna la buona teoria economica. La questione salariale è dunque un problema di dimensioni del reddito da distribuire e di distribuzione di questo reddito tra rendite, profitti e salari. Ed è il vero problema «politico» del paese.&lt;br /&gt;Una volta che i percettori di rendite le hanno incassate, il salario (che è una variabile dipendente) dipenderà da quanto è rimasto del reddito nazionale e da quanto prende la forma di profitti. Tra rendite, profitti e salari ci sono molti intrecci, che statistici e sociologi hanno studiato; tuttavia è meglio non lasciarsi distrarre dalla sostanza della questione, economica e perciò politica.&lt;br /&gt;La questione salariale può essere medicata in tre modi. Uno, oggi difficile da praticare, è che i lavoratori salariati conquistino una maggiore forza contrattuale nella distribuzione del reddito nazionale. Il secondo è che il reddito nazionale cresca tanto da consentire un aumento di tutte e tre le quote, senza inasprire il conflitto sociale: una prospettiva oggi improbabile. Il terzo modo è l'unico del quale disporrebbe un governo che prenda sul serio la questione: una redistribuzione del reddito, per via fiscale, dai percettori di redditi elevati ai percettori di redditi bassi - senza tagli della spesa pubblica.&lt;br /&gt;Ci sono due ragioni che consigliano questa strada. La prima è ovvia: l'attuale diseguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza è arbitraria e iniqua. La seconda è un po' più complicata ma non meno importante. La spesa in consumi dei più ricchi, in percentuale del loro reddito, è minore di quella dei più poveri. Dunque uno spostamento di potere d'acquisto dai più ricchi ai più poveri farebbe aumentare la domanda per consumi e per questa via lo stesso reddito nazionale. Così come dovrebbero sapere quanti invece amano separare la funzione e il costo dei cittadini in quanto lavoratori, dalla loro funzione e dal loro potere d'acquisto in quanto consumatori.&lt;br /&gt;La clausola «senza tagli della spesa pubblica» è cruciale. I servizi pubblici sono una parte importante del reddito reale dei cittadini più poveri. Se il loro maggior reddito monetario venisse finanziato mediante una minore spesa pubblica, anziché mediante una redistribuzione del reddito nazionale, la manovra sarebbe pura propaganda elettorale. Un concetto da ricordare mentre parte la corsa verso le urne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da il manifesto del 6 febbraio 2008)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-8477779891573497324?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/8477779891573497324/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=8477779891573497324' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8477779891573497324'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8477779891573497324'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/02/emergenza-redditi.html' title='Emergenza redditi'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-4877702394331063337</id><published>2008-02-02T13:33:00.000+01:00</published><updated>2008-02-06T13:36:48.016+01:00</updated><title type='text'>"Do not turn away from these great struggles before us"</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;John Edwards left the Democratic presidential race on a more substantial note than some of his opponents ever hit during the course of the long contest that always benefited from the presence of the populist former senator from North Carolina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;There is no question that Edwards has earned a prime-time place on the schedule of the Democratic National Convention, mostly because of what he says but also because of how he says it.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Here is the text of what he said this afternoon in New Orleans, the city where he began his run for the presidency a year ago and where it ended with all the grace that it was waged:&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;We're very proud to be back here.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;During the spring of 2006, I had the extraordinary experience of bringing 700 college kids here to New Orleans to work. These are kids who gave up their spring break to come to New Orleans to work, to rehabilitate houses, because of their commitment as Americans, because they believed in what was possible, and because they cared about their country.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I began my presidential campaign here to remind the country that we, as citizens and as a government, have a moral responsibility to each other, and what we do together matters. We must do better, if we want to live up to the great promise of this country that we all love so much.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It is appropriate that I come here today. It's time for me to step aside so that history can blaze its path. We do not know who will take the final steps to 1600 Pennsylvania Avenue, but what we do know is that our Democratic Party will make history. We will be strong, we will be unified, and with our convictions and a little backbone we will take back the White House in November and we'll create hope and opportunity for this country.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This journey of ours began right here in New Orleans. It was a December morning in the Lower Ninth Ward when people went to work, not just me, but lots of others went to work with shovels and hammers to help restore a house that had been destroyed by the storm.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;We joined together in a city that had been abandoned by our government and had been forgotten, but not by us. We knew that they still mourned the dead, that they were still stunned by the destruction, and that they wondered when all those cement steps in all those vacant lots would once again lead to a door, to a home, and to a dream.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;We came here to the Lower Ninth Ward to rebuild. And we're going to rebuild today and work today, and we will continue to come back. We will never forget the heartache and we'll always be here to bring them hope, so that someday, one day, the trumpets will sound in Musicians' Village, where we are today, play loud across Lake Ponchartrain, so that working people can come marching in and those steps once again can lead to a family living out the dream in America.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;We sat with poultry workers in Mississippi, janitors in Florida, nurses in California.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;We listened as child after child told us about their worry about whether we would preserve the planet.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;We listened to worker after worker say "the economy is tearing my family apart."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;We walked the streets of Cleveland, where house after house was in foreclosure.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And we said, "We're better than this. And economic justice in America is our cause."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And we spent a day, a summer day, in Wise, Virginia, with a man named James Lowe, who told us the story of having been born with a cleft palate. He had no health care coverage. His family couldn't afford to fix it. And finally some good Samaritan came along and paid for his cleft palate to be fixed, which allowed him to speak for the first time. But they did it when he was 50 years old. His amazing story, though, gave this campaign voice: universal health care for every man, woman and child in America. That is our cause.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And we do this -- we do this for each other in America. We don't turn away from a neighbor in their time of need. Because every one of us knows that what -- but for the grace of God, there goes us. The American people have never stopped doing this, even when their government walked away, and walked away it has from hardworking people, and, yes, from the poor, those who live in poverty in this country.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;For decades, we stopped focusing on those struggles. They didn't register in political polls, they didn't get us votes and so we stopped talking about it. I don't know how it started. I don't know when our party began to turn away from the cause of working people, from the fathers who were working three jobs literally just to pay the rent, mothers sending their kids to bed wrapped up in their clothes and in coats because they couldn't afford to pay for heat.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;We know that our brothers and sisters have been bullied into believing that they can't organize and can't put a union in the workplace. Well, in this campaign, we didn't turn our heads. We looked them square in the eye and we said, "We see you, we hear you, and we are with you. And we will never forget you." And I have a feeling that if the leaders of our great Democratic Party continue to hear the voices of working people, a proud progressive will occupy the White House.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Now, I've spoken to both Senator Clinton and Senator Obama. They have both pledged to me and more importantly through me to America, that they will make ending poverty central to their campaign for the presidency.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And more importantly, they have pledged to me that as President of the United States they will make ending poverty and economic inequality central to their Presidency. This is the cause of my life and I now have their commitment to engage in this cause.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And I want to say to everyone here, on the way here today, we passed under a bridge that carried the interstate where 100 to 200 homeless Americans sleep every night. And we stopped, we got out, we went in and spoke to them.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;There was a minister there who comes every morning and feeds the homeless out of her own pocket. She said she has no money left in her bank account, she struggles to be able to do it, but she knows it's the moral, just and right thing to do. And I spoke to some of the people who were there and as I was leaving, one woman said to me, "You won't forget us, will you? Promise me you won't forget us." Well, I say to her and I say to all of those who are struggling in this country, we will never forget you. We will fight for you. We will stand up for you.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But I want to say this -- I want to say this because it's important. With all of the injustice that we've seen, I can say this, America's hour of transformation is upon us. It may be hard to believe when we have bullets flying in Baghdad and it may be hard to believe when it costs $58 to fill your car up with gas. It may be hard to believe when your school doesn't have the right books for your kids. It's hard to speak out for change when you feel like your voice is not being heard.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But I do hear it. We hear it. This Democratic Party hears you. We hear you, once again. And we will lift you up with our dream of what's possible.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One America, one America that works for everybody.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One America where struggling towns and factories come back to life because we finally transformed our economy by ending our dependence on oil.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One America where the men who work the late shift and the women who get up at dawn to drive a two-hour commute and the young person who closes the store to save for college. They will be honored for that work.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One America where no child will go to bed hungry because we will finally end the moral shame of 37 million people living in poverty.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One America where every single man, woman and child in this country has health care.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One America with one public school system that works for all of our children.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One America that finally brings this war in Iraq to an end. And brings our service members home with the hero's welcome that they have earned and that they deserve.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Today, I am suspending my campaign for the Democratic nomination for the Presidency.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But I want to say this to everyone: with Elizabeth, with my family, with my friends, with all of you and all of your support, this son of a millworker's gonna be just fine. Our job now is to make certain that America will be fine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And I want to thank everyone who has worked so hard – all those who have volunteered, my dedicated campaign staff who have worked absolutely tirelessly in this campaign.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And I want to say a personal word to those I've seen literally in the last few days – those I saw in Oklahoma yesterday, in Missouri, last night in Minnesota – who came to me and said don't forget us. Speak for us. We need your voice. I want you to know that you almost changed my mind, because I hear your voice, I feel you, and your cause it our cause. Your country needs you – every single one of you.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All of you who have been involved in this campaign and this movement for change and this cause, we need you. It is in our hour of need that your country needs you. Don't turn away, because we have not just a city of New Orleans to rebuild. We have an American house to rebuild.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This work goes on. It goes on right here in Musicians' Village. There are homes to build here, and in neighborhoods all along the Gulf. The work goes on for the students in crumbling schools just yearning for a chance to get ahead. It goes on for day care workers, for steel workers risking their lives in cities all across this country. And the work goes on for two hundred thousand men and women who wore the uniform of the United States of America, proud veterans, who go to sleep every night under bridges, or in shelters, or on grates, just as the people we saw on the way here today. Their cause is our cause.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Their struggle is our struggle. Their dreams are our dreams.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Do not turn away from these great struggles before us. Do not give up on the causes that we have fought for. Do not walk away from what's possible, because it's time for all of us, all of us together, to make the two Americas one.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-4877702394331063337?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.thenation.com/blogs/campaignmatters?pid=277755' title='&quot;Do not turn away from these great struggles before us&quot;'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/4877702394331063337/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=4877702394331063337' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/4877702394331063337'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/4877702394331063337'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/02/do-not-turn-away-from-these-great.html' title='&quot;Do not turn away from these great struggles before us&quot;'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-1026584587518738241</id><published>2008-02-02T12:52:00.000+01:00</published><updated>2008-02-02T12:54:45.304+01:00</updated><title type='text'>Give Them Death: Three Leading Democratic Candidates Support Capital Punishment</title><content type='html'>By  Liliana Segura,  AlterNet. Posted January 25, 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Opposing the death penalty used to distinguish Democrats from Republicans. Now, across party lines, death is just another day at the office.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;When Clinton, Obama and Edwards took the stage before a mostly African-American crowd in Myrtle Beach, S.C., on Monday night, they came brimming with concern for the plight of black America. From the disproportionate effects of the subprime loan crisis to the racially drawn pitfalls of U.S. healthcare, the black community, said Edwards, "is hurt worse by poverty than any community in America. And it's our responsibility, not just for the African-American community, but for America, as a nation, to take on this moral challenge."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Politicians like to see moral challenges when it's convenient. The candidates have labeled the war in Iraq, global warming and the economy "moral challenges" before various audiences in the past few months. But there's one topic the leading Dems systematically exclude from their morality crusade, one that begged to be addressed before an African-American audience in a Southern state: the death penalty.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It's not news that African-Americans are disproportionately represented on death row. While 12 percent of the country is African-American, more than 40 percent of the country's death row population is black -- and although blacks and whites are murder victims in nearly equal numbers, 80 percent of the prisoners executed since the death penalty was reinstated were convicted for murders in which the victim was white. Study upon study in states across the country have discovered racial bias at every stage of the death penalty process, including one that found that the more "stereotypically black" a defendant is perceived to be, the more likely that person is to be sentenced to death. Add to that the fact that over 20 percent of black defendants who have been executed were convicted by all-white juries, and the racial reality of the death penalty becomes impossible to ignore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sure, all three candidates have given nod to our racist criminal justice system from time to time. At the South Carolina debate, Barack Obama acknowledged it as "something that we have to talk about," specifically, the fact that "African-Americans and whites ... are arrested at very different rates, are convicted at very different rates [and] receive very different sentences." Edwards, speaking out on the case of the Jena 6, last fall, said, "As someone who grew up in the segregated South, I feel a special responsibility to speak out on racial intolerance." Even Hillary has labeled the incarceration boom that followed passage of her husband's crime bill -- for which she lobbied hard -- "unacceptable." When it comes to criminal justice, she said in Iowa, "I want to have a thorough review of all of the penalties."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Still, not one leading Democrat is about to make criminal justice reform -- let alone the death penalty -- central to his or her platform.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Clinton, Obama and Edwards all support capital punishment. It's a position you'd be hard pressed to find on their websites, and they might not be bragging about it the way they might have in, say, 2000. Or 1996. Or 1992, the year their party's pro-death penalty stance was codified in its official party platform and then-presidential candidate Bill Clinton made a campaign trail detour to Arkansas, where he presided over the execution of mentally damaged prisoner Ricky Ray Rector. Nevertheless, all three hold on to their pro-death penalty stance, as have virtually all leading Democrats running for office in the past 20 years.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Why so much longstanding support for capital punishment? It is the easiest way to combat the quadrennial charge that Democrats are "soft on crime."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Opposing the death penalty used to be one way for Democrats to distinguish themselves from their rivals on the campaign trail -- at least before Michael Dukakis was lampooned after a 1988 debate in which he failed to wax bloodthirsty when asked if he'd want to execute a theoretical rapist/murderer if the victim was his wife, Kitty. The years that followed saw the Democrats cozy up to capital punishment: The Clinton era brought a sweeping expansion of the federal death penalty, thanks to the Crime Bill, and a sharp cut in death row appeals, thanks to the Anti-Terrorism and Effective Death Penalty Act. State executions spiked in the late '90s, more than doubling between 1996 and 1999.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But times have changed. Since 2000, executions have been in steady decline, and not because of the Democratic Party establishment. The Supreme Court has outlawed the execution of mentally retarded persons and prisoners convicted as juveniles; a revolution in DNA testing has put wrongful convictions on the front pages of newspapers nationwide; and in December, New Jersey became the first state in the country to pass legislation abolishing the death penalty in 40 years. Currently, executions are stalled altogether, as states await a ruling in the landmark Supreme Court case Baze v. Rees, which examines lethal injection as it is carried out in 36 states.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Given the climate, you would think the time is ripe for the Dems to reconsider the death penalty -- perhaps even dust it off as a way to differentiate themselves from the Republicans this November.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;You would be wrong.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Obama, Edwards and Clinton have remained practically mute about the death penalty in the past few months, reiterating their support only when asked -- and giving heavily qualified answers. Take Obama, for starters. In a 2004 debate against Alan Keyes, his opponent in the race for U.S. Senate, Obama declared that "there are extraordinarily heinous crimes -- terrorism, the harm of children -- in which [the death penalty] may be appropriate." "We have to have this ultimate sanction in certain circumstances," he said. "I think it's important that we preserve that." Obama repeated his stance in his 2006 memoir, The Audacity of Hope, where he invoked crimes "so heinous ... that the community is justified in expressing the full measure of its outrage."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;On the campaign trail, Obama has continued to characterize the death penalty as a necessary evil, while also boasting about his role in trying to perfect it. "I am somebody who led on reforming a death penalty system that was broken in Illinois -- that nobody thought was good politics, but was the right thing to do," he said on the night of the South Carolina debate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In fact, it was good politics. Obama's primary role in his much-touted death penalty reform was a successful push to videotape police interrogations in a state where violently coerced confessions had sent at least 13 men to death row. Republican Gov. George Ryan -- who actually co-chaired execution kingpin George W. Bush's first election campaign -- had had a moratorium in place since January 2000. By the time Obama's legislation passed, four innocent men had already been pardoned -- and Ryan had emptied Illinois' death row. In fact, before the scandal of Illinois' death penalty system broke -- a scandal born in police interrogation rooms on Chicago's South Side, where Obama had been a community organizer -- Obama seemed happy to bolster capital punishment in his state. As a freshly elected state senator in 1997, he voted to expand the death penalty to include the murderers of senior citizens or the disabled. If the Democrats were truly outraged at the injustice of the American justice system, Obama would face serious questions about his support of state-sanctioned murder and not about what went up his nose decades ago.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Today, the Obama camp likes to paint its man as anti-death penalty with a few exceptions. "Obama opposes the death penalty except for terrorists, serial killers and child-murderers," two reporters wrote in the Hill last spring, "but his campaign added that he does not support the death penalty as it is currently administered in this country."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Or, as one blogger wrote last year, "In a nutshell: He's pro-death penalty, but he is also pro-let's not execute the wrong guy."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Who isn't "pro-let's not execute the wrong guy"?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;If Obama's Chicago years dampened his support for the death penalty, one would think Edwards' Senate tenure and time in the courtroom would have turned him off to the death penalty altogether. His years in office saw the exonerations of three death row prisoners from North Carolina's death row, a 2001 study finding deep racial bias in the state's death penalty system, and a historic vote in 2003 that would make the state senate the first legislative body in the South to pass moratorium legislation. Yet he held on to his support for the death penalty.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;When Edwards was asked at the Yearly Kos convention last summer to reconcile his "two Americas" rhetoric with support of a punishment that disproportionately condemns poor people of color to die (full disclosure: I was the questioner), Edwards gave a lengthy answer that, boiled down, called for death to killers of children. More recently, on NPR's Talk of the Nation, responding to a caller concerned about his support for capital punishment, Edwards acknowledged the racial bias, the problem of wrongful convictions, unequal legal representation -- he even talked about the trouble with "death qualified juries." Nevertheless, he defended his pro-death penalty stance.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And then there's Hillary. Perhaps even more than Obama or Edwards, Hillary has avoided discussing capital punishment on the campaign trail. As a senator representing a state that got rid of the death penalty during her tenure, at the same time that the Ashcroft and Gonzales-led Department of Justice sought to prosecute more federal capital cases in New York, Hillary has had precious little to say about the death penalty in the past few years. She supports it, of course -- has for years -- and she, like her opponents, also supports "reforms." In 2003, she co-sponsored the Innocence Protection Act, to make DNA testing available for individuals sentenced to death under federal law. Penance, perhaps, for having helped to curtail death row appeals in the '90s.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Regardless of who gets the Democratic nomination, the death penalty is certain to be off the table in the general election, where tough talk on terrorism will trump domestic criminal justice policy discussions. "I doubt that candidates from either side will raise the death penalty issue, though it might come up as a question," says Richard Dieter, executive director of the Death Penalty Information Center. "Because this issue has become so multisided, each position on the death penalty has drawbacks. If you support it, you have to admit its flaws. If you oppose it, you may not raise it for fear of being out of the mainstream."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;As opposition to state-sanctioned killing becomes more and more mainstream, however, the Democrats should be able to muster the courage to come out against it too. But there's no sign that that is a "moral challenge" they are ready to take on. Rather, the pro-death penalty, pro-"reform" stance occupied by Obama, Edwards and Clinton is little more than a gift to capital punishment supporters who claim the machinery of death just needs some fine-tuning.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liliana Segura is an AlterNet staff writer and editor of the Rights &amp; Liberties section.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-1026584587518738241?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.alternet.org/rights/74884/' title='Give Them Death: Three Leading Democratic Candidates Support Capital Punishment'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/1026584587518738241/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=1026584587518738241' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1026584587518738241'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1026584587518738241'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/02/give-them-death-three-leading.html' title='Give Them Death: Three Leading Democratic Candidates Support Capital Punishment'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-2787356737351004953</id><published>2008-01-29T20:17:00.000+01:00</published><updated>2008-01-29T20:20:13.889+01:00</updated><title type='text'>$100 Billion and Counting: How Wall Street Blew Itself up</title><content type='html'>By Pam Martens, CounterPunch. &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;AlterNet&lt;/span&gt;, January 27, 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Big firms are giving the media a stage-managed version of what went wrong, but we better get to the truth fast, or face greater economic pain.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The massive losses by big Wall Street firms, now topping those of the Great Depression in relative terms, have yet to be adequately explained. Wall Street power players are obfuscating and Congress is too embarrassed or frightened to ask, preferring to just throw money at the problem and hope it goes away. But as job losses and foreclosures mount and pensions and 401(k)s shrink, public policy measures to address the economic stresses require a full set of unembellished facts.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The proof that Wall Street is giving mainstream media a stage-managed version of what went wrong begins with a strange revelation by Gary Crittenden, CFO of Citigroup, on the November 5, 2007 conference call where he discusses what have now become the largest losses in the firm's 196-year history. Mr. Crittenden is asked by an analyst why the firm didn't hedge its risk. Here's his response:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"I mean I think it is a very fair question ... we are the largest player in this [collateralized debt obligation; CDO] business and given that we are the largest player in the business, reducing the book by half and then putting on what at the time was three times more hedges than we had ever had at least in our recent history, seemed to be very aggressive actions given that we were a major manufacturer of this product ... once this [decline in values] process started ... the size was simply not there. The market is simply not there to do it in size in any way and it would have been uneconomic to do it."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;What Mr. Crittenden really seems to be saying is that Wall Street, with Citigroup leading the pack, built a vast market of complex securities but neglected to put in place a liquid and efficient marketplace for hedging this risk. Say, for example, big, liquid, exchange traded indices and futures contracts that are routinely used to hedge everything from stocks to soy beans to crude oil by as diverse a group as Iowa farmers to Saudi princes.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In fact, the unabridged story is breathtaking in its callous disregard for the economic well being of this nation and its people. Exchange traded products did not emerge to hedge this risk because, behind the scenes, Citigroup, along with 12 other big banks and securities firms were funding a private company to gobble up all the necessary components to keep this burgeoning cash cow to themselves in the opaque, unregulated, over-the-counter (OTC) market, despite the fact that they knew it was dysfunctional.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The private company that would become Wall Street's ticker tape for pricing exotic credit instruments (derivatives on subprime mortgages and credit default swaps) started out as Mark-it Partners in 2001, the brain child of Lance Uggla while he was working for a division of Toronto Dominion Bank, TD Securities.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The official story goes like this: Mark-it Partners needed big broker dealers to submit daily price data. As an incentive, it offered 13 large security dealers options to buy shares in the company providing they would be regular providers of pricing data: ABN AMRO, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Dresdner Kleinwort Wasserstein, Goldman Sachs, JPMorgan, Lehman Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley, TD Securities, UBS. By 2004, according to an archived company press release, all of the companies had kicked in capital. The Financial Times would later report that these banks and brokerage firms held a majority interest of approximately 67%, hedge funds owned 13%, and employees 20%. The firm's web site currently says it has 16 banks as shareholders, without naming the banks. &lt;br /&gt; Deutsche Bank, Goldman Sachs and JPMorgan were reportedly the first three firms to take an equity stake in Mark-it on or around August 29, 2003 when the three firms sold a proprietary database of credit derivative information to Mark-it. Since Mark-it is a private firm, financial terms have not been disclosed. &lt;br /&gt; What would have been the incentive for three big Wall Street players to build a proprietary database and then, in a magnanimous gesture completely uncharacteristic of Wall Street greed, hand it over to be shared with their largest competitors?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One likely answer is that around this time regulators with a fetish for orderly paper trails (but myopic to the rapidly escalating financial hazard of this unregulated market) had stumbled upon the fact that there was a growing backlog of credit derivative trades that were never officially confirmed between the parties, reaching a peak of 153,860 unconfirmed trades by September 2005. Of this, 97,650 trades were more than 30 days overdue; 63,322 trades were a stunning 90 days past due according to a Government Accountability Office (GAO) report. (Although regulators knew about this spiraling trading nightmare as earlier as 2003, the GAO report did not come out until we were deep into the credit crisis in June 2007.) It was during this time that regulators got an agreement from the major dealers that Mark-it Partners would begin collecting and aggregating the data on unconfirmed trades, keeping individual dealer data confidential from other dealers and preparing a monthly report of aggregated data for regulators. &lt;br /&gt; Who were the banks and brokerage houses responsible for this unmitigated mess? With only a few exceptions, the exact same firms with a majority ownership in Mark-it Partners.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;To grasp the magnitude of this wild west world of trading, one needs to understand that we are not talking about a market of a few billion dollars. According to the International Swaps and Derivatives Association, the credit derivatives market has grown from an estimated total notional amount of nearly $1 trillion outstanding at year-end 2001 to over $34 trillion at year-end 2006.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;According to the U.S. Office of the Comptroller of the Currency (OCC), JPMorgan, Citigroup and Bank of America handled about 90 percent of this trading among U.S. commercial banks in the fourth quarter of 2006. (These are the same three banks that were backing the scheme last year with the U.S. Treasury to create a $100 Billion bailout fund for exotic instruments that also had never seen the light of day of exchange trading. That plan failed when it appeared to be a thinly disguised artificial pricing mechanism to inflate values for the worst hit firms on Wall Street: namely, Citigroup.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;According to the GAO report, significant progress was achieved for a period in bringing down these unconfirmed trades but by November 2006, the numbers had climbed again: there were over 81,000 unconfirmed trades with around 31,000, or 54 percent, remaining unconfirmed for over 30 days. Raising images of the early 1900s curb market in lower Manhattan where traders posted securities for sale on lampposts, the report notes that this vast market is being handled manually to a significant extent. (Our nation has apparently devolved not only on torture and constitutional rights and habeas corpus and election integrity but we now seem to have wiped out 100 years of trading advances.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The obvious solution, a transparent, regulated, automated, exchange traded model does not seem to have occurred to the Masters of the Universe or their timid regulators.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It did, however, occur to four Exchanges: Eurex, the Chicago Mercantile Exchange (Merc), the Chicago Board of Exchange (CBOE) and the Chicago Board of Trade (CBOT). In 2007, all four created exchange traded instruments to hedge the risk of credit defaults. Some traders call the response from the Wall Street firms a boycott; others call it a cabal that circled the wagons. According to a Bloomberg article in April 2007, "Banks and securities firms are keeping a stranglehold on the market, which has swelled to cover debt sold by more than 3,000 companies, governments and industries." A call to the CBOT on January 18, 2008 confirmed that they are still not seeing any business from the big Wall Street firms in their credit default product.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The track for this train wreck was put in place in December 2000 when Congress passed the Commodity Futures Modernization Act giving a free pass on regulation to the over-the-counter trading between sophisticated individuals and institutions. Brooksley Born, then Chairperson of the regulatory body, the Commodities Futures Trading Commission (CFTC), literally begged Congress to slow down the train and carefully consider the future ramifications of this legislation. Speaking before the House Committee on Banking and Financial Services on July 24, 1998, Ms. Born said:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"The CFTC or its predecessor agency, the Commodity Exchange Authority, has regulated derivative instruments for almost three-quarters of a century. Its authority is contained in the Commodity Exchange Act ("CEA" or "Act"), which is the primary federal law governing regulation of derivative transactions. The CEA vests the CFTC with exclusive jurisdiction over futures and commodity option transactions whether they occur on an exchange or over the counter. The Act generally contemplates that, unless exempted, futures and commodity options are to be sold through Commission-regulated exchanges which provide the safeguards of open and competitive trading, a continuous market, price discovery and dissemination, and protection against counterparty risk."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alan Greenspan, Chair of the Federal Reserve Board at the time, testified before Congress in favor of this legislation and asked that it be "expedited." Last week, Mr. Greenspan joined the payroll of the hedge fund, Paulson &amp; Company, which last year made $15 billion in profits betting that poor people's homes would be foreclosed on while using the unregulated over-the-counter contracts that Mr. Greenspan assisted in making possible.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The counter-party risk that Ms. Born highlighted in her testimony is now set to take center stage in 2008. As it turns out, this non-exchange based market of darkness totaling $34 trillion has done business with some parties that are unable to pay up or are teetering on a death spiral due to looming ratings downgrades. Last week, Merrill Lynch announced it was writing down over $3 Billion as a result of problems with its counter-parties.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;As the threat of some antiseptic sunshine and competition from the exchanges reached the big Wall Street players late last year, Mark-it Partners, now known as Markit Group Ltd., had yet another amazing burst of good fortune. In November 2007, two consortiums owned by essentially the same group of banks and brokerage firms that were early investors in Mark-it Partners, who conveniently also owned the major credit default indices, CDS IndexCo and International Index Co., up and sold themselves to little Markit Group Ltd. Included in the deal by CDS IndexCo were the two subprime indices, ABX and TABX, along with the prominent CDX index which acquired much of its respectability by previously having the name Dow Jones in front of its three letters.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ABX and TABX were the indices Citigroup should have been able to hedge itself with if this over-the-counter market was liquid, functional and able to handle pesky details like proof the trade happened. Instead, 401(k) plans, endowments, public pensions and Citigroup employees' deferred compensation plans, loaded up to their eyeballs in Citigroup's bizarrely large float of 5 billion shares, have watched the stock value decline by 53% over the past 12 months as toxic debt that was never hedged comes home from holiday in the Caymans to blow up on Citigroup's books.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It was four years after the crash of 1929 before the major titans of Wall Street were forced to give testimony under oath to Congress and the full magnitude of the fraud emerged. That delay may well have contributed to the depth and duration of the Great Depression. The modern-day Wall Street corruption hearings in Congress were cut short by the tragedy of 9/11. They must now resume in earnest and with sworn testimony if we are to escape a similar fate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Pam Martens worked on Wall Street for 21 years; she has no securities position, long or short, in any company mentioned in this article. She writes on public interest issues from New Hampshire. She can be reached at pamk741@aol.com&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-2787356737351004953?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.alternet.org/stories/74510/' title='$100 Billion and Counting: How Wall Street Blew Itself up'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/2787356737351004953/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=2787356737351004953' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2787356737351004953'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2787356737351004953'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/01/100-billion-and-counting-how-wall.html' title='$100 Billion and Counting: How Wall Street Blew Itself up'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-3239078834821665580</id><published>2008-01-29T15:58:00.000+01:00</published><updated>2008-01-29T16:03:45.985+01:00</updated><title type='text'>Per i dipendenti redditi fermi</title><content type='html'>di Roberto Tesi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Una indagine Bankitalia conferma la pessima distribuzione del reddito e della ricchezza&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L'ultima promessa del governo Prodi, che probabilmente non sarà mantenuta, era: in primavera, completato il risanamento dei conti pubblici, tutto l'extragettito sarà destinato a ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente colpito in questi anni da una erosione terribile del potere d'acquisto del quale ieri Bankitalia ci ha dato una dimensione reale che dovrebbe far riflettere: dal 2000 al 2006 i redditi dei lavoratori dipendenti sono rimasti praticamente fermi, al contrario di quelli dei lavoratori autonomi che sono aumentati alla grande. Un periodo d'oro per bottegai e professionisti che non a caso coincide con l'arrivo dell'euro e quello del governo Berlusconi che ora vorrebbe tornare per completare il lavoro. Ma non è solo il reddito a fare la differenza: nel 2006 è ulteriormente peggiorata anche la distribuzione della ricchezza: il 10% degli italiani in cima alla piramide sociale detiene poco meno del 50% dell'intero patrimonio nazionale, quasi due punti in più del 2004.&lt;br /&gt;Ne «I bilanci delle famiglie italiane nell'anno 2006» (la precedente ricerca era del 2004) pubblicato ieri da Bankitalia emerge ancora una volta una realtà di forte sperequazione nella distribuzione dei redditi. Scrive via Nazionale: «rispetto alla precedente rilevazione del 2004, il reddito familiare medio è aumentato del 7,8% in termini monetari», ma solo del 2,6% in termini reali. Il reddito delle famiglie «con capofamiglia lavoratore dipendente è cresciuto in media del 4,3% in termini reali». Insomma, nell'ultimo biennio il reddito dei dipendenti è cresciuto più di quello medio, anche se al totale dei lavoratori dipendenti finisce solo il 40,7% del redito totale.&lt;br /&gt;Ma il dato non deve ingannare: nei due anni, infatti, nelle famiglie è aumentato il numero dei componenti che sono entrato nel mercato del lavoro (magari con poche ore settimanali) e quindi l'aumento del reddito è solo una illusione ottica: più persone nello stesso nucleo familiare sono costrette a lavorare, ma con risultati non certo esaltanti in termine di retribuzione complessiva. Di più. Come sottolinea la Banca d'Italia «il miglior andamento delle famiglie con capofamiglia dipendente tra il 2006 e l 2004 compensa soltanto in parte la riduzione osservata fra il 200 e il 2004: per il periodo 2000-2006 il reddito di queste famiglie in termini reali è infatti rimasto sostanzialmente stabile (+0,3%) rispetto a una crescita del 13,1% delle famiglie con capofamiglia autonomo».&lt;br /&gt;In realtà il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo è cresciuto molto di più di quanto mostra il dato medio: nei lavoratori autonomi, infatti, sono compresi anche i lavoratori atipici il cui numero negli ultimi anni è esploso, ma non nella retribuzione media. Non a caso, Bankitalia commenta: «se in media il reddito delle famiglie lavoratore indipendente è rimasto stabile tra il 2004 e il 2006, all'interno della categoria le famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo/artigiano o titolare di una impresa famigliare o imprenditore hanno visto il reddito crescere dell'11,2% in termini reali, mentre l'andamento è stato negativo per le restanti tipologie», cioè per liberi professionisti, lavoratori atipici e soci-gestori di società. Per il lavoratori atipici c'è anche da considerare il forte aumento dei contributi deciso dal governo che è stato scaricato dai datori di lavoro sui para subordinati con un diminuzione del reddito netto che è quello considerato da Bankitalia.&lt;br /&gt;L'indagine Bankitalia sfata anche il mito dei lavoratori italiani fannulloni: il 56,8% del totale, infatti, lavora effettivamente tra le 41 e le 50 ore settimanali, mentre la media totale è di 37,9 ore, è abbassata notevolmente da chi suo malgrado è a part-time. L'orario di lavoro effettivo per i lavoratori indipendenti è, invece, di 43,9 ore settimanali e la loro retribuzione media «risulta superiore del 16% a quella dei dipendenti». Ma il reddito non è tutto: la sperequazione vera si legge nella pessima distribuzione della ricchezza: il 10% dele famiglie possiede quasi il 45% del patrimonio totale e facendo uguale a 100 la ricchezza media delle famiglie, emerge che se il capofamiglia è un operaio, il suo indice di ricchezza è pari a 46,9, mentre nel 1995 era pari a 65.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt; del 29/01/2008)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-3239078834821665580?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/3239078834821665580/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=3239078834821665580' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3239078834821665580'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3239078834821665580'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/01/per-i-dipendenti-redditi-fermi.html' title='Per i dipendenti redditi fermi'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-6420187037409650700</id><published>2008-01-28T22:04:00.000+01:00</published><updated>2008-01-29T16:06:11.409+01:00</updated><title type='text'>Bankitalia, in sei anni reddito bloccato per le famiglie dei lavoratori dipendenti</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Analisi sui bilanci familiari dal 2000 al 2006: «Bamboccioni» il 73% dei giovani (ma in calo)&lt;br /&gt;Stabili gli emolumenti dei lavoratori dipendenti. Ma se capofamiglia è lavoratore autonomo aumento del 13%&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMA - Il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente «è rimasto sostanzialmente stabile» (+0,3%) dal 2000 al 2006, considerando l'aumento del costo della vita. Lo sottolinea la Banca d'Italia nell'indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane nel 2006. Ciò significa che gli eventuali aumenti di stipendio sono stati di fatto «divorati» dall'aumento dell'inflazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LAVORATORI AUTONOMI - Nello studio si evidenzia che invece il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo, nello stesso periodo, sempre in termini reali, è cresciuto del 13,1%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BUDGET BLOCCATO - Le famiglie che devono contare su un capofamiglia a libro paga, invece, da ben sei anni (l’indagine è stata effettuata su dati che vanno dal 2000 al 2006) debbono contare dunque più o meno sempre sullo stesso budget. Nell'ultimo biennio (2004-2006) si è registrata, per la precisione, una crescita dei redditi del 4,3% in termini reali. Ma questo incremento, osserva lo studio di Bankitalia, «compensa soltanto in parte la riduzione osservata fra il 2000 e il 2004».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ARTIGIANI E IMPRENDITORI - Nella eterogenea categoria dei lavoratori non dipendenti va meglio alle famiglie di artigiani e titolari di imprese familiari e imprenditori che hanno visto il loro reddito crescere dell'11,2% dal 2004 al 2006. Addirittura «negativo» invece l'andamento del bilancio familiare per le altre tipologie, come i liberi professionisti o i lavoratori atipici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MEGLIO IL SUD – Per una volta il più virtuoso è il Sud, in termini di bilancio familiare: dallo studio di Palazzo Koch emerge infatti che il reddito familiare medio mostra una crescita in termini reali maggiore al Sud e alle Isole (5,6%) rispetto al Centro (3,5%) e al Nord (0,7%). L'istituto spiega che il migliore risultato, relativo sempre al biennio 2004-2006, registrato dai nuclei del Sud «è in misura significativa legato alla maggiore crescita del numero medio di percettori per famiglia». Insomma, non è merito degli stipendi aumentati: al Sud sono entrati nel mondo del lavoro più figli e mogli rispetto al recente passato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BAMBOCCIONI - Si lavora di più, quindi. Ma nel 2006 l’esercito dei «bamboccioni» resta immenso: il 73% dei giovani in età compresa tra i 20 e i 30 anni viveva ancora con i genitori. Il trend tuttavia è in calo e segna una diminuzione del 2,6% a partire dal 2002, invertendo così «la generale tendenza alla crescita rilevata nel trentennio»: nel 1977 infatti tale quota era addirittura del 54%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;UN QUARTO DELLE FAMIGLIE E’ INDEBITATO - Cresce intanto il numero delle famiglie indebitate in Italia: nel 2006 il 26,1% dei nuclei (rispetto al 24,6% del 2004) ha qualche rata da pagare a fine mese. I mutui costituiscono il 60% del totale dell'indebitamento mentre quelli per acquisto di beni di consumo solamente il 10% del totale. Dallo studio della Banca d'Italia sui bilanci familiari nel 2006 si mette in evidenza che più cresce il numero dei componenti della famiglia (da uno a quattro) più sale il monte debiti. Anche le famiglie in cui il capofamiglia è pensionato sono particolarmente esposte ai debiti. Più alto il numero delle famiglie indebitate per acquisto di beni di consumo (12,8%), dall'auto al divano nuovo, che invece per il classico mutuo acceso per comprare la casa (11,6%). Il rapporto medio del debito delle famiglie sul reddito è del 33% mentre il valore medio è di 10.486 euro. Più indebitati i nuclei dove ci sono lavoratori indipendenti (44,4%) rispetto a quelli dei lavoratori dipendenti (33,6%).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;META' FAMIGLIE SOTTO I 26MILA EURO - Per la metà delle famiglie italiane il reddito annuo non supera i 26mila euro all’anno. «Il 20% delle famiglie - sottolinea Palazzo Koch - ha un reddito annuale inferiore ai 15.334 euro (circa 1.278 euro al mese), mentre metà delle famiglie ha percepito un reddito non superiore ai 26.062 euro. Il 10% delle famiglie più agiate - invece - ha un reddito superiore ai 55.712 euro». In altre parole il 10% delle famiglie con il reddito più basso - spiega Bankitalia - percepisce il 2,6% del totale dei redditi prodotti; il 10% delle famiglie con redditi più elevati percepisce invece la stessa quota del reddito totale posseduta della metà delle famiglie meno abbienti (circa il 26,4%): entrambi i valori non si discostano da quelli riscontrati nelle analisi precedenti, nel 2004 e nel 2002.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;REDDITO MEDIO FAMIGLIE 2.649 EURO AL MESE - Nel 2006 il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali e assistenziali, è risultato di 31.792 euro, pari a 2.649 euro al mese. Rispetto alla precedente rilevazione, fatta nel 2004, il reddito familiare medio aumenta - rileva la Banca d'Italia - del 7,8% in termini nominali, pari al 2,6% in termini reali. Scendendo dal reddito delle famiglie nel complesso a quello dei singoli percettori, il reddito da lavoro dipendente è risultato pari a 16.045 euro, con una crescita dell'1,2% in termini reali. Per contro - si legge sempre nell'indagine di Palazzo Koch - quello da lavoro indipendente è stato pari a 22.057 euro (in lieve diminuzione, -0,1%, rispetto al 2004).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LE DONNE GUADAGNANO MENO - Guadagnano più gli uomini che le donne, siano essi dipendenti o autonomi, più al Nord che al Sud, più i laureati che coloro che non hanno titolo di studio, più gli anziani che i giovani. Il divario uomini-donne è mediamente di oltre 5.000 euro l'anno. Un laureato invece guadagna mediamente più del doppio (25.090 euro annui) rispetto al lavoratore senza titolo di studio (10.436).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LAVORATORE DIPENDENTE MA POVERO - Il 6,3% dei lavoratori dipendenti italiani risulta «povero» e nel Mezzogiorno la quota sale al 27,3% (contro il 7% al Centro e il 4,8% nel Nord). Secondo la Banca d’Italia, «tra il 2000 e il 2004 la quota di lavoratori dipendenti in condizione di povertà è salita dal 5,9% al 7%, per poi attestarsi nel 2006 al 6,3%; per i lavoratori autonomi la stessa incidenza è scesa dall’8,1% del 2000 al 7,2% nel 2004, per risalire al 7,5% nel 2006». La maggior parte delle famiglie (57%) rimane nella stessa classe di reddito del 2004: «Questa percentuale è la stessa osservata nel periodo 2002-2004, mentre è più elevata rispetto a quella misurata fra il 2000 e il 2002 (53%)».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CASA, PIU' GIOVANI CHE VIVONO IN AFFITTO - Il 68,7% delle famiglie italiane vive in abitazioni di proprietà, il 20,9% in affitto, il 7% in case occupate a uso gratuito, il 3,1% in usufrutto ed il restante 0,4% in abitazioni a riscatto. Per Bankitalia, «rispetto alla precedente rilevazione, aumenta di un punto percentuale la quota di famiglie proprietarie» e si riduce quella delle famiglie in affitto. Al contrario, cresce negli ultimi due anni (dal 35,4 al 37,7%) il numero delle famiglie con capofamiglia di età inferiore ai 31 anni che vive in affitto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da Corriere.it, 28 gennaio 2008)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-6420187037409650700?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/6420187037409650700/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=6420187037409650700' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/6420187037409650700'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/6420187037409650700'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/01/bankitalia-in-sei-anni-reddito-bloccato.html' title='Bankitalia, in sei anni reddito bloccato per le famiglie dei lavoratori dipendenti'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-9009365827182660067</id><published>2008-01-27T16:28:00.000+01:00</published><updated>2008-01-27T16:32:18.687+01:00</updated><title type='text'>Tullia Zevi: «Quel giorno del 1938 in cui scoprimmo di essere diversi»</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Alla vigilia della Giornata della memoria del 27 gennaio e nell'anniversario delle Leggi razziali varate dal fascismo.&lt;br /&gt;A colloquio con una delle grandi figure dell'ebraismo italiano, prima donna nel ruolo di presidente dell'Ucei per quindici anni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;intervista a cura di Guido Caldiron&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Quel giorno abbiamo scoperto la diversità. Cosa volesse dire essere considerati e apparire come "diversi". E direi che abbiamo misurato sulle nostre vite, quasi sui nostri corpi, questa sensazione: ci è entrata nella pelle». Tullia Zevi ricorda così l'estate del 1938 e il momento in cui apprese che il Regime fascista aveva promulgato le leggi razziali. Per lei, poco più che maggiorenne, la vacanza che stava trascorrendo in Svizzera con la famiglia si tramutò così nell'inizio di un lungo esodo forzato che l'avrebbe portata, fino alla fine della guerra, prima a Parigi e quindi negli Stati Uniti.&lt;br /&gt;E' stata la prima donna a diventare presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha guidato per oltre quindici anni. Ha conosciuto e frequentato molti antifascisti, partecipato alla vita del Partito d'Azione ed è stata legata da una profonda amicizia con Amelia Rosselli. Giornalista, ha seguito per la stampa americana il processo di Norimberga ai gerarchi nazisti e più tardi quello contro Adolf Eichmann che si è svolto a Gerusalemme, ed è stata per molti anni corrispondente del quotidiano israeliano Ma'ariv . Tullia Zevi non ha mai smesso di animare la vita culturale e politica italiana continuando a rappresentare un punto di riferimento per l'ebraismo e per la cultura laica e progressista. &lt;br /&gt;La sua storia l'ha affidata recentemente a Ti racconto la mia storia (Mondadori) un libro intervista realizzato da sua nipote Nathania Zevi che attraversa oltre settant'anni di storia a partire dalle Leggi razziali dell'estate del 1938. Alla vigilia della Giornata della Memoria che ricorda il 27 gennaio la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau avvenuta nel 1945 le abbiamo chiesto di riflettere per Liberazione sul significato di questa data e sul valore della memoria storica per combattere il razzismo che ha attraversato l'Europa e l'Italia e che torna oggi nel dibattito pubblico e nella nostra società. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Signora Zevi, ricordando l'anniversario della liberazione di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio del 1945, il Presidente Napoltiano ha spiegato come la strada per i campi nazisti si è aperta con le Leggi razziali del 1938. Come ricorda quel momento?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Non potrò mai dimenticare l'estate del 1938. Ero in vacanza in Svizzera con i miei genitori e i miei tre fratelli. Seduto davanti a me, mio padre leggeva i giornali italiani a voce alta, al tempo stesso sconvolto e incredulo, Quasi non credeva a ciò che stava leggendo: "Ma che cos'è questa storia, vogliono farci fare la fine dei topi?". La sensazione di paura e di pericolo cominciò a insinuarsi in me: dovevo temere che mi potesse accadere qualcosa solo perché ero ebrea. Ero "diversa" e per questo ero in pericolo. Non c'era soltanto la sensazione di essere emarginati, ma quella ancora più terribile di non essere proprio considerati degli esseri umani. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;All'epoca, pur costretta all'esilio, come percepì la reazione della società italiana alle Leggi razziali? &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;All'epoca avevo l'impressione che nel resto della società non ci fosse percezione di quanto stava accadendo, come se chi non era direttamente coinvolto non si rendesse conto dell'impatto concreto di quelle decisioni, di quelle norme, sulle vite di tante persone. Credo di poter dire che il concetto di "razza" non era radicato nella cultura italiana e questo salto improvviso lasciò molti quasi increduli. Certo il Fascismo esisteva già da molti anni e le guerre in Africa avevano già mostrato tutta la brutalità del colonialismo italiano, ma con le Leggi razziali si aprì una nuova profonda ferita nella nostra società.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Dopo la guerra lei rientrò nel nostro paese solo nel 1946. Quale realtà trovò nella comunità ebraica, una delle più antiche d'Europa?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Era una realtà sconvolta, ferita dal marchio di diversità che le leggi razziali avevano cercato di imporle. Gli ebrei erano e si sentivano italiani. La mia famiglia era italiana da sempre e non avremmo saputo dove trovare altrove la nostra origine. Eravamo talmente integrati, ci sentivamo a tutti gli effetti "oriundi" che quando si aprì questa sorta di enorme spartiacque tra noi e il resto della società fu prima di tutto una terribile e drammatica sorpresa. L'ebraismo era talmente radicato nella cultura italiana che non si riusciva nemmeno a immaginare ciò che invece era accaduto. Certo, prima delle Leggi razziali e di Auschwitz c'erano state le misure contro gli ebrei assunte dalla Germania e l'intera politica di Hitler fin dall'inizio. Quindi nel 1946 trovai le tracce visibili di questa ferita e del dolore che aveva lasciato dietro di sé.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;A tanti anni di distanza da quella tragedia nel nostro paese c'è chi arriva a parlare di popoli geneticamente propensi a delinquere o di altri che non si possono integrare. Che effetto le fanno queste parole?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il razzismo come il nazionalismo sono come virus da quali ci si deve difendere. Sempre. L'unica razza che conosco è la razza umana. E l'unico orizzonte che conosco e che giudico possibile è quello del confronto e dell'integrazione. Perciò quando nella civilissima Europa, la stessa nella quale si è realizzata la Shoah, sento che qualcuno torna a inoculare il veleno della razza non posso che preoccuparmi. Ma torno ancora una volta a essere vigile. Credo che ciascuno di noi debba farsi custode del grado di civiltà espresso dalla società in cui vive. Dobbiamo vigilare perché la società in cui viviamo sia davvero multiculturale, perché la diversità non diventi un marchio infamante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Quella diversità che veniva agitata, e viene agitata ancora oggi, dai razzisti come un pericolo può diventare perciò anche il luogo dell'incontro, della convivenza?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il concetto di diversità deve essere sviluppato e accolto. La consapevolezza delle diversità deve rimanere ma come elemento di libertà dell'individuo. Sono però la coesistenza e l'integrazione delle diversità che vanno curate e sviluppate. E in un certo senso arriverei a dire anche amate. Credo che una società civile metta al centro della sua esistenza l'integrazione armonica delle diversità che si nutrono l'un l'altra e insieme crescono. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Da questo punto di vista quale può essere oggi il significato della Giornata della memoria?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Noi ebrei sopravvissuti alla Shoah abbiamo dovuto imparare a coesistere con questa ferita. Ma la ferita si riapre ad ogni sollecitazione. Ci sono cose nella vita che non vanno dimenticate e non per un desiderio di vendetta, ma perché la conoscenza del passato è l'unico antidoto per la tutela dei diritti umani. E nuovi campi di concentramento possono tornare a esistere dovunque se i diritti di tutte le minoranze non trovano un terreno fertile sul quale attecchire. Per questo credo si possa affermare che gli ebrei ricoprono lo scomodo ruolo di cartina di tornasole e coscienza critica della democrazia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liberazione&lt;/span&gt; del 26/01/2008)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-9009365827182660067?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/9009365827182660067/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=9009365827182660067' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/9009365827182660067'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/9009365827182660067'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/01/tullia-zevi-quel-giorno-del-1938-in-cui.html' title='Tullia Zevi: «Quel giorno del 1938 in cui scoprimmo di essere diversi»'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-2827272589971344230</id><published>2008-01-27T16:26:00.000+01:00</published><updated>2008-01-27T16:27:56.704+01:00</updated><title type='text'>Il ricordo della Shoah riguarda tutti</title><content type='html'>di David Bidussa&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Liberazione&lt;/span&gt; del 26/01/2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Giornata della memoria non è la giornata dell'identità ebraica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel luglio 2000 una legge dello Stato italiano ha definito la questione della memoria dello sterminio antiebraico nel corso della Seconda guerra mondiale come tema di riflessione collettiva. Da allora molte volte in questi anni la parola Shoah (letteralmente annientamento) ha iniziato a circolare e a far parte del vocabolario pubblico. A differenza di allora forse oggi è più radicata la percezione di quell'evento. E' apprezzabile che lo sia.&lt;br /&gt;Da molte parti si è detto e spesso si è tornati a ripetere che occorreva fissare la memoria della Shoah proprio per prevenire l'eventualità dell'oblio. Questo richiamo sembra pertinente ogni qualvolta il nome Auschwitz (o alternativamente: forni) viene usato "con leggerezza" (per esempio tra tifoserie avversarie allo stadio).&lt;br /&gt;Sarà banale dirlo, ma vorrei osservare che se qualcuno "invita" qualcun altro ad incamminarsi verso Auschwitz, non è in conseguenza di un vuoto di memoria. Chi esalta allo stadio Auschwitz, lo fa perché di Auschwitz sa quanto meno l'essenziale: che vi furono sterminate milioni di vittime vagheggiate come nemici mortali.&lt;br /&gt;Serve allora la solita lezioncina moralistica sul male? Si può pensare alla memoria come momento non solo celebrativo? &lt;br /&gt;Vorrei osservare quattro cose a proposito di questa questione.&lt;br /&gt;Prima questione. Il Giorno della memoria - il 27 gennaio - non è il giorno dei morti. Per questa ricorrenza abbiamo già una data (il 2 novembre) nel nostro calendario civico e pubblico. Non c'è alcun bisogno di duplicarla. Il 27 gennaio è invece il giorno dei vivi. Della memoria per i vivi e non della commemorazione dei morti.&lt;br /&gt;Più precisamente. La Shoah è un evento che ha voluto dire distruzione fisica di milioni di individui sulla base di una macchina persecutoria che colpiva gli inquilini della porta accanto. Per questo la memoria del loro sterminio riguarda tutti noi. Non è un evento privato o corporativo. E' l'evento strutturale in cui noi europei abbiamo conosciuto le nostre "potenzialità". Forse la Shoah ha modellato l'identità ebraica, individuale e collettiva. Ma il 27 gennaio non è il giorno dell'identità ebraica, né la riguarda. Il giorno della memoria riguarda un pezzo della storia culturale dell'Europa con cui l'Europa ha iniziato a confrontarsi, in ritardo e spesso con disagio. Su questo sarebbe bene tenere dritta la barra. Anche perché intorno a questa questione non c'è nessuno che in Europa possa tirarsi fuori o considerarsi esente.&lt;br /&gt;Seconda questione. La macchina della Shoah mirava a una distruzione totale di individui - meglio di classi di individui classificati come razze inferiori (ebrei, zingari, omosessuali, malati mentali, ma anche politici considerati come una malattia genetica che andava tagliata alla radice, ovvero eliminata) e necessitava di un complesso concorso di strutture e di individui singolari coinvolti passivamente o attivamente, in ogni caso al più "indifferenti". Il che significa che fare i conti con quell'evento implica abbandonare la retorica del bravo cittadino (nella variante nostrana il mito sempre pronto del "bravo italiano"). Il che non riguarda solo il passato. Riguarda soprattutto il presente, ovvero l'abbandono della retorica sull'Italia, sull'autoconsolazione della società civile. Da questo lato il Giorno della Memoria è anche sfida alla nostra retorica nazionale.&lt;br /&gt;Terza questione. Negli anni scorsi nel linguaggio corrente è stata spesso usata la categoria di nazismo in riferimento alla guerra nei Balcani. Per certi aspetti quel confronto è eccessivo; per altri, invece, è fondato e pertinente. In ogni caso dice che la Shoah è un fenomeno comparabile e che è utile che lo sia.&lt;br /&gt;Nell'ambito dei conflitti etnici il sistema di sterminio si colloca dentro una successione premoderna. E' la scena tipica del "giorno dopo" della conquista della città tra Antichità ed Età moderna da parte delle truppe assedianti: si uccidono gli uomini, si stuprano le donne, si usa violenza fisica sui bambini. Auschwitz sancisce un altro meccanismo di distruzione del corpo, in cui è prevalente il dato simbolico, accanto a quello sistematico della distruzione. Lì sta la sua modernità e il fatto che parli a noi, vivi.&lt;br /&gt;Ora invece consideriamo un aspetto per cui quella comparazione non solo è pertinente ma allude significativamente alla nostra quotidianità di oggi.&lt;br /&gt;Perché un evento acquisti il carattere pubblico per una comunità occorre che si costruisca la consapevolezza di un lutto e dunque di un vuoto, ovvero di una cosa che segni collettivamente uno scarto tra "prima" e "dopo". La memoria pubblica non è altro che la consapevolezza di quel vuoto. Un aspetto che è drammaticamente divenuto attuale nel silenzio di tutti noi di fronte ai fatti di Rwanda tra il 1994 e il 1995, e nella guerra ai civili e ai laici nell'Algeria degli anni '90. Due casi emblematici in cui, per rimanere al nostro tema, non si è attivata memoria. Né allora, né finora.&lt;br /&gt;Quarta questione. La memoria non è un fatto. E' un atto. Proprio perché la memoria è un atto che si compie tra vivi ed è volto a legare tra loro individui in relazione alla costruzione di una coscienza pubblica, essa ha un valore pragmatico, ovvero serve per fare qualcosa. La memoria non è la ripetizione di una cosa avvenuta nel passato o che si è deciso di valorizzare del passato. E' un atto che dice oggi che del passato si è trattenuto qualcosa. E questo qualcosa non è un fatto, è un atto. Qui vorrei tornare al dato pertinente della guerra dei Balcani degli anni '90.&lt;br /&gt;I libri non sono oggetti, sono simboli di grande significato collettivo. Dicono chi ha vissuto in un luogo e dicono se quella testimonianza e quella traccia parlano per tutti in quel luogo.&lt;br /&gt;A lungo nel secondo millennio la guerra agli uomini e alle donne è stata la guerra ai libri. Potevamo pensare che questa scena riguardasse un passato lontano che non parlava più a noi come spettatori ma continuava a parlare per noi in quanto uomini e donne che hanno la tenacia di credere che un mondo migliore è possibile, o almeno auspicabile. La guerra al libro, ha costituito una delle tante guerre della Seconda guerra mondiale. Una guerra in cui così come si bruciavano uomini e donne si bruciavano libri. Pensavamo appunto che questa guerra specifica, almeno, appartenesse ormai a un passato remoto. Questa guerra è invece ripresa e i libri sono tornati bruciare a Sarajevo nell'agosto 1992. &lt;br /&gt;Proviamo a ripercorrerla quella scena.&lt;br /&gt;I miliziani serbi, appostati sulle colline che circondavano Sarajevo, battevano l'area intorno alla biblioteca con il fuoco delle mitragliatrici, cercando di impedire ai vigili del fuoco di spegnere l'incendio lungo le rive della Miljaka, nella città vecchia.&lt;br /&gt;Quando è stato chiesto a Kenan Slinic, comandante dei vigili del fuoco, perché mai rischiasse la vita, egli ha risposto: "Perché sono nato qui e loro stanno bruciando una parte di me".&lt;br /&gt;Può apparire una risposta ovvia, eppure nasconde un confronto con il significato profondo della guerra al libro che deve far riflettere anche sulla guerra agli uomini. In tutta la Bosnia biblioteche, archivi, musei e altre istituzioni culturali pubbliche e private furono destinate alla distruzione, non perché non avevano valore venale - e dunque se ne poteva fare anche a meno. Al contrario, proprio perché avevano un alto valore simbolico. L'intento, infatti, era quello di cancellare le testimonianze materiali - libri, documenti, opere d'arte - che potessero rammentare alle generazioni future che vi fu un tempo in cui persone di diverse tradizioni etniche e religiose condividevano in Bosnia la vita e un patrimonio comune. Quei documenti, infatti, erano la prova che in quel luogo vivevano anche altri, altri che lì avevano le proprie radici. Questo, preliminarmente, voleva dire Kenan Slinic quando affermava che stavano bruciando una parte di sé. Ma voleva dire anche altro. Si può resistere alla presunzione di chi crede di riscrivere la storia per tutti: per quelli che si candida a rappresentare, per quelli che opprime e per coloro che verranno. Per farlo non è necessario essere eroi, occorre avere memoria. La memoria, ovvero la capacità di agire ora per fare in modo che il futuro non riproduca la violenza del nostro passato. Qui sta il valore civico e prescrittivo del Giorno della memoria.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-2827272589971344230?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/2827272589971344230/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=2827272589971344230' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2827272589971344230'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2827272589971344230'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/01/il-ricordo-della-shoah-riguarda-tutti.html' title='Il ricordo della Shoah riguarda tutti'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-5747380961328533340</id><published>2008-01-21T18:14:00.000+01:00</published><updated>2008-01-21T18:16:18.851+01:00</updated><title type='text'>How the Mega-Rich Treat Our Treasury Like a Buffet (And Stick You with the Bill)</title><content type='html'>By  Amy Goodman, Democracy Now!. Posted January 21, 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Political connections are worth their weight in gold for America's wealthy.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Amy Goodman: Pulitzer Prize-winning journalist David Cay Johnston has been closely tracking the nation's income gap in the pages of the New York Times. David Cay has just published a new book. It's called Free Lunch: How the Wealthiest Americans Enrich Themselves at Government Expense (And Stick You with the Bill). Explain the wealth transfer. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Cay Johnston:  We have created in the United States, largely in the last thirty years, a whole series of programs -- a few of them explicit, many of them deeply hidden -- that take money from the pockets of the poor and the middle class and upper middle class and funnel it to the wealthiest people in America. And among the biggest recipients of these subsidies are the wealthiest family America, the Waltons; George Steinbrenner; Donald Trump; a whole host of healthcare billionaires. And these are policies that either have not been reported on or the news reporting on them generally has not informed people about what they really are. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Democracy Now! Co-Host Juan Gonzalez: You have numerous chapters in the book on the various aspects of this transfer, but I was especially struck by your material on the New York Yankees and Steinbrenner and Joyce Hogi, who you mention in the book, who I know well, and this whole issue of sports teams across America and how the public is subsidizing them. Could you elaborate on that part of it? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: Sure. George Steinbrenner is getting over $600 million for the new Yankee Stadium in New York. The New York Mets are getting over $600 million. In fact, the City of New York gave them money to lobby against the taxpayers to get more money. Rudy Giuliani gave $50 million to the two teams for that purpose. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The new owners of the Washington Nationals baseball team in Washington, D.C., paid $450 million for the team. But, in fact, they got the team for free, because the subsidy they're getting for the new stadium is worth $611 million. We actually paid these people to buy the team. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Now, in this country right now, we are spending $2 billion a year subsidizing the big four sports: baseball, basketball, football and hockey. It accounts for all of the profits of that industry and more. Now, there may be individual teams that make money, but the industry as a whole is not profitable. And that's astonishing because the big four leagues are exempt from the laws of competition. By the way, irony is not dead, because here are people who are in the business of competition on the field who are exempted by law from the rules of economic competition. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;If you go to England and you want to start a soccer team, they have to let you join the soccer league. There are thirteen commercial soccer teams in the London area. New York City, the biggest city in the country, there are two baseball teams, because there's no free entry into the market. In Los Angeles, there's no football team. And the owners use this power to prevent others from owning teams, to prevent municipal governments from owning teams, to prevent nonprofits from owning teams, to extract money from the taxpayers to build them new stadiums. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;At the same time that we're doing this, we are starving our public parks for money. And I show in Free Lunch how the rise of urban gangs and now suburban gangs is connected to this. We used to have all sorts of programs in this country after World War II for young men and young women on Saturdays and during the summer and school holidays, where even if you didn't have any money -- didn't matter that your parents didn't have any money, because -- and I know this because I did it as a child -- you could go to any one of a half-dozen different places, and there were organized activities to keep you out of trouble. After all, idle hands are the devil's workshop is not exactly a radical new idea. Well, we've cut and cut and cut those programs to fund two different subsidies: one to sports teams' owners, one that goes to Tyco, General Electric, Honeywell and some other big companies. And, lo and behold, we've had a big rise in urban violence because of the vacuum being filled by young people who no longer have these organized activities. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Goodman: Speaking of sports teams, talk about President Bush and where you believe, really, ultimately, he got his wealth. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: Well, it isn't a function of belief, Amy. I've got the documents. President Bush, who will go down in history as the great tax cutter, owes almost all of his fortune to a tax increase that was funneled into his pocket. What happened is, an oil man named Eddie Chiles wanted to sell his money-losing Texas Rangers baseball team. They played in a little stadium, smaller than the one we have here in Rochester, New York, and of course couldn't make any money. So George Bush put together a group of very wealthy investors to buy the team. He put up himself $600,000 of borrowed money. The partners then gave him a 10 percent stake as the managing partner. That's a very common arrangement in business. Then they held a special election in January of the year in question to increase the sales tax in the town of Arlington, Texas, by one half-cent. That money was used to build a new baseball stadium. It's an incredibly nice baseball stadium. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Then the power of government to seize land by eminent domain -- and I go back to what was talked about in Kenya, the leader there can give you land, he can presumably therefore also take it away -- the government used its power of eminent domain to seize land from people, not for a public purpose -- not for a military base, for a school, for a highway, for a sewer plant -- but because it was coveted by President Bush and his friends, and they were unwilling to go into the market and buy it through market economics. So the government seized this land. People were paid far less than they were owed, and we know that because one family fought back, and a jury, after being out just a matter of minutes, awarded them about six times what they had been offered by the government of Arlington. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The value of this subsidy, according to Ray Hutchison, who is the husband of Senator Kay Bailey Hutchison, is a prominent Republican insider in Texas and is the leading authority on municipal bond finance in Texas, was $202.5 million. The profit that President Bush and his partners made when they sold the team was $164 million. What does that tell you? Every single penny of additional money President Bush got from that investment, his gain, came from the taxpayers. He did not add one cent to the value of that team through his skill as an MBA manager. This gets repeated all over the country. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And then when President Bush filed his tax return, he should have reported that the 10 percent share he had, the one that was given to him as compensation for being general manager, was wage income. And, of course, we tax wages at a higher rate than we do capital income, like capital gains. President Bush therefore shorted the government $3.4 million. Under our system, you sign your tax return subject to audit. If you're not audited and you don't pay the government the right amount, if it's too much, the government keeps it, if it's too little, you short the government, but nothing happens to you.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gonzalez: Well, the American home subprime crisis has been much in the news and the enormous impact it's having on the economy. You've got a few chapters here where you talk about the home and home robbery, and you even delve on an issue that very few people have ever talked about: title insurance companies and the enormous wealth transfer that have gone on there. Could you talk about that? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: Oh, sure. You know, when you buy a home -- and I remember the first time I did it as a young man -- you have this enormous sense of accomplishment, and you sit down in a room, and they throw all these papers at you -- "Sign this, sign this, initial this page, OK, sign this." So when you're all done, you get a little sheet listing all the costs you have, and you get dinged for $15 here and $25 there. But there's one big item called land title insurance. If you buy a $200,000 house, it will probably cost you close to $1,000. Well, it turns out that ninety cents out of every dollar you are forced to pay for this goes to pay commercial bribes. And this goes on all throughout the industry all across the United States, and nobody is prosecuted for it. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And here's what happens. Well, you wrote the check for the $1,000, the land title insurance companies, who are insuring the risk that someone will come along and say, "That's really my piece of land," or "I have the right to put an oil well in your backyard. Here's this document from 1848," or your new outbuilding encroaches one inch onto the neighbor's land, supposedly. That's what you are insuring against. These companies' real customers are the real-estate agent that you thought was representing you or the lawyer you paid to represent you or the mortgage broker who arranged to get you the mortgage, because they steer you to the title company. And in return, they get kickbacks. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The state insurance commissioners of California and Washington wrote very detailed reports about this, because one of the land title companies tried to spear the insurance commissioner of Colorado. And there's emails and tape-recorded conversations about a very Machiavellian plot to use the news media to a plant a question that would smear this woman. And what did the insurance commissioners say should be done after they found that 90 percent of this money is paid in kickbacks? And by the way, one of the big title companies, in its report to shareholders, says that its customers aren't you and me, when we buy a house; it says its customers are the bankers and the brokers and the lawyers. Well, the insurance commissioners said what we need is an education program. We need to make sure that the land title companies know that they can't pay these kickbacks and referral fees, as they're politely called. Well, if the education program worked, the cost of land title insurance would have dropped 90 percent. It hasn't. So it's another example of the kind of institutionalized corruption that I write about in Free Lunch that takes money from the many and concentrates it in the hands of the politically connected few.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Goodman: I wanted to ask you about Barack Obama's comments, who praised -- &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: Well, one thing, Amy, I don't do, Amy, I don't talk about the presidential campaign, because -- &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Goodman: Oh, you don't have to -- you don't have to talk about them -- &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: OK.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Goodman:  -- but just the substance of what he had to say, which was very interesting, as he talked about former President Ronald Reagan. He was in an interview with the Reno Gazette-Journal, appearing to express admiration for what he called Reagan's "clarity" and "optimism" and overcoming "excesses" of the '60s and '70s. This is what he said. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sen. Barack Obama: I think Ronald Reagan changed the trajectory of America in a way that, you know, Richard Nixon did not and in a way that Bill Clinton did not. He put us on a fundamentally different path, because the country was ready for it. I think they felt like, you know, with all the excesses of the '60s and '70s and, you know, government had grown and grown, but there wasn't much sense of accountability in terms of how it was operating. And I think people just tapped in -- he tapped into what people were already feeling, which was we want clarity, we want optimism, we want, you know, a return to that sense of dynamism and, you know, entrepreneurship that had been missing.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Goodman: In response, rival candidate John Edwards said Reagan "did extraordinary damage to the middle class and working people, created a tax structure that favored the very wealthiest Americans and caused the middle class and working people to struggle every single day." He said, "I can promise you [this: I will] never use Ronald Reagan as an example for change." So, David Cay Johnston, without getting into presidential politics, you write extensively about Ronald Reagan in this book. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: Yes. Well, Ronald Reagan, whether you love Ronald Reagan or you hate Ronald Reagan, was a great leader. He did, in fact, dramatically change the country. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Between 1945 and the election of Ronald Reagan, we had a government that was focused on creating and nurturing the middle class. When I was a young man, I was able to go to college only because it was free. It didn't matter that I didn't have any money -- my dad was a 100 percent disabled veteran, and I went to work when I was ten years old and full time since I was thirteen -- because it was free. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Today, the cost of a college education, a state college education, is about $10,000 a year. The average income of the bottom half of taxpayers -- that's not families, that's taxpayers -- is about $15,000. Think you can go to college if two-thirds of your income would have to go to college? I don't think so. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Well, Mr. -- what Mr. Reagan did in 1980 was he asked a question that had a very powerful effect. He said, "Are you better off than you were four years ago?" And Americans said no, they weren't. And they elected him to office, and they set in motion a major change in government policy, a change that I think has been perverted. I do not believe Reagan intended all of the things that have been done since he started this happening. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But I'm asking the question in Free Lunch: Are you better off than you were in 1980? And on the surface, America is much better off. The country is more than twice as wealthy in real terms as it was in 1980. Per person, adjusted for inflation, the economy now puts out $1.70 for every dollar that it put out in 1980. Those are absolutely tremendous economic numbers. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;So how come we're not all really well-off? Why is it one-in-seven families has filed bankruptcy in the last twenty-five years? Why is it people are so mired in debt that television ads are just full of debt relief and take on more debt ads, sometimes at 99 percent interest? Why is it that so many people don't have health insurance and so many people no longer have a retirement plan? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And by the way, the average income of the bottom 90 percent of Americans, what I call the vast majority, is smaller today than it was in 1980. And since the year 2000, when we really got serious about this tax cut business, the average income of Americans every year -- 2001, '02, '03, '04, '05 -- has been smaller than it was in 2000. There have been some gains in 2004 and '05, but they haven't gotten up to equal 2000. And of those gains in the year 2000 -- it's either '05 over '04 or '04 over '03 -- half went to people who make over a million dollars a year. What's happened is -- &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Goodman: Didn't that wealth transfer massively begin -- I mean, accelerate with Reagan? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: Oh, yes. No, that's -- I'm sorry, that's exactly my point, Amy, is that what happened is that we put in place all sorts of new programs, many of which were never written about in the news media, that got no attention whatsoever. We created healthcare billionaires while making healthcare unavailable to one-in-seven Americans. And we did this with government money. We allowed people to buy public assets for, in some cases, a fraction of a penny on the dollar and then poured government money into them. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And, you know, our national myth that Ronald Reagan ran for office on was that there were all these welfare queen Cadillacs -- welfare queens driving Cadillacs out there. I think there was, in fact, one scam artist who went to prison. But what's really going on is welfare at the top, and way beyond what's been reported in the news media as corporate welfare. We have built into the scaffolding of the new economy rules that funnel money to the top. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And that this has happened really shouldn't surprise us, because under our campaign finance system, which has gotten worse and worse and worse with campaign finance reform that hasn't worked, politicians running for high office spend a great deal of their time talking not to you and me and school teachers and police officers and firefighters and factory workers, but to rich people and their paid representatives. And they hear about their concerns and what they say they need to make things fair. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gonzalez: You also delve into this whole phenomena across America of the big box stores, the Targets and the Wal-Marts and the Kmarts. And obviously they've -- to some, they at least offer cheaper goods, cheaper consumer goods. Your analysis of their impact? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: Well, first of all, they say they offer cheaper goods. I don't accept that that's necessarily true. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But here's what happens. And this is a good example of where the news media hasn't done a good job. I have tons of news clips that say, oh, this new shopping mall is coming or a new Wal-Mart or a new Cabela's store, and thanks to tax increment financing, this store is going to be built. Well, what is tax increment financing? I'll tell you what it is. You go to the store with your goods, you pay for it at Wal-Mart, and there's a very good chance that that store has made a deal with the government that the sales taxes you are required to pay, that government requires you to pay, never go to the government. Instead, those sales taxes are kept by Wal-Mart and used to pay the cost of the store. And typically in those deals, the store is tax exempt, just like a church. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Now, there are two ways that it's important to think about this. One is, that means your kid's schools, your police department, your library, your parks are not getting that money. And you'll notice we keep saying we're starved for money. We're twice as wealthy as we were in 1980, but we've got to close hospitals, and we've got to close schools, and we don't have money for all sorts of things like after-school programs, even though we're twice as wealthy. The second thing to think about is, imagine that you own Amy Goodman's or Juan's department store across the street. You suddenly have to compete with people whom the government is giving a huge leg up on. You think you would go broke after a while? Well, in fact, you will. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And I tell about a man named Jim Weaknecht who owned a little store in the Poconos of Pennsylvania. He sold fishing tackle, hunting gear, stuff like that. And the way he made his living in his little tiny store, enough that he was able to have his wife stay at home and raise their three kids full time, was by charging less than a company called Cabela's. Well, then Cabela's came to town. This little city of 4,000 people made a deal to give Cabela's $36 million to build a store. That's more than the city budget for that town for ten years. It's $8,000 for every man, woman, and child in that town to have this store. And even though he charged lower prices, he was pretty quickly run out of business. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;That's not market capitalism, which is what Ronald Reagan said he was going to bring us. He said, you know, government's the problem, we need markets as a solution. Well, that's not the market. That's corporate socialism. And what we've gotten is corporate socialism for the politically connected rich -- not all the rich, the politically connected rich -- and market capitalism for everybody else. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gonzalez: And, of course, many of those folks need lobbyists to be able to get these kinds of breaks from the government, and you talk about the explosion of lobbyists and their influence on government. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: There are twice as many registered lobbyists in Washington today as there were in 1980. If the lobbying community had grown in revenues since the '70s at the same rate as the economy, there would be one-tenth as many lobbyists in Washington. And those people are not there doing the good of the public. You know, the Constitution's Preamble talks about the -- &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gonzalez: They're not just in Washington, right? They're not just in Washington. They're also at the state level. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Johnston: No, no, they're in all the state capitals, they're in city halls, they're all over the country. The lobbying business is one of the fastest-growing businesses in America, because -- you know why? It's easier to mine gold from the government's treasury than from the side of a mountain. Why wouldn't you go do that if you could get the government to give you money? And Donald Trump -- a tax that's supposed to serve the poor, his company got $89 million for a tax designated for the poor. Somehow, Mr. Trump's public image suggests to me that he does not think of himself as a poor person.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Amy Goodman is the host of the nationally syndicated radio news program, Democracy Now!&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-5747380961328533340?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.alternet.org/stories/74389/' title='How the Mega-Rich Treat Our Treasury Like a Buffet (And Stick You with the Bill)'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/5747380961328533340/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=5747380961328533340' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5747380961328533340'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5747380961328533340'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/01/how-mega-rich-treat-our-treasury-like.html' title='How the Mega-Rich Treat Our Treasury Like a Buffet (And Stick You with the Bill)'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-3413107187456211532</id><published>2008-01-19T18:39:00.000+01:00</published><updated>2008-01-21T18:41:54.802+01:00</updated><title type='text'>New Book Makes Dangerous Claim That Inequality Is Genetic</title><content type='html'>By  Jesse Reynolds,  AlterNet. Posted January 18, 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Gregory Clark's book A Farewell to Alms suggests that race- and class-based inequality is inherent -- perhaps even deserved.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bold books that offer grand theses to explain the course of human history are risky endeavors. Few such attempts rightfully linger in the collective conscious: from the 18th century's The Wealth of Nations to the following century's Das Capital and potentially to the relatively recent Guns, Germs, and Steel. But most are quickly forgotten. If these are judged on the merit of the arguments, Gregory Clark's A Farewell to Alms: A Brief Economic History of the World, will quickly end up in the latter category.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Clark, an economic historian and the chair of the economics department at the University of California, Davis, asks a fundamental question of history: Why did the Industrial Revolution occur where and when it did? In other words, why did the global economy diverge? Why did northern Europe, particularly England, grow rich while the most of the rest of the world remained in poverty? And why haven't other areas caught up?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The answer he proposes is both beautifully simple and excessively reductionist. By essentially ignoring institutions such as government and religion, major developments, and power relations, his analysis is shackled by historical myopia. But the implications of his hypothesis go beyond 19th century British history. Clark's proposals have both explicit and implicit consequences for current political and economic debates. The author would have us embrace a retrograde social Darwinism, in which the wealthy of the world are on top of society's ladder due to superior culture and genetics.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Before 1800, Clark asserts, Britain was mired for centuries in a "Malthusian trap." Resources for survival were more limited than reproduction, causing a significant portion of people to die before having children. Innovations may have improved life temporarily, but the economic gains were quickly diluted among the subsequent greater number of surviving descendants.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;During this time, four behaviors critical to the rise of industrial capitalism and the break from the trap became more prevalent: literacy, thrift, hard work and less violence. Although these "middle class values," as Clark dubs them, emerged gradually among the British, the wealthy exhibited them earlier and to a greater degree. Furthermore, the upper class also had better reproductive success than the general population, a result that Clark calls the "survival of the richest." Since the higher number of survivors among the wealthy split inheritances, medieval Britain was characterized by downward mobility. Though the heirs of the wealthy were poorer than their parents, their generational economic descent helped propagate their cultural characteristics of success throughout society.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Clark provides fascinating evidence to back up some of these claims. A key part of his extensive economic research is a survey of wills. Contrary to intuition, plenty of poorer British men (and the testators were overwhelming male) bequeathed their meager possessions to their children. The wills demonstrate that the wealthy did, in fact, have a greater numbers of surviving children. Using the ability to sign one's name as a proxy for literacy, Clark concludes that they were also more likely to be literate. Clark uses similar methods based on an impressive, diverse array of historical sources to demonstrate the rise of longer work hours, decreased interpersonal violence and stronger savings. Unfortunately, he too often supports broad generalizations with temporally and spatially narrow data. While this is understandable, given the limitations of records, it occasionally weakens his assertions.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perhaps the most notable aspect of Clark's theory is its radical "economism." He reduces major institutional or political developments to simple quests for greater economic efficiency. Slavery, for example, is presented as merely an economically inefficient allocation of labor resources, as it prevented slaves from seeking the most productive use of their labor. Like other suboptimal institutions, it was only a matter of time before the economic advantages outweigh the benefits of oppression. So much for abolitionism's moral sway.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This reductionism allows, or causes, Clark to ignore history beyond his lens of efficiency. However, shifts such as the Magna Carta, the Protestant Reformation, the Glorious Revolution, the Thirty Years' War and the English Civil War certainly played no small part in altering balances of power within British society, consequently laying the groundwork for the Industrial Revolution.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;For example, Clark chooses to overlook the enormous competitive advantages utilized by the northern European nations, and particularly their elite classes, by centuries of slavery and colonialism. However inefficient these systems may have been, they were forcefully maintained by their beneficiaries to transfer staggering values of expropriated labor and natural resources from conquered lands. But just as his brief discourse on slavery merely highlights its inefficiency, one of Clark's few passages on colonialism asserts that subjugated areas actually benefited economically due to the increased political stability conferred by their imperial conquerors. In an interview about his book, the author revives the white man's burden, claiming that the British "were not systematically exploiting India. They were in fact offering India the enormous possibility of becoming the second great industrial power in the world. That didn't happen, but it wasn't because of anything the British did. It was because of what happened internally in India."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Clark's extreme economic reductionism seems to have also blinded him to the relevant chronology. For example, he provides ample data comparing cotton processing in Britain and India in the early 20th century. After presenting evidence that indicates Indian workers simply worked less hard, the author concludes, "[L]abor problems were at the root of India's failure to industrialize under British rule in 1857-1947 and subsequently under independent Indian governments. The socially induced lethargy that afflicted Indian labor may have extended throughout society." The implication is clear: The peoples of the global south have been economically unproductive because they are lazy, preventing them from enjoying the benefits of colonialism.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;When asking why economies diverged, the relevant period is that leading up to the Columbian contact. Thus the key question, so thoroughly explored by Jared Diamond, is why regions were already unequally developed at the time of contact. The overwhelming technological, and thus military, advantages of the European nations vis-à-vis the global south were exploited by the former to extract resources from the latter. Not only did this help the colonial powers prosper, but the subjugated regions were ravaged by the disruption of all aspects of society and economy. For an economic historian to attribute the gap in labor efficiencies between Britain and India, after more than 200 years of colonial rule, to "socially induced lethargy" without discussing colonialism itself is simply stunning, if not downright offensive.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The author doesn't leave it to the reader's imagination whether the bourgeois virtues of the British and the ineptitude of the non-European world have been culturally or genetically transmitted. During Britain's Malthusian generations, Clark claims that "the attributes that would ensure later economic dynamism -- patience, hard work, ingenuity, education -- were thus spreading biologically throughout the population."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;There are no known genes for Clark's middle-class values. And if they do exist, their contributions to reproductive survival would be so subtle and complex as to allow evolution to occur only in much larger timespans. Clark's only citation for such rapid genetic evolution is a single paper, by fellow economic historians, which offers a theoretical model for how a single, critical characteristic -- how many children to bear -- may have evolved genetically or culturally since the Neolithic Revolution. Neither Clark's book nor the referred paper reference the basics of genetics or evolutionary biology.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It's impossible to ascertain the intentions of Clark, who is British. But a hypothesis such as that proposed in A Farewell to Alms clearly has political implications, and the author belies his own leanings. In a discussion of taxes, he makes a point of claiming that modern Europe's taxation regimes "intrude just as shockingly into the lives of its citizens" as did the Inquisition, an institution that enforced religious dogma and political power through torture and executions.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The genetic reductionism put forth in this book is a troubling trend which, if left unchecked, has dangerous ramifications. As an increasing number of genes are attributed, sometimes inappropriately, to a range of physical and behavioral characteristics, a revival of social Darwinism has become tempting. For his part, Clark concludes that the West should give up on international development aid. Even more insidious than libertarian challenges to any protections against the ravages of the market is the belief that, contrary to Jefferson, we are not all created equal, and thus perhaps deserve our radically unequal outcomes.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hopefully, neoliberal proposals will be judged on arguments other than the poorly-supported ones presented in Clark's book. Like 1994's The Bell Curve: Intelligence and Class Structure in American Life, it uses snapshot quantitative data to back broad theories of cultural, genetic and racial differences, which in turn can be used in support of significant policy shifts. Let's hope that 13 years from now, A Farewell to Alms will inhabit the same dustbin as The Bell Curve does today.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Jesse Reynolds is the director of the project on Biotechnology in the Public Interest at the Center for Genetics and Society, a nonprofit advocacy organization and a contributor to its Biopolitical Times blog.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-3413107187456211532?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.alternet.org/rights/67937/' title='New Book Makes Dangerous Claim That Inequality Is Genetic'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/3413107187456211532/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=3413107187456211532' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3413107187456211532'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/3413107187456211532'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/01/new-book-makes-dangerous-claim-that.html' title='New Book Makes Dangerous Claim That Inequality Is Genetic'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-5730761598006629766</id><published>2008-01-15T12:37:00.000+01:00</published><updated>2008-01-25T12:39:21.148+01:00</updated><title type='text'>Caso Bhutto: La percezione distorta dell'Occidente</title><content type='html'>di Tariq Ali&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«I matrimoni combinati possono essere un affare complicato. Pensati principalmente come strumento di accumulazione della ricchezza, per evitare flirt indesiderabili o superare storie d'amore clandestine, spesso non funzionano. Se è noto che entrambi i partner si detestano l'un l'altro, solo un genitore spietato, reso insensibile dal pensiero di un guadagno a breve termine, può voler insistere in un processo di cui conosce anche troppo bene l'esito infelice e magari violento. Che ciò sia vero anche nella vita politica è diventato chiarissimo nel recente tentativo di Washington di legare Benazir Bhutto a Pervez Musharraf. L'unico e forte genitore, in questo caso, è stato un disperato dipartimento di stato - con John Negroponte nel ruolo di diabolico intermediario e Gordon Brown in quello di imbarazzata damigella - oppresso dal timore di non riuscire a imporsi su entrambi i partners, e di diventare quindi troppo vecchio per riciclarsi».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho scritto questo paragrafo di apertura in un lungo saggio per la London review of books all'inizio del mese. Che la violenza sia arrivata così presto mi ha sorpreso. Lo shock iniziale dell'assassinio di Benazir Bhutto sta passando ed è necessario valutare spassionatamente le probabili conseguenze, evitando il pietismo che occupa così grande spazio sui media globali. Praticamente tutto ciò che viene scritto o mostrato sugli schermi televisivi è specioso e progettato per evitare di discutere gli autentici argomenti in gioco.&lt;br /&gt; Perché Bush, Negroponte e accoliti britannici erano così determinati a rimediare alla crisi pachistana in questa maniera? Cosa pensavano di riuscire a ottenere? Quale «mondo nuovo» avevano concepito? Quasi tutti i loro assunti poggiavano su fatti sistematicamente e selettivamente ripuliti, distorti o esagerati, il loro scopo quello di evitare qualsiasi responsabilità occidentale nella crisi attuale. Dal momento che tutto ciò viene ripetuto senza fine dai media globali, con insignificanti variazioni, vale la pena di trattare specificamente ogni argomento principale. &lt;br /&gt; a) Il Pakistan è uno stato nucleare, il solo paese musulmano a testare e possedere armi atomiche. Se i jihadisti/al Qaeda mettessero le mani su queste armi, esiste il pericolo che possano scatenare un olocausto nucleare. Musharraf deve essere appoggiato perché si oppone vigorosamente a questa possibilità.&lt;br /&gt; È il caso di ricordare che il Pakistan ha perfezionato i propri strumenti nucleari negli anni Ottanta sotto la dittatura del generale Zia ul Haq, stimato alleato dell'Occidente e tassello centrale della guerra all'allora Impero del Male (l'Unione sovietica) in Afghanistan. Gli Stati uniti erano così ossessionati dal conflitto con i russi che decisero sia di organizzare un network jihadista globale per reclutare militanti nella guerra santa in Afghanistan che di chiudere un occhio sulla ben poco segreta costruzione degli impianti nucleari pakistani.&lt;br /&gt; Le installazioni nucleari sono sottoposte a un controllo militare molto rigido. Non c'è alcuna possibilità che un gruppo estremista possa sottrarne il controllo a un esercito di mezzo milione di soldati. L'unica maniera in cui gli estremisti religiosi possono raggiungere il potere è se l'esercito decide che ciò deve accadere. Il Pentagono e la Dia (l'intelligence militare Usa) sanno bene che la struttura di comando militare del Pakistan non è mai stata sconfitta, e che i generali dipendono dai finanziamenti e dagli armamenti americani. L'esercito pakistano presenta ogni mese a Centcom, in Florida (il comando centrale statunitense per le operazioni all'estero) il conto per le sue attività sul confine afghano-pakistano. È l'esercito come istituzione che consegna quanto richiesto, non i singoli generali. A Musharraf non è rimasta alcuna legittimità in questo campo da quando ha smesso l'uniforme. Proviene da qui l'insistenza di Bush nel volere che le elezioni vadano avanti, nonostante boicottaggi di massa, giudici arrestati, media zittiti politici-chiave agli arresti domiciliari e la pubblica esecuzione della signora Bhutto. Se solo Benazir avesse deciso di boicottare le elezioni (cosa che avrebbe significato una rottura con Washington) oggi sarebbe ancora viva.&lt;br /&gt; b) Il Pakistan è uno stato in bancarotta, sull'orlo del collasso, circondato da furiosi e determinati jihadisti in attesa. Da qui l'esigenza di un'alternativa non religiosa e il ruolo di Benazir Bhutto nell'aiutare Musharraf ad acquisire un po' della legittimità di cui ha disperato bisogno.&lt;br /&gt; Il Pakistan non è uno «stato fallito» nel senso del Congo o del Ruanda. E' uno stato malfunzionante ed è stato in questa condizione per quasi quattro decenni. A volte la situazione è migliore, a volte peggiore. Al cuore del suo malfunzionamento c'è la dominazione del paese da parte dell'esercito, e ogni successivo governo militare ha peggiorato le cose. E' questo che ha impedito la stabilità politica e l'emergere di istituzioni stabili. Di questo gli Stati uniti portano la diretta responsabilità, dal momento che hanno sempre considerato - e considerano tutt'ora - l'esercito come l'unica istituzione del paese con cui avere a che fare, la roccia che incanala le acque agitate nella corrente impetuosa di un torrente. &lt;br /&gt; Economicamente il paese poggia in modo sbilanciato su un'elite corrotta e ultraricca, ma certo questo è gradito al Washington consensus. E la Banca mondiale è sempre stata provvida di complimenti per le politiche economiche di Musharraf.&lt;br /&gt; L'ultima crisi è il risultato diretto della guerra e dell'occupazione Nato in Afghanistan che hanno destabilizzato la frontiera nord occidentale del Pakistan e provocato una crisi di coscienza all'interno dell'esercito. Dà molta infelicità essere pagati per uccidere i compagni musulmani nelle aree tribali che confinano sia col Pakistan che con l'Afghanistan. Il comportamento arrogante e umiliante dei soldati Nato non ha certo aiutato a risovere i problemi in entrambi i paesi. Inviare truppe Usa ad addestrare i militari pakistani alla contro-insurrezione con ogni probabilità infiammerà ulteriormente gli animi. L'Afghanistan può essere stabilizzato solo con un accordo regionale che coinvolga India, Russia, Iran e Pakistan, al quale si accompagni il ritiro totale delle truppe Nato. È il tentativo Usa di evitare questo che rafforza la crisi nei due paesi.&lt;br /&gt; Musharraf ha fallito nel suo ruolo di uomo di punta degli Stati uniti in Pakistan. La sua incapacità a proteggere Benazir Bhutto non è stata presa bene da Washington che potrebbe scaricarlo entro il prossimo anno e riporre le sue speranze nel generale Ashfaq Kayani, che ha preso il posto di Musharraf a capo dell'esercito. Meno facile è trovare un sostituto di Benazir. I fratelli Sharif non sono affidabili e sono troppo vicini ai sauditi. Le elezioni saranno manipolate alla grande e mancheranno così di un'autentica legittimità. La notte oscura è molto lontana dalla sua fine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt; del 29/12/2007)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-5730761598006629766?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/5730761598006629766/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=5730761598006629766' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5730761598006629766'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5730761598006629766'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2008/01/caso-bhutto-la-percezione-distorta.html' title='Caso Bhutto: La percezione distorta dell&apos;Occidente'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-2647397291114753941</id><published>2007-12-13T00:29:00.000+01:00</published><updated>2007-12-13T00:33:50.685+01:00</updated><title type='text'>Why the Democrats Could Lose in 2008</title><content type='html'>By  Robert Parry,  Consortium News. &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;AlterNet&lt;/span&gt;, December 12, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Democrats think the public is just interested in new social programs, but voters are looking for something more inspirational.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;National Democrats are upbeat about their chances in Election 2008, citing George W. Bush’s unpopularity and the weirdness of top Republican presidential candidates bogged down in squabbles over who has the right religious outlook or who is the most hostile to illegal immigrants.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But the smug Democratic hierarchy may be inviting defeat, again, by ignoring the fact that many Americans want leadership that appeals to them on the higher plane of principle. Instead, Democrats often treat Americans more like consumers than citizens, selling them new social programs rather than articulating an uplifting national cause.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sen. Hillary Clinton of New York summed up this consumer-over-citizen approach when she announced her health care plan on Sept. 17:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"We can talk all we want about freedom and opportunity, about life, liberty, and the pursuit of happiness, but what does all that mean to a mother or father who can't take a sick child to the doctor?"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perhaps a different question might be: why would a presidential candidate see the founding principles of the United States as somehow at odds with the desire of parents to want health care for their children?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;With her dubious dichotomy, Sen. Clinton suggests that it’s an either-or situation -- and that the founding principles must take a backseat to health-care policy.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One outgrowth of this pragmatism-not-principle approach is that national Democrats have shied away from rallying the American people around the ideals of the Republic, even when they have been under assault by Bush and his administration.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;These Democratic leaders don’t seem to think that ephemeral notions -- like checks and balances, the rule of law, and inalienable rights -- matter that much to the average Joe. In this view, health insurance and other social benefits should trump all.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Iraq War Sellout&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Congressional Democrats have operated in a similar fashion, teasing the American public with promises to stop the Iraq War but then treating the issue as just another bargaining chip, albeit one covered in the blood of nearly 3,900 American soldiers and hundreds of thousands of Iraqis.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;While many Americans oppose the Iraq War on grounds of morality or as a matter of legal principle, House Majority Leader Steny Hoyer, D-Maryland, told the Washington Post that Democratic leaders were ready to drop their promise to deny Bush any more blank checks for the war if they can get another $11 billion for domestic programs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Everybody knows he [Bush] has no intention of signing anything without money for Iraq, unfettered without constraints,” Hoyer said. “I think that’s ultimately going to be the result.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ironically, however, the Republicans are now so accustomed to the Democrats caving in on Iraq War funding that the White House is signaling that it has no intention of giving the Democrats anything extra for their predictable collapse. Bush seems prepared to veto the domestic spending -- and pocket another Iraq War blank check.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In contrast to this ever-waffling Democratic leadership, the Republicans do understand the political value of appealing to Americans on a higher plane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The GOP -- the party of tax cuts for the rich -- has convinced millions of average Americans to vote against their own financial interests in order to advance their principles, from protecting gun rights to outlawing abortion to breaking down the barriers between church and state.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The Republican CNN/YouTube debate on Nov. 28 was dominated by questions and answers that emphasized right-wing goals over programmatic details. Though one may disagree with those priorities, they do go beyond the voter’s pocketbook and address a larger purpose for the nation.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Fear of Flying&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;National Democrats have been reluctant to engage on this higher plane for many years, beyond occasional feel-good speeches stressing non-controversial values like community and inclusiveness.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The Democrats shy away from standing up for constitutional principles, possibly because they see these concepts as too abstract for common citizens.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Democrats have been weak, too, in understanding the value of truth in a democracy. Even when a Republican administration is on the hot seat, the Democrats have shown a proclivity to trade away a difficult showdown over accountability for some votes on domestic programs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In 1993, the incoming Clinton administration and the Democratic majorities in the House and Senate helped Ronald Reagan and George H.W. Bush sweep under the rug the full story about national security scandals, such as the Iran-Contra Affair and the Iraq-gate scandal, both involving secret military shipments to the Middle East.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;President Bill Clinton later explained that he felt it was more important to build goodwill with Republicans whose help he needed on domestic programs than to pursue the truth about those historical issues. [For details, see Robert Parry’s &lt;a href="http://www.neckdeepbook.com/"&gt;Secrecy &amp; Privilege&lt;/a&gt;.]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;As it turned out, Clinton got no help from the Republicans on his domestic agenda and no reciprocity when it came to Clinton’s own scandals. The Republicans won control of Congress in 1994 by rallying their base around the issue of Clinton’s immorality.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In 1998, Clinton was impeached by the Republican-controlled House for lying about a sexual relationship and -- although acquitted by the Senate -- his reputation was forever tarred. As Republicans hammered away at Clinton’s ethical lapses, the Democratic counter-argument boiled down to: Gee, look at the booming economy.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But that pocketbook self-interest wasn’t enough to save the Democrats in Campaign 2000. Texas Gov. George W. Bush managed to overcome public doubts about his competence by stressing his supposed commitment to restore “honor and decency” to the Oval Office.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;That pledge -- along with fond memories of the elder George Bush and some artificial scandals about Al Gore’s integrity -- got Bush close enough to snatch the White House, while Republicans also continued to dominate Congress through 2006. [For details,see Robert Parry’s book, &lt;a href="http://www.neckdeepbook.com/"&gt;Neck Deep&lt;/a&gt;.]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Public Outrage&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finally, in Campaign 2006, the Democrats started giving voice to the public’s outrage over the lies that had justified the U.S. invasion of Iraq. Millions of Americans also were alarmed by how brazenly Bush was trampling the nation’s constitutional liberties by asserting his “plenary” or unlimited powers as Commander in Chief.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Trying to salvage the congressional Republican majorities, Bush played the fear card again and again on the campaign trail, essentially arguing that he would keep Americans safe so they could comfortably go shopping at the mall.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In effect, the principle v. self-interest balance tilted toward the Democrats. They were the ones with the more idealistic vision of the United States as a brave nation that would not surrender its Constitution in the face of fear.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The election result was a surprising victory for the Democrats as they won back control of the House and the Senate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rank-and-file Democratic activists began demanding that their new majorities stand tough against Bush’s open-ended war in Iraq and seek his impeachment if he continued his arrogation of constitutional powers.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But the Inside-the-Beltway Democratic consultants quickly began to reassert their influence over the national party. They called on the leaders to shelve proposals for curtailing the Iraq War and throw out any notion of impeachment, instead pushing for “kitchen-table” issues like raising the minimum wage.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"People are not looking to their individual members of Congress to solve the Iraq War," said Democratic pollster Celinda Lake. "For the House to be focused on it now would look like partisan bickering rather than getting on with the people's business."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lake’s view of the Iraq War as a diversion was shared by several leading Democrats in Congress, including Hoyer and Rep. Rahm Emanuel of Illinois.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Referring to Bush’s Iraq War “surge” and the need to focus on the Democratic domestic agenda, Emanuel said, "I know where support for more troops is, and I know where support is for the minimum-wage increase.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But Democratic grassroots outrage forced the congressional leadership at least to pay lip service to stopping the war. So, the Democrats conducted what amounted to a phony legislative battle, putting up some symbolic anti-war resolutions and trying to attach timelines to war funding bills.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;When faced with Republican filibusters or a Bush veto, however, the Democrats ran up the white flag. Instead of conducting their own filibuster to block another blank check for the war, the Democrats surrendered.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;On the constitutional front, not only did they keep impeachment “off the table,” as House Speaker Nancy Pelosi had said, the Democrats failed to mount any sustained investigations of Bush’s high-handed abuse of his powers.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rather than launch Fulbright-style investigations of the disastrous Iraq War, Sen. Joe Biden, chairman of the Senate Foreign Relations Committee, chose to make an unlikely run for President. Other committee chairmen held some scattershot hearings but nothing sustained and comprehensive.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Even with the new revelations that Bush’s CIA destroyed videotapes of alleged torture of terror suspects, the Demhttp://www.blogger.com/img/gl.link.gifocrats have mostly confined themselves to calls for the Bush administration to investigate itself.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;To put it mildly, the Democratic behavior over the past year &lt;a href="http://www.consortiumnews.com/2007/110707.html"&gt;has not been inspirational&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Edgy Base&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Now, the Democratic leaders are acting as if they’ll be guaranteed more seats in Congress and a return to the White House if they don’t offend anybody over the next 11 months.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But the Democratic base is edgy. They’ve seen this wishful thinking before -- and it usually ends up with another muddled Democratic campaign and another Republican victory.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Since Hillary Clinton is seen as a chief practitioner of this politics of principle-avoidance, many rank-and-file Democrats are turning against her.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Some would have preferred Al Gore, who combines a depth of experience on key issues like the environment with the foresight to have opposed Bush on the Iraq War and his assault on the Constitution. But Gore has opted for a life as an acclaimed private citizen.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;That has caused many Democrats who are uncomfortable with Sen. Clinton’s obsessive pragmatism to shift toward Sen. Barack Obama of Illinois, despite his limited experience and his own tendency toward conciliation over conflict.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;While Obama received high marks for his eloquent keynote address to the Democratic convention in 2004, it was striking, too, in its failure to criticize Bush by name or to articulate why the country should fire its sitting President.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;As other Democrats joined Obama in pulling their punches, John Kerry emerged from the convention with an extraordinary zero bounce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Still, a growing number of rank-and-file Democrats appear ready to gamble now on what they hope will be an uplifting Obama candidacy, over the prospect of a grim-and-grinding Hillary Clinton campaign.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;More than anything, many in the Democratic base want to send a message to the Democratic leadership that –regardless of what the professional pollsters might say -- principles do matter to Americans.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Robert Parry's new book is Secrecy &amp; Privilege: Rise of the Bush Dynasty from Watergate to Iraq."&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-2647397291114753941?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.alternet.org/stories/70201/' title='Why the Democrats Could Lose in 2008'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/2647397291114753941/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=2647397291114753941' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2647397291114753941'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/2647397291114753941'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2007/12/why-democrats-could-lose-in-2008.html' title='Why the Democrats Could Lose in 2008'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-7706696632944805607</id><published>2007-12-10T14:18:00.000+01:00</published><updated>2007-12-11T11:07:31.763+01:00</updated><title type='text'>The Perfect Storm of Campaign 2008</title><content type='html'>By  Steve Fraser,  Tomdispatch.com. &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;AlterNet&lt;/span&gt;, December 10, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;War, economic collapse, and the political implosion of the Republican Party will make 2008 a year to remember.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Will the presidential election of 2008 mark a turning point in American political history? Will it terminate with extreme prejudice the conservative ascendancy that has dominated the country for the last generation? No matter the haplessness of the Democratic opposition, the answer is yes.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;With Richard Nixon's victory in the 1968 presidential election, a new political order first triumphed over New Deal liberalism. It was an historic victory that one-time Republican strategist and now political critic Kevin Phillips memorably anointed the "emerging Republican majority." Now, that Republican "majority" finds itself in a systemic crisis from which there is no escape.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Only at moments of profound shock to the old order of things -- the Great Depression of the 1930s or the coming together of imperial war, racial confrontation, and de-industrialization in the late 1960s and 1970s -- does this kind of upheaval become possible in a political universe renowned for its stability, banality, and extraordinary capacity to duck things that matter. The trauma must be real and it must be perceived by people as traumatic. Both conditions now apply.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;War, economic collapse, and the political implosion of the Republican Party will make 2008 a year to remember.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;The Politics of Fear in Reverse&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Iraq is an albatross that, all by itself, could sink the ship of state. At this point, there's no need to rehearse the polling numbers that register the no-looking-back abandonment of this colossal misadventure by most Americans. No cosmetic fix, like the "surge," can, in the end, make a difference -- because large majorities decided long ago that the invasion was a fiasco, and because the geopolitical and geo-economic objectives of the Bush administration leave no room for a genuine Iraqi nationalism which would be the only way out of this mess.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The fatal impact of the President's adventure in Iraq, however, runs far deeper than that. It has undermined the politics of fear which, above all else, had sustained the Bush administration. According to the latest polls, the Democrats who rate national security a key concern has shrunk to a percentage bordering on the statistically irrelevant. Independents display a similar "been there, done that" attitude. Republicans do express significantly greater levels of alarm, but far lower than a year or two ago.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In fact, the politics of fear may now be operating in reverse. The chronic belligerence of the Bush administration, especially in the last year with respect to Iran, and the cartoonish saber-rattling of Republican presidential candidates (whether genuine or because they believe themselves captives of the Bush legacy) is scary. Its only promise seems to be endless war for purposes few understand or are ready to salute. To paraphrase Franklin Delano Roosevelt, for many people now, the only thing to fear is the politics of fear itself.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;And then there is the war on the Constitution. Randolph Bourne, a public intellectual writing around the time of World War I, is remembered today for one trenchant observation: that war is the health of the state. Mobilizing for war invites the cancerous growth of the bureaucratic state apparatus and its power over everyday life. Like some over-ripe fruit this kind of war-borne "healthiness" is today visibly morphing into its opposite -- what we might call the "sickness of the state."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The constitutional transgressions of the executive branch and its abrogation of the powers reserved to the other two branches of government are, by now, reasonably well known. Most of this aggressive over-reaching has been encouraged by the imperial hubris exemplified by the invasion of Iraq. It would be short-sighted to think that this only disturbs the equanimity of a small circle of civil libertarians. There is a long-lived and robust tradition in American political life always resentful of this kind of statism. In part, this helps account for wholesale defections from the Republican Party by those who believe it has been kidnapped by political elites masquerading as down-home, "live free or die" conservatives.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Now, add potential economic collapse to this witches brew. Even the soberest economy watchers, pundits with PhDs -- whose dismal record in predicting anything tempts me not to mention this -- are prophesying dark times ahead. Depression -- or a slump so deep it's not worth quibbling about the difference -- is evidently on the way; indeed is already underway. The economics of militarism have been a mainstay of business stability for more than half century; but now, as in the Vietnam era, deficits incurred to finance invasion only exacerbate a much more embracing dilemma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Start with the confidence game being run out of Wall Street; after all, the subprime mortgage debacle now occupies newspaper front pages day after outrageous day. Certainly, these tales of greed and financial malfeasance are numbingly familiar. Yet, precisely that sense of déjà vu all over again, of Enron revisited, of an endless cascade of scandalous, irrational behavior affecting the central financial institutions of our world suggests just how dire things have become.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Enronization as Normal Life&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Once upon a time, all through the nineteenth century, financial panics -- often precipitating more widespread economic slumps -- were a commonly accepted, if dreaded, part of "normal" economic life. Then the Crash of 1929, followed by the New Deal Keynesian regulatory state called into being to prevent its recurrence, made these cyclical extremes rare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Beginning with the stock market crash of 1987, however, they have become ever more common again, most notoriously -- until now, that is -- with the dot.com implosion of 2000 and the Enronization that followed. Enron seems like only yesterday because, in fact, it was only yesterday, which strongly suggests that the financial sector is now increasingly out of control. At least three factors lurk behind this new reality.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Thanks to the Reagan counterrevolution, there is precious little left of the regulatory state -- and what remains is effectively run by those who most need to be regulated. (Despite bitter complaints in the business community, the Sarbanes-Oxley bill, passed after the dot.com bubble burst, has proven weak tea indeed when it comes to preventing financial high jinks, as the current financial meltdown indicates.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;More significantly, for at least the last quarter-century, the whole U.S. economic system has lived off the speculations generated by the financial sector -- sometimes given the acronym FIRE for finance, insurance, and real estate). It has grown exponentially while, in the country's industrial heartland in particular, much of the rest of the economy has withered away. FIRE carries enormous weight and the capacity to do great harm. Its growth, moreover, has fed a proliferation of financial activities and assets so complex and arcane that even their designers don't fully understand how they operate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One might call this the sorcerer's apprentice effect. In such an environment, the likelihood and frequency of financial panics grows, so much so that they become "normal accidents" -- an oxymoron first applied to highly sophisticated technological systems like nuclear power plants by the sociologist Charles Perrow. Such systems are inherently subject to breakdowns for reasons those operating them can't fully anticipate, or correctly respond to, once they're underway. This is so precisely because they never fully understood the labyrinthine intricacies and ramifying effects of the way they worked in the first place.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Likening the current subprime implosion to such a "normal accident" is more than metaphorical. Today's Wall Street fabricators of avant-garde financial instruments are actually called "financial engineers." They got their training in "labs," much like Dr. Frankenstein's, located at Wharton, Princeton, Harvard, and Berkeley. Each time one of their confections goes south, they scratch their heads in bewilderment -- always making sure, of course, that they have financial life-rafts handy, while investors, employees, suppliers, and whole communities go down with the ship.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;What makes Wall Street's latest "normal accident" so portentous, however, is the way it is interacting with, and infecting, healthier parts of the economy. When the dot.com bubble burst many innocents were hurt, not just denizens of the Street. Still, its impact turned out to be limited. Now, via the subprime mortgage meltdown, Main Street is under the gun.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It is not only a matter of mass foreclosures. It is not merely a question of collapsing home prices. It is not simply the shutting down of large portions of the construction industry (inspiring some of those doom-and-gloom prognostications). It is not just the born-again skittishness of financial institutions which have, all of sudden, gotten religion, rediscovered the word "prudence," and won't lend to anybody. It is all of this, taken together, which points ominously to a general collapse of the credit structure that has shored up consumer capitalism for decades.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Campaigning Through a Perfect Storm of Economic Disaster &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The equity built up during the long housing boom has been the main resource for ordinary people financing their big-ticket-item expenses -- from college educations to consumer durables, from trading-up on the housing market to vacationing abroad. Much of that equity, that consumer wherewithal, has suddenly vanished, and more of it soon will. So, too, the life-lines of credit that allow all sorts of small and medium-sized businesses to function and hire people are drying up fast. Whole communities, industries, and regional economies are in jeopardy.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All of that might be considered enough, but there's more. Oil, of course. Here, the connection to Iraq is clear; but, arguably, the wild escalation of petroleum prices might have happened anyway. Certainly, the energy price explosion exacerbates the general economic crisis, in part by raising the costs of production all across the economy, and so abetting the forces of economic contraction. In the same way, each increase in the price of oil further contributes to what most now agree is a nearly insupportable level in the U.S. balance of payments deficit. That, in turn, is contributing to the steady withering away of the value of the dollar, a devaluation which then further ratchets up the price of oil (partially to compensate holders of those petrodollars who find themselves in possession of an increasingly worthless currency). As strategic countries in the Middle East and Asia grow increasingly more comfortable converting their holdings into euros or other more reliable -- which is to say, more profitable -- currencies, a speculative run on the dollar becomes a real, if scary, possibility for everyone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finally, it is vital to recall that this tsunami of bad business is about to wash over an already very sick economy. While the old regime, the Reagan-Bush counterrevolution, has lived off the heady vapors of the FIRE sector, it has left in its wake a de-industrialized nation, full of super-exploited immigrants and millions of families whose earnings have suffered steady erosion. Two wage-earners, working longer hours, are now needed to (barely) sustain a standard of living once earned by one. And that doesn't count the melting away of health insurance, pensions, and other forms of protection against the vicissitudes of the free market or natural calamities. This, too, is the enduring hallmark of a political economy about to go belly-up.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This perfect storm will be upon us just as the election season heats up. It will inevitably hasten the already well-advanced implosion of the Republican Party, which is the definitive reason 2008 will indeed qualify as a turning-point election. Reports of defections from the conservative ascendancy have been emerging from all points on the political compass. The Congressional elections of 2006 registered the first seismic shock of this change. Since then, independents and moderate Republicans continue to indicate, in growing numbers in the polls, that they are leaving the Grand Old Party. The Wall Street Journal reports on a growing loss of faith among important circles of business and finance. Hard core religious right-wingers are airing their doubts in public. Libertarians delight in the apostate candidacy of Ron Paul. Conservative populist resentment of immigration runs head on into corporate elite determination to enlarge a sizeable pool of cheap labor, while Hispanics head back to the Democratic Party in droves. Even the Republican Party's own elected officials are engaged in a mass movement to retire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All signs are ominous. The credibility and legitimacy of the old order operate now at a steep discount. Most telling and fatal perhaps is the paralysis spreading into the inner councils at the top. Faced with dire predicaments both at home and abroad, they essentially do nothing except rattle those sabers, captives of their own now-bankrupt ideology. Anything, many will decide, is better than this.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Or will they? What if the opposition is vacillating, incoherent, and weak-willed -- labels critics have reasonably pinned on the Democrats? Bad as that undoubtedly is, I don't think it will matter, not in the short run at least.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Take the presidential campaign of 1932 as an instructive example. The crisis of the Great Depression was systemic, but the response of the Democratic Party and its candidate Franklin Delano Roosevelt -- though few remember this now -- was hardly daring. In many ways, it was not very different from that of Republican President Herbert Hoover; nor was there a great deal of militant opposition in the streets, not in 1932 anyway, hardly more than the woeful degree of organized mass resistance we see today despite all the Bush administration's provocations.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Yet the New Deal followed. And not only the New Deal, but an era of social protest, including labor, racial, and farmer insurgencies, without which there would have been no New Deal or Great Society. May something analogous happen in the years ahead? No one can know. But a door is about to open.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Steve Fraser is a writer and editor, as well as the co-founder of the American Empire Project. He is the author of Every Man a Speculator: A History of Wall Street in American Life. His latest book, Wall Street: America's Dream Palace, will be published by Yale University Press in March 2008.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-7706696632944805607?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.alternet.org/stories/70120/' title='The Perfect Storm of Campaign 2008'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/7706696632944805607/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=7706696632944805607' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7706696632944805607'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7706696632944805607'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2007/12/perfect-storm-of-campaign-2008.html' title='The Perfect Storm of Campaign 2008'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-1980679758538675529</id><published>2007-12-07T16:22:00.000+01:00</published><updated>2007-12-07T16:27:06.188+01:00</updated><title type='text'>Hillary Clinton Might Be the Least Electable Democrat</title><content type='html'>By  Guy T. Saperstein,  &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;AlterNet&lt;/span&gt;. Posted December 7, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;While Hillary Clinton maintains her lead in national polling among Democrats, in direct match-ups against Republicans, she consistently trails her competitors.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Last Sunday's New York Times contained an op-ed by Frank Rich ("Who's Afraid of Barack Obama," Dec. 2) suggesting that, for a variety of reasons, Barack Obama is the Democrat the Republicans fear most. While Rich emphasized Obama's authenticity, his early and unequivocal opposition to the Iraq war and his cross-over appeal to independents and Republicans, missing from his otherwise excellent article were polling results confirming why Republicans fear an Obama presidential candidacy and why they would prefer to run against Hillary Clinton.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;While Clinton maintains her lead in national polling among Democrats, in direct matchups against Republican presidential candidates, she consistently runs behind both Barack Obama and John Edwards. In the recent national Zogby Poll (Nov. 26, 2007), every major Republican presidential candidate beats Clinton: McCain beats her 42 percent to 38 percent; Giuliani beats her 43 percent to 40 percent; Romney beats her 43 percent to 40 percent; Huckabee beats her 44 percent to 39 percent; and Thompson beats her 44 percent to 40 percent, despite the fact Thompson barely appears to be awake most of the time.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;By contrast, Obama beats every major Republican candidate: He beats McCain 45 percent to 38 percent; Guiliani 46 percent to 41 percent; Romney 46 percent to 40 percent; Huckabee 46 percent to 40 percent; and, Thompson 47 percent to 40 percent. In other words, Obama consistently runs 8 to 11 percent stronger than Clinton when matched against Republicans. To state the obvious: The Democratic presidential candidate will have to run against a Republican.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Clinton's inherent weakness as a candidate shows up in other ways. In direct matchups for congressional seats, Democrats currently are running 10 percent to 15 percent ahead of Republicans, depending on the poll, while Clinton runs 3 percent to 7 percent behind -- a net deficit ranging from 13 to 22 percent. No candidate in presidential polling history ever has run so far behind his or her party.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;To look at Clinton's candidacy another way, Clinton runs well behind generic polling for the presidency: In the NBC News/Wall Street Journal Poll conducted Nov. 1-5, 2007, voters were asked, "Putting aside for a moment the question of who each party's nominee might be, what is your preference for the outcome of the 2008 presidential election -- that a Democrat be elected president or that a Republican be elected president?" By 50 percent to 35 percent, voters chose "Democrat" -- a 15-point edge. Thus, Clinton is running 10 to 15 percent, or more, behind the generic Democratic candidate. This is not a promising metric nor the numbers of a strong candidate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Look at Iowa: It is neck-and-neck, with Obama, Clinton and Edwards running close among the first tier of Democratic candidates. But Clinton is the only woman running against seven men, yet polls only around 25 percent. When you have been in the public eye for 15 years and are well-known, when your husband was a popular president and remains perhaps the most popular Democrat in America, when you are the only female candidate in a race against seven men, but you are polling just 25 percent, you are not a strong candidate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I had occasion last week to speak for an hour and a half with a Democratic candidate for the U.S. Senate in a battleground state. Without revealing who I favored in the Democratic primary, I asked, "Who would help you the most at the top of the Democratic ticket in November 2008?" Without hesitation, the candidate [who cannot take a public position in the presidential primary] responded: "I can tell you who would hurt me the most -- Hillary Clinton. She has 30-40 percent of voters in my state who never would vote for her under any circumstances, and she is no one's second choice. Her support is lukewarm, at best."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In a recent article in the New Republic, Thomas F. Schaller quoted two Midwestern politicians about the negative effect of having Clinton lead the Democratic ticket in 2008. Missouri House Minority Whip Connie Johnson warned, "If Hillary comes to the state of Missouri, we can write it off." Democratic state Rep. Dave Crooks of Indiana stated, "I'm not sure it (Clinton candidacy) would be fatal in Indiana, but she would be a drag."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Karl Rove recently commented on Hillary's candidacy, observing that she had the highest "unfavorable" ratings of any presidential candidate in modern polling history. In the USA/Gallup Poll, over the past two years, Clinton's "unfavorable" ratings have ranged from 40 percent to 52 percent and currently are running 45 percent -- far higher than any other Democratic or Republican presidential hopeful and higher than any presidential candidate at this stage in polling history. Hillary Clinton may be the most well-known, recognizable candidate, but that is proving to be as much a burden as a benefit.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Another factor to consider is the power of Clinton to unify the opposition. While the field of Republican candidates is uninspiring, if not grim, Clinton is a galvanizing force for conservatives. While Clinton-hatred may be unfair (I happen to think it is), the intensity of animosity conservatives have reserved for the Clintons is unprecedented. They want to run against her not only because she may be the weakest candidate, but also because they hate her and what they think she stands for. I am not endorsing this hatred, which I consider irrational and destructive, but Democrats need to consider that her candidacy, more than any other Democratic candidate, has the potential to motivate and activate the opposition.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;To be fair, it should be noted that not all polls find Clinton on the short end of polling disparities, and some have found her polling at parity, or sometimes even slightly ahead, of Republicans (generally, within the margin of polling error). But this should not obscure the main point: By every measure, Clinton's support runs well behind congressional Democrats, well behind generic Democrats and, generally, behind her Democratic presidential rivals in matchups with Republicans.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Bill: When will the other shoe drop?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Every presidential candidate inspires humor. In the case of Bill and Hillary, it is an avalanche, including the "Hillary Spanking Bill Clinton Whipping Magnet" for refrigerators across America. But what about Bill's proven 30-year history of womanizing? Should we assume these patterns have disappeared? Or should we assume there may be more revelations about Bill's continuing liaisons with women that Republicans will produce during the general election, taking voters back to memories of Paula Jones, Gennifer Flowers and Monica Lewinsky, with Hillary playing the role of Bill's enabler? Given Bill's past conduct, wouldn't it be prudent for Democratic voters to assume this is an additional liability a Clinton candidacy might have to carry in the general election?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;When the beginning point for Clinton is at or behind her Republican opponent, and 10 to 15 points behind the Democratic Party, how many liabilities can her candidacy sustain? Even if there is less than a 50 percent chance of more revelations about Bill, is it wise for Democratic voters to ignore this risk, roll the dice and take that chance when the presidency is at stake?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;If Clinton wins the Democratic nomination, I will support her candidacy and hope for the best, because I am not sure much of America would be left after another four to eight years of a Republican presidency. But shouldn't Democrats be thinking strategically about who comes to the table with more strengths, fewer liabilities and fewer potential game-changing surprises? I sure hope so.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Guy T. Saperstein is a Democracy Alliance partner and past president of the Sierra Club Foundation; previously, he was one of the National Law Journal’s "100 Most Influential Lawyers in America."&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-1980679758538675529?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.alternet.org/stories/69916/' title='Hillary Clinton Might Be the Least Electable Democrat'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/1980679758538675529/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=1980679758538675529' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1980679758538675529'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/1980679758538675529'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2007/12/hillary-clinton-might-be-least.html' title='Hillary Clinton Might Be the Least Electable Democrat'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-5867840757772429678</id><published>2007-12-07T16:17:00.000+01:00</published><updated>2007-12-07T16:41:37.231+01:00</updated><title type='text'>How Conservatives Manipulate People Into Voting Against Their Best Interests</title><content type='html'>By  Digby,Common Sense. &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;AlterNet&lt;/span&gt;, December 7, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Pseudopopulist conservatives have destroyed reason.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;American right-wing populism is an interesting phenomenon that's coming to the fore once again in its usual nativist and racist form, but also as smooth misrepresentation of "tax reform"; clever, misleading public relations messaging about fair trade; and some fairly &lt;a href="http://www.thenation.com/doc/20070827/hayes"&gt;outlandish paranoia&lt;/a&gt; about conspiracies to erase the borders. Various permutations of these fairly common right-wing themes abound among conservative politicians and thinkers alike. But conservative populism is an oxymoron.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;As Phil Agre wrote in &lt;a href="http://polaris.gseis.ucla.edu/pagre/conservatism.html"&gt;this much discussed article&lt;/a&gt; about the definition of conservatism, "Conservatism is the domination of society by an aristocracy ... [it] is incompatible with democracy, prosperity and civilization in general. It is a destructive system of inequality and prejudice that is founded on deception and has no place in the modern world."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Modern conservatism's most successful strategy was to merge public relations and politics into a seamless operation in which it could use modern marketing methods to convince people to vote against their own interests. In that sense, right-wing populism is just another marketing campaign for the aristocrats. &lt;a href="http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20670001&amp;amp;refer=home&amp;amp;sid=anl6oJMG4aKY"&gt;And it's working&lt;/a&gt;:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;South Carolina has embraced foreign investment, with companies from BMW to Michelin transforming a state once dominated by the textile industry. Another aspect of the global economy hasn't gone down as well: immigration.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;While an influx of money from overseas has made free trade palatable even as thousands of mill jobs have vanished, voters are growing increasingly hostile to undocumented foreign workers, polls and analysts say. As a result, illegal immigration is a top economic issue in the state's Jan. 19 Republican primary, a key test for the candidates since it's the first in the South.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Trade is all right as long as everybody goes by the same rules," said David Robinson, 65, who recently retired from a job at a Michelin tire factory in Spartanburg and whose son works in a Hitachi Ltd. plant nearby. Illegal immigration, on the other hand, "is a big problem, and that's one you can get a handle on," he said.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;South Carolina only has about a 3 percent Latino population, both illegal and legal. It isn't actually a problem at all, much less a big one. The sad truth us that no matter how much "foreign investment" comes into their state, South Carolina manufacturing workers are still on a race to the bottom and they know it. But the conservatives have successfully misdirected them away from the real culprits by stoking latent (and not so latent) racism as an explanation for their insecurity. In a time of rising income inequality, a housing and credit crisis, and the ever more obvious fact of conservative corruption of epic proportions, the Republican Party has worked their rank and file into a frenzy over very poor people who work for next to nothing in hot, dirty fields, blood-soaked poultry plants and steaming restaurant kitchen sinks. It's quite an accomplishment.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;But there's more to this than simple manipulation of the racist id. As Agre points out:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;The tactics of conservatism vary widely by place and time. But the most central feature of conservatism is deference: a psychologically internalized attitude on the part of the common people that the aristocracy are better people than they are. Modern-day liberals often theorize that conservatives use "social issues" as a way to mask economic objectives, but this is almost backward: the true goal of conservatism is to establish an aristocracy, which is a social and psychological condition of inequality. Economic inequality and regressive taxation, while certainly welcomed by the aristocracy, are best understood as a means to their actual goal, which is simply to be aristocrats. More generally, it is crucial to conservatism that the people must literally love the order that dominates them. Of course this notion sounds bizarre to modern ears, but it is perfectly overt in the writings of leading conservative theorists such as Burke. Democracy, for them, is not about the mechanisms of voting and office holding. In fact conservatives hold a wide variety of opinions about such secondary formal matters. For conservatives, rather, democracy is a psychological condition. People who believe that the aristocracy rightfully dominates society because of its intrinsic superiority are conservatives; democrats, by contrast, believe that they are of equal social worth. Conservatism is the antithesis of democracy. This has been true for thousands of years.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;One of the ways that this modern aristocracy gets people to internalize that the aristocrats are better people is by stoking a fear that the "American Dream" is being threatened by hordes of undeserving interlopers. Who's looking out for the common man? Why, it's the conservatives, your liege lords, who want to close the borders and keep those people out!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;That fellow in South Carolina thinks that trade is working for him now that foreign investment is coming to a state with low taxes and no unions to manufacture cars and other things for export. The weak dollar surely makes such things very attractive for those manufacturers at the moment, but it's not clear that this trade has been "fair" at all. South Carolina lost over 250,000 jobs since the '90s, not even close to the jobs it's gained from these plants. But conservatives truly believe that "their betters" have their best interests at heart, so they've come to believe these people are actually &lt;a href="http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20670001&amp;amp;refer=home&amp;amp;sid=anl6oJMG4aKY"&gt;heroes of a sort&lt;/a&gt;:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Tiremaker Michelin &amp;amp; Cie. of France, which has invested $2.1 billion in the state since 1975 and employs almost 8,000 workers, said in August it would spend an additional $350 million over four years, generating additional jobs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BMW North America, a unit of Bayerische Motoren Werke AG of Munich, the world's largest luxury car maker, said last month it would boost annual production of its X5 sport-utility vehicle and other cars in Spartanburg by 100,000 units by 2012. Germany's BASF AG and Japan's Fujifilm Holdings Corp. also have major facilities in the state.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"People around here are beginning to connect the dots that this area is increasingly tied to trade and exports," said Greenville's Mayor White, an immigration lawyer, adding that there's been little job displacement due to undocumented workers.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;According to &lt;a href="http://stats.bls.gov/eag/eag.sc.htm"&gt;this chart&lt;/a&gt; from the Department of Labor, however, manufacturing isn't adding jobs to the economy at all. In fact, it's been losing them for years. The losses have been slightly less catastrophic in the last couple of years, but they are losses nonetheless. (The biggest job provider in the state is actually government, which is somewhat ironic considering what a rock-ribbed conservative state it is.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;So these people, like most working Americans, are genuinely threatened, over a long period of time, by economic forces that are making a lot of people rich -- but not them. They are, however, inexplicably quite content with that state of affairs, but are upset by an extremely small population of foreigners who are doing dirty work for low wages. How does this happen?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Phil Agre:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Conservatism has opposed rational thought for thousands of years. What most people know nowadays as conservatism is basically a public relations campaign aimed at persuading them to lay down their capacity for rational thought ...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conservatism has used a wide variety of methods to destroy reason throughout history. Fortunately, many of these methods, such as the suppression of popular literacy, are incompatible with a modern economy. Once the common people started becoming educated, more sophisticated methods of domination were required. Thus the invention of public relations, which is a kind of rationalized irrationality. The great innovation of conservatism in recent decades has been the systematic reinvention of politics using the technology of public relations.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The main idea of public relations is the distinction between "messages" and "facts." Messages are the things you want people to believe. A message should be vague enough that it is difficult to refute by rational means. (People in politics refer to messages as "strategies" and people who devise strategies as "strategists." The Democrats have strategists too, and it is not at all clear that they should, but they scarcely compare with the vast public relations machinery of the right.) It is useful to think of each message as a kind of pipeline: a steady stream of facts is selected (or twisted, or fabricated) to fit the message. Contrary facts are of course ignored. The goal is what the professionals call "message repetition." This provides activists with something to do: Come up with new facts to fit the conservative authorities' chosen messages.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It is no accident that illegal immigration has emerged as a theme at a time of epic corruption among the conservative aristocrats in business and government. Someone must be blamed for the fallout, and it isn't going to be them. This may seem counterintuitive, considering that business also likes cheap labor, but that's just commerce, and commerce is only a tool of the true conservative mission -- preserving the aristocracy.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aristocracy is, by definition, un-American. The question is how many Americans will be "messaged" into believing they are doing the patriotic thing by behaving like subjects and hunting down the foreign invader on behalf of their betters.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-5867840757772429678?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.alternet.org/story/69927/' title='How Conservatives Manipulate People Into Voting Against Their Best Interests'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/5867840757772429678/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=5867840757772429678' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5867840757772429678'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5867840757772429678'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2007/12/how-conservatives-manipulate-people.html' title='How Conservatives Manipulate People Into Voting Against Their Best Interests'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-7891518532663494841</id><published>2007-12-03T16:01:00.000+01:00</published><updated>2007-12-05T16:02:37.053+01:00</updated><title type='text'>Il comandante delle pietre</title><content type='html'>di Moni Ovadia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratto da l'Unità del 1/12/2007)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questi ultimi giorni ad Annapolis si tiene una conferenza di pace fra israeliani e palestinesi con il premier israeliano Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen patrocinata da George W. Bush, l’uomo più potente del mondo, alla presenza di alte autorità del mondo arabo in uno schieramento che non conosce precedenti. Quasi simultaneamente, a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, viene messo in scena un oratorio di testimonianza dal titolo Al Kamandjati. A questa rappresentazione ideata da Guido Barbieri ed Oscar Pizzo, prendono parte fra gli altri, un attore e un musicista palestinese, una scrittrice-giornalista israeliana e un raccontastorie ebreo, il sottoscritto. Fra i due eventi non c’è nessuna relazione di causa-effetto ma solo una consonanza tematica. La conferenza di Annapolis è l’ennesimo tentativo di risolvere il dramma mediorientale con gli strumenti della diplomazia e della politica. Su questo summit spira una brezza di ottimismo. Voci autorevoli, riportate dal nostro quotidiano come quella di Hanna Sinora, direttore del giornale palestinese Jerusalem Times, considerano questo incontro un’occasione storica. Hamas, il grande escluso, considera Annapolis un’inutile messa in scena, una trappola degli Usa ordita di concerto con Israele ai danni della causa palestinese. Personalmente ritengo non fuori luogo un’acuta sensazione di scetticismo riguardo alla vera efficacia di un processo che esclude uno degli «attori» principali, in un contesto così drammaticamente complesso e compromesso. Ma Al Kamandjati, il nostro racconto con musica, immagini e un concertato di lingue (arabo, ebraico, inglese e italiano), affronta la questione da un punto di vista remoto rispetto a quello della grande conferenza che si tiene nel Maryland. Il testo straordinario di Amira Hass, la scrittrice e giornalista israeliana che è la più lucida ed implacabile testimone del suo paese riguardo del dramma palestinese, racconta la storia di Ramzi Aburedwan, una storia positiva, una gemmazione poetica, atipica e fortunata che tuttavia rivela la profondità umana del dramma palestinese. Ramzi è un grande violista, fa parte della Diwan Orchestra diretta da Daniel Barenboim e ha appena finito di registrare un disco con la «Mozart» diretta da Claudio Abbado, ma Ramzi è anche il «comandante delle pietre», il bimbo che a otto anni diede avvio all’Intifada delle pietre diventandone l’icona immortalata da una fotografia che fece il giro del mondo. Ramzi è riuscito nel miracolo di fare una sintesi luminosa dei suoi due titoli. Dopo il diploma di violista a Lione è tornato a Ramallah dove ha aperto la scuola di Al Kamndjati il cui scopo è la formazione musicale dei bambini dei campi profughi. Al Kamandjati in un paio d’anni è diventata un network di cinque scuole ad insegnamento totalmente gratuito anche grazie ai riconoscimenti e ai sostegni internazionali che si è conquistata. Ramzi, da grande comandante quale è, ha scelto delle armi più efficaci per vincere la sua battaglia. Quarant’anni di occupazione militare israeliana, di colonizzazione arbitraria violenta e ininterrotta, di sradicamento di ulivi, di demolizione delle topografie esistenziali palestinesi, hanno sconvolto l’identità culturale e tradizionale del popolo palestinese. La musica è uno strumento potente per resistere e avviare la ricostruzione, Ramzi lo sa. Forse ad Annapolis verrà gettato un primo seme diplomatico per un qualche negoziato ma, come spiega lucidamente Amira Hass, la pace necessita di ben altro. È indispensabile un radicale cambiamento di orizzonte nella cultura dell’estabilishment di potere israeliano. È urgente stabilire una sintonia con la lezione che viene dai Ramzi e dalle loro storie. La vera sicurezza si ottiene solo con la pace e la pace si conquista con il pieno riconoscimento dell’altro, con l’accoglienza del suo volto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-7891518532663494841?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/7891518532663494841/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=7891518532663494841' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7891518532663494841'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/7891518532663494841'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2007/12/il-comandante-delle-pietre.html' title='Il comandante delle pietre'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-5968596392532999820</id><published>2007-12-03T15:42:00.000+01:00</published><updated>2007-12-06T16:48:18.032+01:00</updated><title type='text'>L'onda inarrestabile dell'acqua pubblica</title><content type='html'>di Cinzia Gubbini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Sono arrivati in migliaia nella capitale: vogliono che l'acqua sia pubblica e che le società private si tolgano di mezzo. Tra bollette triplicate, rubinetti ormai a secco, lavoratori minacciati e ancora voglia di politica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Forza Aprilia!» grida l'uomo in fascia tricolore. E si presenta ai cittadini del comitato apriliano, la città dove da più di due anni il 50% della popolazione non paga più le bollette dell'acqua, triplicate da quando la gestione è finita in mano alla società pubblico-privata Acqualatina: «Sono il sindaco di Rotonda, provincia di Potenza. Lottiamo contro l'Acquedotto lucano». Sono pacche sulle spalle e applausi reciproci: «Finalmente un vero sindaco, mica come il nostro!». Potrebbe sembrare una scampagnata a guardare le facce di quelli che ieri pomeriggio hanno camminato per le strade di Roma, con striscioni raramente raffinati e ricercati. Tutto fatto in casa. Uno era lungo non più di cinquanta centimetri e era retto da quattro orgogliose persone: «Comitato per l'acqua pubblica di Ferrara». E' questo il volto più autentico del movimento che ieri è sceso in piazza per la prima manifestazione nazionale in difesa del bene comune primario: l'acqua. I promotori - che hanno già dato una bella prova raccogliendo 400 mila firma per una legge di iniziativa popolare che renda di nuovi gli acquedotti pubblici - sprizzavano gioia. Non si aspettavano una tale riuscita: almeno trentamila persone, praticamente tutte arrivate in modo autorganizzato. Non perché le forze politiche non appoggino il movimento. Alla manifestazione ha partecipato persino il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, annunciando di aver inviato una circolare a tutti gli amministratori regionali e provinciali ricordando la recente moratoria di 12 mesi sulle privatizzazioni degli acquedotti appena approvata nel decreto fiscale. Rifondazione in gran spolvero, con il capogruppo alla camera Gennaro Migliore, il parlamentare europeo Roberto Musacchio e la viceministro degli Esteri Patrizia Sentinelli. Per non parlare della schiera di gonfaloni scelti come testa della manifestazione. Ma la sensazione era proprio quella che dovrebbe dare un movimento autonomo: i partiti ci sono, in appoggio. Il cuore della mobilitazione sta nel cuore dei territori. Persone di ogni età che si sono messe in testa di averla vinta: vogliono che il Comune o la Regione facciano marcia indietro e caccino via le società che gestiscono l'acqua. Quando va meglio, vogliono invece evitare a tutti i costi che ciò accada. «Più società, meno s.p.a.», recitava lo striscione di Attac. &lt;br /&gt;Una fotografia del paese, intessuta di piccola Comuni - Fimodrone, Nocera Umbra, Castellammare - fino ai più grandi - Roma super-presente, e poi Firenze, Bergamo, Napoli, Siracusa - senza scordare la Sardegna e il suo striscione contro il prossimo G8. Una fotografia vivace - finalmente si sente cantare a un manifestazione nazionale - ma a tratti anche agghiacciante. Perché racconta un'emergenza nazionale che non buca il video. «Da noi la Rocchetta chiede una nuova concessione - racconta Sandro Vitale del comitato per la difesa del Rio Fergia (Umbria) - ma le fonti ormai sono a secco: noi tutti viviamo con l'acqua razionata. Sette o otto ore al giorno, e a volte è talmente poca che neanche serve per far andare i termosifoni». A volte ci si imbatte in drammi personali, come quello del signor Alfredo Proietti Ferretti di Norma - un altro piccolo Comune la cui acqua è gestita da Acqualatina - pensionato, che chiede di esporsi «in prima persona» per denunciare la persecuzione che subisce dalla società: gli devono 360 euro per una bolletta sbagliata e per le solite strane trafile risulta essere in debito di 95 euro. Per lui è inconcepibile. Altre volte si profilano futuri drammi nazionali, come in Campania dove di recente è stata tirata in ballo la Vesuviana Srl, formata da un cartello di società di cui alcune sono già in fallimento. Oppure ci si scontra con un film già visto, quello dell'arroganza del capitale che si pensava in soffitta a prendere polvere. Come a Firenze - città di centrosinistra, of course - dove i lavoratori della società Publiacqua denunciano di essere vessati, trasferiti continuamente a causa delle loro denunce contro una gestione che considerano scellerata: «Le bollette sono raddoppiate ma le analisi sanitarie sull'acqua sono dimezzate», denuncia ancora, e senza avere paura «finché il movimento è con noi» Luciano D'Antonio (per sostenerli www.acquabenecomune.org). Fino a arrivare oltre confine: con i kurdi che protestano contro le dighe che rischiano di distruggere la storica città di Hasankeyf, e con l'associazione «A sud», che lungo tutto il corteo ricorda i tanti posti nel mondo in cui l'Italia mette lo zampino nella privatizzazione dell'acqua. Ma la manifestazione di ieri, ricorda Marco Bersani della Campagna nazionale per l'acqua, è solo l'inizio di un nuovo ciclo: «Quello con cui lavoreremo, a partire dai territori, per far approvare la legge di iniziativa popolare. L'onda dell'acqua pubblica è partita, e nessuno la può più fermare».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(&lt;span style="font-style:italic;"&gt;il manifesto&lt;/span&gt;, 2 dicembre 2007)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-5968596392532999820?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/5968596392532999820/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=5968596392532999820' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5968596392532999820'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/5968596392532999820'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2007/12/londa-inarrestabile-dellacqua-pubblica.html' title='L&apos;onda inarrestabile dell&apos;acqua pubblica'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-8156130693880264427</id><published>2007-12-02T12:24:00.000+01:00</published><updated>2007-12-02T12:25:43.484+01:00</updated><title type='text'>"L'acqua è un bene pubblico". In marcia contro la privatizzazione</title><content type='html'>Quarantamila a Roma. La manifestazione organizzata dal Forum delle acque&lt;br /&gt;Il ministro Ferrero: "Questo sarà uno dei temi della verifica di gennaio"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMA - In marcia per difendere l'acqua, "un bene comune che non va privatizzato". Quarantamila persone, donne e uomini appartenenti a comitati territoriali e associazioni, forze culturali e religiose, sindacali e politiche per sostenere una legge di iniziativa popolare (già 400 mila le firme raccolte) per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell'acqua. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra le tante manifestazioni, le più svariate, che Roma è abituata a ospitare quella di oggi in nome del diritto all'acqua che "non è una merce" è stata sicuramente tra le più insolite. E quella che al momento incassa anche un successo quasi immediato e quasi tangibile. Il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero promette infatti che la "ripubblicizzazione dell'acqua sarà uno dei punti della verifica di governo a gennaio". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il corteo, animato e colorato con tante gocce d'acqua di cartone, è stato organizzato dal Forum Italiano dei movimenti per l'acqua che raggruppa 70 associazioni e reti nazionali e circa mille comitati territoriali. Un arcipelago che ha sintetizzato in quattro punti le cose da fare subito: moratoria contro tutte le privatizzazioni; immediata approvazione della legge d'iniziativa popolare; ristrutturare la rete idrica nazionale che tra perdite e infiltrazioni aiuta il mercato delle privatizzazioni, "una grande opera pubblica" recita un cartello sarcastico. Infine la gestione pubblica e partecipata dai lavoratori e dalle comunità locali (www.acquabenecomune.org). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel corteo bandiere di diverse sigle. Tra le altre, quelle di Verdi, Prc, Sd, Pdci, Cobas, Cgil, Wwf e gonfaloni di alcuni comuni, come Gualdo Tadino. Fra i manifestanti anche i volontari dei "grilliromani", nati dal blog di Beppe Grillo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Senza beni comuni come l'aria e l'acqua non possiamo vivere: sono diritti fondamentali degli esseri umani fin dalla nascita e non si possono ridurre a merce" ha affermato il missionario comboniano Alex Zanotelli, uno dei personaggi simbolo della battaglia per la ripubblicizzazione del sistema idrico in Italia. Con lui ha sfilato anche il leader dei Verdi e ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio che ha sottolineato come "bisogna evitare che ci sia un tentativo di privatizzazione, che ci porterebbe - anche nel mondo - a vere e proprie guerra per l' acqua: noi non vogliamo correre questo rischio". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ministro Ferrero ha appoggiato la manifestazione perché - ha scritto in un comunicato destinato al Forum delle acque - "l'acqua costituisce un bene di prima necessità che non può essere mercificato né, tantomeno, monopolizzato da qualche multinazionale". Una realtà, scrive il ministro, "ancora più vera in un momento in cui i cambiamenti climatici in corso stanno rendendo la scarsità delle risorse idriche un problema ancora maggiore rispetto al recente passato". Considerare perciò l'acqua come un bene pubblico è una strategia di salvaguardia per il futuro di tutti i cittadini. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il decreto fiscale appena approvato ha bloccato per un anno la privatizzazione dei servizi idrici. E' qualcosa, ma ancora troppo poco. "E' necessario - aggiunge il ministro - arrivare al più presto a una legge che conduca alla ripubblicizzazione integrale dell'acqua". E questo deve essere uno dei punti della verifica di gennaio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Repubblica.it, 1 dicembre 2007)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/10067558-8156130693880264427?l=egemonia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://egemonia.blogspot.com/feeds/8156130693880264427/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=10067558&amp;postID=8156130693880264427' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8156130693880264427'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/10067558/posts/default/8156130693880264427'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://egemonia.blogspot.com/2007/12/lacqua-un-bene-pubblico-in-marcia.html' title='&quot;L&apos;acqua è un bene pubblico&quot;. In marcia contro la privatizzazione'/><author><name>RTD</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-10067558.post-2686001886845269046</id><published>2007-11-28T20:00:00.000+01:00</published><updated>2007-11-28T20:07:29.418+01:00</updated><title type='text'>Robert Reich: Consumer-Driven Culture Is Killing Our Democracy</title><content type='html'>By  Terrence McNally,  &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;AlterNet&lt;/span&gt;. Posted November 28, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Americans are split between wanting low prices and opposing the corporate behaviors that make them possible.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Here's a quick quiz. Do you love bargains? Do you enjoy the power and convenience of shopping online for the best deals on electronics or travel or anything else? Do you favor cutthroat corporate competition that devours small, local businesses? Do you applaud the sweatshop labor it takes to produce your sweatpants for less?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Feeling schizophrenic, yet?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Former Secretary of Labor Robert Reich believes we are all suffering from this split agenda -- as consumers we want low prices, while as citizens we may oppose corporate behaviors that make them possible. And he believes -- at least on a national scale -- our citizen selves are losing.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Shoppers are elbowing citizens out of the public arena. The last three decades have seen the emergence of a supercharged capitalism fueled by open markets and cutthroat competitiveness. According to Reich, "supercapitalism" is overwhelming government with lobbyists and money, while citizens are dazzled by the promise of previously unimaginable riches and consumer choices.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In his new book, Supercapitalism, Reich tackles the big question: Can democracy survive in this environment?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Professor of public policy at the University of California, Berkeley, Reich served in three national administrations, most recently as secretary of labor under President Bill Clinton. He is co-founding editor of the American Prospect, and his weekly commentaries on public radio's "Marketplace" are heard by nearly 5 million people. He is the author of eleven books, including The Work of Nations, The Future of Success and his latest, Supercapitalism.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Terrence McNally&lt;/span&gt;: In Supercapitalism, you describe the almost golden age of the '50s and '60s. What are some things you value from that period that your sons will never experience?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Robert Reich&lt;/span&gt;: Well, stable jobs. My father was a retail merchant. He had a little store that catered to factory workers and their families, and those factory jobs were pretty stable. People typically stayed with the same company for 40 years. I'm not sure we should or can go back to those days, but job stability was a value that people held very dear. These days nobody knows whether they're going to be working for the same company next week, next year or tomorrow.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;There's the issue of inequality. In the '50s and '60s, the "almost golden age," we had less inequality of income and wealth than at any time before or since. I'm not saying everybody's income necessarily has to be the same, but inequality is bad for society and bad for democracy.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;TM&lt;/span&gt;: You're not in any way saying that we can return to that age?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;RR&lt;/span&gt;: No, and I don't think we should. I call it "the not quite golden age," because a lot of things were wrong with our society. African-Americans were still relegated to second-class citizenship. We passed a civil rights act and a voting rights act, but we still had a long way to go. Women were blocked from most professional careers. The environment was more polluted. We passed the Environmental Protection Act of 1975 and made progress on that. Joe McCarthy and the communist witch hunt of the 1950s scarred American politics. The CIA was up to no good abroad. I don't want to paint this era as a wonderful place we should necessarily go back to, but it's important to understand that our democracy, although far from perfect, was trying to grapple with all of those problems.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;When people were asked in opinion polls, "Do you think that our system is working in your interest and in the interest of things you believe in?" the vast majority of Americans between 1945 and 1975, said "Yes." These days it's just the reverse. In most polls, when asked that same question, "Do you think that the democratic system is working in the interests of average Americans like you?" anywhere from 68 to 75 percent of Americans say, "No, it's working for the big guys."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;TM&lt;/span&gt;: In his recent book, Deep Economy, Bill McKibben looks at whether our gains in material possessions since the '50s and '60s have made us happier. According to polling, people are not as happy now as they were then, and he believes it's because they've paid too high a price in the loss of community.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;RR&lt;/span&gt;: As consumers and investors, we've made great progress over the last 30 years -- if you put quotation marks around the word "progress." We have access to a much greater range of choices. We get better products, more gadgets, more bells and whistles. We comparison shop like mad on the internet. We're getting great deals, and those great deals have become progressively better. But as citizens, we are doing arguably worse and worse, because we have fewer and fewer ways of expressing the values and goals we share with other people.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;TM&lt;/span&gt;: There were two surprises for me in this book. First, despite the title, it seemed to me the subject of this book is democracy. Second, you seem to say that campaigning for social and environmental responsibility from corporations is either a distraction or a failed strategy.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;RR&lt;/span&gt;: Yes on both counts. Let me explain briefly.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I don't think we can separate capitalism from democracy. If capitalism is working well and democracy is working poorly, democracy is working poorly in part because capitalism is working so vibrantly. Capitalism has overrun democracy. In the 1940s, '50s and '60s, we talked about "democratic capitalism" with a small "d." We talked about it very proudly -- to ourselves and to the world -- as the alternative to Soviet communism.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondly, your point about corporate social responsibility -- a very importa
